lunedì, Agosto 2

Immigrazione al centro delle elezioni europee field_506ffb1d3dbe2

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Bruxelles «L’Italia è il primo Paese d’Europa per richieste di asilo politico ma poco disponibile a concederlo. Le prossime elezioni europee sono particolarmente difficili perché due sono le condizioni: la prima è quella che la gente vada a votare e che possibilmente vada a votare con intenzioni europeiste. Ma questo sta ai partiti fare la loro parte. Fare in modo che ci sia una partecipazione alta e consapevole in modo che il prossimo europarlamento che si andrà a formare faccia da contrappeso alla chiusura legislativa che ormai molti Stati adottano in tema di immigrazione». A parlare in questi termini è il Direttore Generale della DG Home Affairs della Commissione Europea, Stefano Manservisi, all’interno del dibattito che il circolo PD di Bruxelles ha inaugurato sul tema delle prossime elezioni e di come gestire la tematica dell’immigrazione. Ormai è evidente che i temi della cittadinanza, dell’immigrazione e del lavoro sono strettamente correlati «perché se tante cose che si sentono sull’immigrazione possono essere considerate stupide, invece sono rivelatrici di un malessere che non va sottovalutato e per questo analizzato e possibilmente ribaltato spiegando cos’è il sistema di gestione delle migrazioni in Europa».

In molti Paesi i partiti europeisti su questo tema hanno un pensiero controverso che si esplica nel concetto che ‘gli immigrati non tolgono il lavoro ma la loro presenza sta diventando un problema’. A queste affermazioni ambigue la gente preferisce la nettezza dell’equazione che la presenza degli immigrati sono un problema anche per la crescita della disoccupazione. In questa campagna elettorale le pressioni maggiori saranno sull’Euro e sul sistema Schengen, perché, a dispetto di quello che si può pensare, la libera circolazione è stata l’ultima libertà creata in Unione ed è anche la più fragile e soggetta a Stati che mettono al primo posto la sicurezza delle frontiere. Per quanto riguarda il sistema Schengen, questo è stato messo in crisi con la primavera araba: Schengen, come l’euro, è uno strumento di governance senza guida politica quindi in balìa delle decisioni degli Stati. Quindi il contrappeso ideale sarebbe un’Europa che da più voce ai cittadini, perché questi su questo tema non sanno quasi nulla e i governi nazionali giocano sul fatto che è materia quasi esclusivamente propria. «Statisticamente non è vero che gli immigrati tolgono il lavoro. Non esiste una statistica che affermi questa falsità ed è per questo che la posizione di David Cameron» secondo Manservisi, è «indifendibile e indimostrabile».

Il fattore reale e più preoccupante per il continente europeo è che siamo un’Europa vecchia e con una crescita demografica che, senza gli immigrati, rasenterebbe lo zero. L’Europa che invecchia, senza immigrati, nel futuro avrebbe un sistema che non si autofinanzierebbe. In sintesi, gli immigrati che lavorano sul territorio europeo stanno già pagando le pensioni e l’assistenza sociale (tra cui le indennità di disoccupazione). Di conseguenza i due terzi del saldo positivo europeo è dato dagli immigrati.  L’Europa, inoltre, rischia un altro problema, conseguenza della securitization: non attrarrà più talenti. Paesi come l’Italia, la Francia o la Gran Bretagna, insieme a tutto il sistema europeo, non sono attrattivi come il resto del mondo perché non facilitano l’ingresso sul territorio anche di figure legate alla ricerca e al mondo accademico -ad esempio questo è il rovescio della medaglia della Bossi-Fini in Italia: quanto converrebbe ad un ingegnere indiano o un ricercatore americano venire a far ricerca in Italia visto le difficoltà in partenza che questi incontrerebbero solo per stabilirsi sul suolo della Repubblica?

Le regole ci sono ma spesso vengono interpretate in maniera restrittiva: un cittadino comunitario può restare sul suolo di un altro Paese dell’UE se ha i mezzi economici di sostentamento, idem per un non UE. Ma gli Stati pongono un periodo molto breve per la ricerca del lavoro e non hanno modellato le loro regole, ad esempio, alla crescente disoccupazione che spinge i cittadini europei a spostarsi, anche negli altri continenti. L’immigrazione in Europa ha sempre previsto due tipi di recepimento da parte degli Stati: il primo è quello delle quote (che l’Italia definisce flussi) e il secondo è il contratto di lavoro. Con i flussi il Paese definisce il numero di stranieri di cui ha bisogno annualmente e arrivata alla soglia prevista, il resto viene rimpatriato. Questo è il sistema italiano e francese, ma in Italia le quote non hanno funzionato mentre in Francia sì. Il secondo metodo vigente nei Paesi scandinavi e in Germania, è l’ingresso nel Paese tramite contratto di lavoro. Con il contratto si ottiene il visto, ma chi allo stesso tempo perde il lavoro diventa un irregolare per il sistema Schengen -che controlla i movimenti in base alla scadenza dei visti. In tutti e due i casi si passa facilmente allo status di irregolari.

Manservisi afferma che «bisogna modificare il sistema e bisogna sfatare alcuni miti, tipo quello di Frontex. L’agenzia per il controllo delle frontiere non è autonoma. Può essere definita come agenzia di reclutamento: ossia lo Stato membro che si trova impossibilitato a gestire le frontiere, come è avvenuto per la Grecia a seguito della primavera araba, chiede aiuto all’agenzia che propone agli Stati interessati il controllo comune della frontiera in questione. Solo quelli interessati mandano una task force: è su base volontaria e decisione degli Stati. Quindi Frontex va riformata»L’altro problema è l’equipollenza dei titoli di studio: «anche all’interno dell’Unione ci sono ancora difficoltà nel riconoscere i titoli di studio presi in altri Paesi».  Riformati questi due fattori, «mercato del lavoro e immigrazione possono essere gestiti contemporaneamente. Inoltre, ci sono ancora sforzi da fare sui permessi di lavoro la cui decisione ultima spetta agli Stati». Secondo il Direttore Generale della DG Home Affairs, «in un mondo dove le multinazionali o grandi gruppi assumono in Paesi differenti per le proprie sedi è quasi illogico che un lavoratore debba aspettare, dopo aver ricevuto e firmato il contratto, anche la decisione dello Stato nel quale lavorerà. I tempi sono lunghi e passano mesi anche per il permesso di lavoro vero e proprio».

La Commissione e il Parlamento, nella prossima legislatura, possono forzare su questi temi se vogliono cambiare radicalmente il mercato del lavoro e convincere gli Stati a interpretare in maniera meno restrittiva la libera circolazione all’interno dell’Unione e dall’esterno verso l’UE. E sono pochi gli europei che si spostano in un altro Paese del continente per lavoro ed è per questo che non si capisce perché Paesi come Gran Bretagna, Paesi Bassi, Belgio e Austria stanno stringendo, o nel caso del Belgio, iniziando ad espellere anche i cittadini comunitari. Gli Stati hanno radicalmente cambiato il modo di vedere l’immigrazione: viene prima la sicurezza, poi i diritti dei cittadini. Lo scopo ultimo di un’auspicabile riforma del sistema Schengen, secondo Manservisi è «creare un’area comune, rispetto a 28 sistemi di protezione e regolazione dei flussi migratori che attualmente non comunicano tra loro, che si occupi della faccenda».

Se gli europeisti vorranno vincere, anche in Italia, devono puntare meno alla retorica e più ad un atteggiamento proattivo verso questa tematica. Il problema dell’Europa non è certo l’immigrazione ma l’invecchiamento della popolazione. L’immigrazione è una risorsa che deve essere gestita al meglio e che se viene spesa bene può essere d’aiuto anche per il mercato del lavoro. Tutte questioni che l’Europa è tenuta ad affrontare.

 

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