domenica, Maggio 16

Imbarazzo USA sul Myanmar field_506ffb1d3dbe2

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Myanmar's President Thein Sein attends a session of the 21st ASEAN and East Asia summits in Phnom Penh

Bangkok – Una prossima visita del Segretario di Stato USA John Kerry di fatto pone una sfida di natura diplomatica, visto lo scetticismo alquanto diffuso nel Congresso degli Stati Uniti sulla transizione democratica di Naypyitaw. Il viaggio precederà, a sua volta, quello del Presidente Barack Obama in Myanmar, previsto per il prossimo Novembre.

Le recenti violenze scoppiate tra la maggioranza buddhista e la minoranza musulmana ed il caso degli interrogatori improvvisi con corredo di carcerazioni ingiustificate nei confronti di svariati giornalisti gettano effettivamente una luce inquietante sulle speranze della transizione del Myanmar e sulle sue riforme.

I dubbi, le incertezze e le chiamate ufficiali sotto forma di avvertimenti all’interno del Congresso degli Stati Uniti nei confronti di Kerry sono un po’ come chiedergli di riarrotolare il tappeto rosso esteso verso il Governo quasi-civile del Myanmar, se si vuole usare un esempio immaginifico, Washington d’altro canto, nel frattempo ha fatto slittare le sanzioni ed ha avviato anche una cooperazione militare limitata.

Le preoccupazioni sono reali ma gli analisti sottolineano che il dissenso nel Congresso riflette una agenda tutta repubblicana volta a sminuire tutto ciò che Barak Obama possa eventualmente descrivere come un successo di politica estera. Lo scorso Mercoledì, il repubblicano Ed Royce, il quale guida la Commissione degli Affari Esteri presso la Casa Bianca, ha invocato misure contro il Governo del Presidente Thein Sein, compreso il divieto di rilascio dei visti o forme limitative contro coloro che sono stati coinvolti a vario titolo nelle violenze contro la minoranza Rohingya, anzi, è stata anche chiesta l’interruzione di ogni forma di collaborazione militare e di rivedere certe scelte recenti in tema di sanzioni progressivamente tolte. «E’ giunto il tempo di togliersi gli occhiali rosa e di guardare la situazione in Birmania per quello che è», ha detto fuori dai denti il repubblicano Ed Royce. «Non possiamo continuare a concedere ulteriori incentivi al Governo birmano nella speranza che esso faccia la cosa giusta». I suoi commenti sono giunti immediatamente dopo che il Mandalay è stato sottoposto a quattro giorni di rivolte anti-musulmani che hanno condotto a molti ferimenti e due decessi, un musulmano ed un buddista, prima che le Forze di Polizia riuscissero a riprendere il controllo della situazione.

Nei due anni trascorsi, le manifestazioni violente condotte contro la minoranza musulmana da parte della destra di ispirazione buddhista rappresentata dal movimento 969 ha lasciato in terra diversi morti, la gran parte musulmani. Ha trascinato via dalle proprie abitazioni circa 140.000 Rohingya nello Stato Rakhine, i quali poi hanno dovuto cercare di attendarsi in squallidi campi di accoglienza per rifugiati.

Il Presidente Thein Sein ovviamente ha molte volte condannate le violenze settarie ed ha altrettanto spesso paventato di agire contro i responsabili. Ma nella pratica, poi, non si sono poi visti i segni di una reale volontà di procedere in quella direzione e di voler colpire i movimenti buddhisti affiliati alla destra nazionale il cui principale ispiratore è il monaco U Wirathu, situato a Mandalay.

I più critici ritengono che il Governo, in pratica, sia complice e parte in causa nel condividere certi pregiudizi culturali e religiosi contro la Comunità musulmana, persino la leader dell’opposizione Aung San Suu Kyi ha finora avuto un atteggiamento alquanto ambiguo si queste tematiche. Secondo gli analisti, il Governo teme che alcuna azione contro i buddhisti nazionalisti possa mai essere condotta contro di loro perché di fatto gli rivolterebbe contro i monaci. Allo stesso modo, Aung San Suu Kyi non può arrischiarsi su posizioni che la pongano in opposizione agli elettori buddisti impegnandosi in difesa dei diritti dei musulmani.

 

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