giovedì, Settembre 23

Illusioni di pace? Un accordo posticcio tra Salva Kiir e Riech Machar

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Venerdì 9 maggio 2014 il Presidente sud sudanese Salva Kiir Mayardit e il leader della ribellione, ex Vice Presidente Riek Machar hanno firmato un accordo di pace ad Addis Abeba, Etiopia. L’accordo prevede l’immediato cessate il fuoco, la creazione di un governo di unità nazionale, la stesura della Costituzione che languisce dal 2012, l’avvio della riconciliazione nazionale, riforme democratiche e la preparazione alle elezioni previste nel 2015. Un programma ambizioso che racchiude tutte le priorità che il paese non è ancora riuscito ad attuare dall’indipendenza nel luglio 2011.

L’accordo di pace è stato presentato come una improvvisa svolta nella guerra civile iniziata il 15 dicembre 2014 che si è rapidamente trasformata in una guerra etnica tra le principali etnie del paese, Dinka e Nuer, creando un disastro umanitario senza precedenti e pulizie etniche che sfiorano il genocidio.

Secondo i media occidentali l’accordo di pace è stato reso possibile dalle pressioni regionali ed internazionali subite dai due contendenti. Nella settimana precedente all’accordo a Juba si sono susseguite missioni di alto livello tra le quali la visita del Segretario Generale delle Nazioni Unite, Ban Ki-Moon, dell’inviato Speciale delle Nazioni Unite per la Prevenzione dei genocidi Adama Dieng e quella del Segretario del Dipartimento di Stato americano John Kerry. Queste figure di spicco della politica internazionale hanno minacciato i due attori principali del dramma sud sudanese: Kiir e Machar di sanzioni economiche e della possibilità di tradurli dinnanzi alla Corte Penale Internazionale per i crimini di guerra e contro l’umanità commessi durante i cinque mesi del conflitto. La Comunità Internazionale dopo mesi di indecisioni si è finalmente attivata ponendo fine ad un pericoloso conflitto africano. Questa è la comoda versione offerta dalle Nazioni Unite e dall’amministrazione Obama che necessitano di un riconoscimento internazionale che faccia dimenticare cosa sta succedendo in Ucraina. Ora vediamo la realtà.

Le decisioni di cessate il fuoco e della formazione di un governo di unità nazionale non sono state prese improvvisamente ad Addis Abeba ma circa una settimana prima e semplicemente ratificate nella capitale etiope in omaggio alla diplomazia africana e occidentale. Queste decisioni sono il frutto dello stallo militare registrato sul terreno e delle serie difficoltà in cui si trovano Salva Kiir e Riek Machar.

Alla fine dello scorso aprile le forze della ribellione avevano lanciato un’offensiva su vasta scala supportate dalle milizie Nuer della White Army (l’armata bianca), milizie arabe Janjaweed principalmente utilizzate dal Governo di Khartoum nel conflitto del Darfur contro le popolazioni africane e da soldati sudanesi prestati come mercenari. L’offensiva aveva permesso la riconquista di importanti città petrolifere quali Malakal e Bentiu. I ribelli, passando attraverso il confine etiope con il permesso tacito delle autorità di Addis Abeba, erano giunti a 30 km dalla capitale, Juba. Altre colonne di ribelli stavano puntando sulla capitale dello Stato di Jonglei: Bor. Riek Machar aveva promesso di conquistare la capitale e di processare il suo rivale, il Presidente Salva Kiir. L’esercito ugandese UPDF che sostiene il governo di Juba aveva subito pesanti perdite creando una situazione da incubo per il Presidente Yoweri Museveni che intaccava direttamente i suoi piani di successione alla Presidenza nel 2020. A guidare la campagna militare in Sud Sudan vi è suo figlio, il Brigadiere Generale Muhoozi. Una sconfitta in Sud Sudan rappresenterebbe per il UPDF la prima chiara sconfitta militare dalla presa del potere nel 1987. Una situazione simile avrebbe creato un profondo dissenso all’interno dello Stato Maggiore dell’esercito ugandese e del partito al potere National Revolutionary Movement (NRM) che non avrebbero mai accettato di porre la guida del paese al Brigadiere Generale Muhoozi se fosse stato responsabile della prima sconfitta militare nella storia del Nuovo Uganda.  Il UPDF per vincere la guerra starebbe utilizzando le micidiali bombe “Cluster” secondo un recente rapporto delle Nazioni Unite sui crimini di guerra in Sud Sudan. L’utilizzo delle Cluster Bomb è probito a livello internazionale dalla Convenzione sulle Munizioni Cluster adottata a Dublino, Irlanda, nel maggio 2008. Da notare che due paesi non rispettono questa convenzione utilizzando e vendendo questo tipo di bombe: Stati Uniti e Russia.

Il Presidente Salva Kiir stava vivendo momenti drammatici considerando la sua fine ormai prossima. Il 24 aprile 2014 aveva dismesso tre alti Generali: James Hoth Mai Capo dello Stato Maggiore, il Maggiore Generale Mac Paul Kuol capo dei servizi segreti e il Maggiore Generale Marial Nuor Jok capo della polizia. Una mossa inaspettata e contro produttiva in quanto i tre alti Generali rappresentavano l’ultima valvola di coesione dell’esercito nazionale. I generali  Hoth Mai, e Nuor Jok appartengono all’etnia Nuer, la stessa del leader dei ribelli Machar. In realtà il Presidente Kiir ha dismesso i suoi più stetti collaboratori dopo che essi avevano disertato passando al campo della ribellione. Diserzioni di massa si sono registrate anche presso le guarnigioni in difesa dello Stato di Wau e Aweil nello Stato del Nord Bahr el Ghazal, secondo quanto riportato dal settimanale sud sudanese ‘The New Nation, (edizione 08 -22 maggio 2014).

Il Presidente Kiir era ormai in preda al panico e allo sconforto constatando l’immobilità dei presunti alleati regionali. «Sono stato in Kenya e a Khartoum. Ho visitato Uganda e Rwanda. Ho visitato anche l’Etiopia spiegando cosa significasse per loro la presa di potere da parte di Riek Machar. Nonostante ciò la maggioranza dei leader regionali é rimasta calma. Che devo fare di più per convincerli?» dichiara Kiir al quotidiano ugandese ‘Red Pepper‘ il 25 aprile scorso.

Le sorti del conflitto sono state rovesciate da un sforzo immenso dell’esercito ugandese che nei primi giorni dell’offensiva ribelle aveva subito pesanti perdite. Richiamando i reparti spostati dal Sud Sudan alla frontiera ruandese per intervenire in caso di invasione del Rwanda da parte del gruppo terroristico FDLR a partire dal Congo e dalla Tanzania, il Presidente Yoweri Museveni è riuscito a garantirsi una inaspettata alleanza offerta dal Governo Egiziano che ha inviato alcuni reparti scelti dell’esercito in supporto del UPDF, senza rendere pubblica né ufficiale la decisione di entrare nel conflitto sud sudanese. L’Uganda ha riorganizzato l’esercito regolare di Juba ormai sul punto di sbando rafforzandolo con milizie genocidarie Dinka e alcuni reparti dei ribelli Sudanesi del SPLA-Nord che combattono il governo di Khartoum negli Stati del Sud Kordofan, Blue Nile e White Nile.

Grazie alla ricomposizione delle forze pro governative è stato possibile lanciare una controffensiva che ha catturato il quartiere generale della ribellione, Nasir nel Upper Nile, vicino al confine etiope, costringendo Riek Machar ad una precipitosa fuga in Etiopia. Le forze pro governative sono riuscite a fermare la colonna ribelle che stava avanzando su Juba ed a lanciare una controffensiva su Bentiu, caduta nelle mani dei ribelli. Il Governo di Juba afferma di aver riconquistato Bentiu lunedì 5 maggio. Testimonianze oculari dalla città affermano che i combattimenti sono ancora in corso e non è chiaro chi realmente controlla la città petrolifera capitale dello Stato di Unity.

Nonostante che la controffensiva Ugandese con l’aiuto di reparti regolari dell’esercito egiziano abbia riequilibrato le forze sul terreno indebolendo la ribellione, entrambi i contendenti sono usciti completamente esausti da questa recente escalation militare proprio quando la stagione delle piogge si sta avvicinando. Una tregua era necessaria per entrambi. L’Uganda ora si trova a risolvere il difficile compito di trovare truppe scelte per gestire il fronte Somalo, quello Sud sudanese, il contingente in Centro Africa, quello illegalmente presente nel est del Congo e le forze in stand-by alla frontiera con il Rwanda.

Gli accordi di pace firmati ad Addis Abeba riportano il Sud Sudan alla situazione precedente allo scoppio della guerra civile quando Riek Machar e Salva Kiir si spartivano il potere nella più giovane nazione africana. Sono troppi i fattori che portano a pensare che gli accordi di Addis Abeba siano una necessaria tregua piuttosto che di una pace duratura.

Il governo ad interim avrebbe il compito di condurre il paese alle elezioni ma non si è chiarito da chi sarà formato questo governo. Salva Kiir ha affermato che lui rimarrà il Presidente del Sud Sudan. Da parte sua Riek Machar ha sottolineato l’importanza di rispettare i precedenti equilibri sconvolti dalla guerra civile. Tutto fa pensare che l’intenzione dei due leader sia quella di ritornare alla situazione del Gennaio 2014.

«La crisi sud sudanese è originata da una lotta per il potere tra Riek Machar e Salva Kiir che si è trasformata in una guerra civile e successivamente in una guerra etnica. Riportare al potere i due contendenti che sono la causa principale di questo dramma significa solo rimandare la pace poiché tutte le cause del conflitto verranno ricreate alla prima occasione», afferma Lam Akor leader del partito di opposizione SPLM for Democracy Change (SPLM per il Cambiamento Democratico) durante una intervista concessa al settimanale ‘The New Nation‘.

Vari osservatori regionali considerano la firma della pace come prematura e forzata, dettata più da ragioni di prestigio necessarie per il Kenya, Uganda, Etiopia, Stati Uniti e Nazioni Unite che dalla realtà sul terreno. I due protagonisti del dramma sud sudanese al momento di scambiarsi i documenti per apporre la loro firma non si sono stretti la mano né fatto sorrisi di circostanza sottolineando che oltre alle questioni politiche anche quelle personali rimangono vive e facilmente riattivabili. Esistono anche forti dubbi sulla capacità dei due contendenti di controllare le proprie milizie. Entrambe le parti hanno fallito il controllo delle proprie milizie che hanno attuato massacri e pulizie etniche tendenti al genocidio. Il 19 aprile 2014 il comandante della milizia Nuer “White Army” Nhial Tuach Riek ha chiarito la sua alleanza con la ribellione di Riek Machar durante una intervista al settimanale ‘The East African‘: «Il Dottor Riek Machar non controlla la White Army né noi combattiamo per lui. Combattiamo per difendere le nostre comunità e rispetteremo gli ordini di Machar solo se saranno in linea con il nostro dovere di difendere la nostra popolazione».

Gli accordi di pace accennano ad una forza di Protezione composta da truppe IGAD in stretta collaborazione della missione di pace ONU in Sud Sudan UNMISS, a sua volta rafforzata da nuove truppe. Non si menziona però il ritiro delle truppe straniere alleate ai due contendenti, l’Uganda dalla parte di Kiir e il Sudan dalla parte di Machar. Il primo ufficialmente in guerra e il secondo ufficialmente neutrale. Il Presidente Museveni il 04 maggio ha ufficialmente dichiarato che il UPDF non si ritirerà dal Sud Sudan fin quando la pace sarà una realtà, sottolineando che nemmeno l’Amministrazione Obama può convincerlo a ordinare un ritiro prematuro dell’esercito ugandese. Non si prevede il reintegro delle forze ribelli all’interno del esercito nazionale ma un congelamento delle attività miliari con le rispettive forze e milizie alleate intatte in standby sulle attuali posizioni conquistate.

La forza di pace del IGAD (Inter Governmental Authority on Development – Autorità Inter Governativa per lo Sviluppo) dovrebbe essere composta da truppe fornite da Burundi, Rwanda, Kenya, Etiopia e Djibouti. Il contingente forte di 6.000 uomini stenta ad essere messo in piedi. A parte qualche osservatore militare arrivato a Juba nel gennaio scorso nessun soldato è giunto in Sud Sudan.

Le ragioni di questo blocco sono tre. La prima è di natura finanziaria: nonostante i proclami ufficiali, la Comunità Internazionale non ha ancora stanziato fondi per finanziare la missione IGAD. La seconda è di natura politica: l’Uganda è stata esclusa dalla partecipazione al contingente e dovrebbe ritirare le sue truppe una volta che il contingente di pace IGAD si sia installato in Sud Sudan. Essendo il UPDF l’unica forza che impedisce alla ribellione di prendere il potere, il Presidente Museveni sta ponendo seri ostacoli alla realizzazione di questa forza di pace africana. Questi ostacoli sono difficili da superare se non accettando uno scontro diretto con l’Uganda, situazione inimmaginabile per il Kenya e il Rwanda (paesi satelliti ugandesi) e per l’Etiopia potenza regionale molto accorta nel evitare qualsiasi tensione con l’Uganda. Difficile inoltre inoltre immaginare una coordinazione tra il contingente burundese e quello ruandese visto che i due paesi hanno le relazioni diplomatiche ai minimi storici causa il tentativo di preparazione di un genocidio dei tutsi burundesi portato avanti dal Presidente Pierre Nkurunziza. L’esercito Keniota è noto per la sua scarsa preparazione militare e la sua corruzione. L’esercito etiope, già impegnato sul fronte somalo, non potrà mettere a disposizione truppe d’élite sufficienti per riequilibrare le forze ed assicurare una efficacia militare della missione di pace IGAD. Il rafforzamento dei Caschi Blu del UNIMISS non è mai avvenuto.  

Gli accordi di pace prevedono una tregua che in realtà era stata già concordata tra le parti il 6 maggio scorso e coincide con la stagione delle piogge. La tregua, rispetto a quella precedentemente firmata nel gennaio scorso, potrebbe avere successo non per una genuina volontà di pace ma per le difficoltà oggettive di spostamento delle truppe e dei combattimenti durante le piogge torrenziali in territori prevalentemente ricoperti da fitte foreste e privi di strade asfaltate. Il timore che persistente tra vari esperti militari regionali è che la tregua sia utilizzata dai contendenti per riarmarsi e riorganizzarsi in previsione di offensive militari che possono essere lanciate nei prossimi mesi con l’arrivo della stagione secca.  La necessità di una tregua con l’avvicinarsi della stagione delle piogge era stata ventilata già il 26 aprile scorso. «La guerra è un affare pragmatico. La stagione delle piogge si sta avvicinando rendendo difficili i combattimenti. Quindi tra poco assisteremo alla ripresa dei negoziati di pace perché una tregua temporanea é di vitale importanza per entrambe le parti in conflitto» dichiara il 26 aprile 2014 al settimanale ‘The East African‘  Daniel Bekele, direttore di Human Rights Watch Africa.

Un altro fattore che ha contribuito alla tregua è quello economico. La produzione di petrolio è caduta a meno di 25.000 barili al giorno con un colossale danno per le multinazionali Cinese (China National Petroleum) e Indiane (India’s Oil & Natural Gas e Petroliam NasionalNasional BHD) che detengono la maggioranza della produzione del greggio sud sudanese. La caduta petrolifera ha privato il Governo di Juba delle necessarie risorse economiche per finanziare la guerra e pagare i vari mercenari, ugandesi ed egiziani compresi. Questo ha costretto l’Uganda a spendere quasi 7,5 milioni di euro per sostenere lo sforzo militare in Sud Sudan. Questa astronomica somma sta compromettendo la crescita economica ugandese e non può essere sostenuta per molto tempo. A differenza delle guerre in Congo (1996 e 1998) dove il UPDF si autofinanziava con la rapina delle risorse naturali presenti al est del paese, la guerra in Sud Sudan non offre fonti di autofinanziamento in quanto i pozzi petroliferi sono ubicati sulla linea di fronte.

Le soluzioni proposte da importanti figure politiche e intellettuali sud sudanesi sono completamente opposte a quelle facilmente individuate nel recente accordo di pace.

Davi De Dau propone un governo di transizione che confermi Salva Kiir come Presidente essendo stato eletto democraticamente nel 2011 limitando però i suoi poteri da un forte Parlamento e impedendo la sua candidatura per le elezioni previste nel 2015. Riek Machar non dovrebbe ricoprire il ruolo di Vice Presidente ma formare un distinto partito di opposizione con la possibilità di presentarsi alle elezioni. Il Governo di transizione dovrebbe essere strettamente monitorato a livello regionale ed internazionale, Le truppe ugandesi ritirarsi, le milizie locali dissolversi e i ribelli reintegrarsi nell’esercito nazionale. Il Parlamento dovrebbe approfittare di questo periodo di pace pre elettorale per varare precise riforme democratiche e una nuova legge elettorale.

Lam Akol propone un governo di unità nazionale senza Kiir e Machar composto secondo le linee politiche dell’ottobre 2010 quando si decise la formazione di un governo transitorio in preparazione del referendum per l’indipendenza e le prime elezioni presidenziali ed amministrative, composto da tutte le etnie presenti nel Sud Sudan. Gli accordi non furono mantenuti da Kiir e Machar che crearono un governo in mano alle rispettive etnia Dinka e Nuer, escludendo le altre 60 tribù.

Queste raccomandazioni dovrebbero essere ascoltate derivando da alte personalità sud sudanesi non coinvolte nel conflitto e che hanno sempre dimostrato la loro coerenza politica nella difficile costruzione di un Sud Sudan democratico e multi etnico. Purtroppo nella Realpolitik contano più le geo-strategie di Yoweri Museveni, Uhruru Kenyatta e John Kerry, anche a costo di offrire al popolo sud sudanese una illusione di pace e futuri conflitti.

Un segnale pericoloso a livello regionale è l’utilizzo strumentale dei crimini di guerra e contro l’umanità fatto dalle Nazioni Unite e dal Segretario di Stato americano. Entrambi hanno minacciato di portare in giustizia Kiir e Machar per i crimini commessi se non si impegnano seriamente per ristabilire la pace nel paese. Siamo autorizzati a pensare che un sincero impegno dei due principali attori della tragedia a ristabilire la pace (e il loro potere) possa evitare un processo internazionale sui crimini commessi assicurando loro una immunità o amnistia?

A distanza di un giorno dalla firma dell’accordo Riek Machar in una intervista rilasciata a Stephen Sackur del progamma radiofonico della BBC “HardTalk” ha accusato il governo di non rispettare il cessate il fuoco attaccando le postazioni ribelli su vari fronti. Accusa immediatamente smentita dal Presidente Salva Kiir  sul sito di informazione Sudantribune. «Ho personalmente dato l’ordine all’esercito di cessare le ostilità e gli attacchi alle postazioni ribelle alleate al ex Vice Presidente Riek Machar».

Secondo informazioni giuntaci da Juba domenica 11 maggio la maggioranza dei comandanti del SPLM non aveva ancora ricevuto ordini di cessate il fuoco dal Presidente e continuavano offensive contro le postazioni ribelli. Probabilmente si tratta degli ultimi affrontamenti per conquistare posizione strategiche prima della obbligatoria sosta durante la stagione delle piogge.

 

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