venerdì, Maggio 14

Il Waldorf Astoria diventa cinese Tra timori di spionaggio e bolle immobiliari, il simbolo di New York passa ad Anbang per 1,95 miliardi di dollari

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Chi ha paura dei cinesi? Se lo chiedeva un paio di anni fa Michael Barr, docente di Politica internazionale presso l’Università di Newcastle in un libro dal titolo per l’appunto “Who’s Afraid of China?“. La domanda sembra più che mai attuale ora che, nonostante numerosi ‘inciampi’ (proteste democratiche a Hong Kong, accuse di cyberspionaggio, presunte violazioni dei diritti umani ecc…) la Cina non sembra intenzionata ad allentare la sua onnipresenza in quella parte di mondo che l’Occidente considera la propria culla culturale e ideologica. Se poi il presenzialismo cinese finisce per raggiungere il centro nevralgico di New York la notizia causerà immancabilmente più che qualche alzata di sopracciglia.

La scorsa settimana, la catena d’alberghi Hilton ha annunciato la vendita dello storico Waldorf Astoria, riaperto nel 1931 in Park Avenue dopo essere stato demolito per far posto all’Empire State Building nel ventennio proibizionista; come ricorda il sito dell’albergo, lì si trasferì Marilyn Monroe nel 1955 – per mille dollari alla settimana- quando l’attrice decise di abbandonare Hollywood. «Un’esibizione di coraggio e fiducia nella nazione intera», lo definì al taglio del nastro il Presidente americano Herbert Hoover. Ebbene, questo pezzo di storia della Grande Mela passa nelle mani dell’Anbang Insurance Group. che l’ha acquistato dalla Hilton Worldwide Holding per 1,95 miliardi di dollari. Sulla base dell’accordo, la gestione rimarrà per 100 anni all’Hilton mentre l’Anbang si impegnerà a coprire i lavori di restauro per riportare l’hotel alla sua «storica grandeur». Il ricavato dalla vendita dovrebbe permettere all’Hilton di aprire altre nove proprietà alberghiere in giro per il mondo, da Bali a Beverly Hills.

La storia è, come si diceva, di quelle da ‘allarme rosso’ – avevamo già avuto modo di raccontare su queste colonne i diffusi timori per l’alluvione di capitali cinesi nell’immobiliare di Detroit. Considerate le accuse incrociate di spionaggio tra le due sponde del Pacifico, pare che il Governo americano abbia avviato attente indagini su quelle che potrebbero essere le ricadute in termini di sicurezza: il Waldorf Astoria ospita regolarmente Obama e il suo entourage in occasione dell’Assemblea generale delle Nazioni Unite, oltre ad essere sede dell’Ambasciatore Usa all’Onu.

Rilassando i toni, il portavoce della rinomata catena alberghiera ha dichiarato ai microfoni diForbes’ che «a New York molti hotel di lusso sono di proprietà di stranieri -come il Carlyle, il Mandarin Oriental, Pierre, Plaza e il Peninsula- pertanto non si tratta di nulla di insolito». Peraltro, i cinesi sono attivi nell’immobiliare statunitense da anni con diversi acquisti eccellenti, dalla sede di General Motors al One Chase Manhattan Plaza, grattacielo di 60 piani ceduto lo scorso anno da JPMorgan Chase & Co. a Fosun International Ltd., il più grande conglomerato privato della Cina continentale. Ma nel caso del Waldorf – l’acquisto più ingente mai effettuato da una compagnia assicurativa cinese nel real estate a stelle e strisce- stupisce il basso profilo dell’acquirente. Anbang non è Fosun. Stando a quanto riporta ‘Fortune’, la società ha appena dieci anni di vita, 30mila impiegati e assets per 114 miliardi di dollari, rappresentando soltanto il 3,6% delle quote di mercato degli assicuratori cinesi, quando il colosso Ping An ne detiene il 14%.

Ciononostante, l’allungarsi della lista della spesa del Dragone, impreziosita dall’ultima icona dell’Hilton, aggiunge una freccia alla faretra dei ‘sinofobici’ riportando alla memoria sgraditi precedenti storici. Forse qualcuno ricorderà quando, tra gli anni ’80 e ’90, in America si parlava dipanico giapponese‘. All’epoca, l’acquisto del Rockefeller Center da parte della Mitsubishi (1989) fu seguito a stretto giro dall’acquisizione dei campi da golf Pebble Beach finiti nei forzieri del tycoon Minoru Isutani (1992). Per un periodo gli investitori locali rimasero tagliati fuori dal mercato, ma i timori si dissolsero non appena la bolla speculativa che affliggeva il mercato azionario e il real estate nipponico scoppiò gettando il Sol Levante in un interminabile periodo di deflazione. In un rapporto del 2011 sugli investimenti cinesi negli Usa, gli economisti statunitensi Dan Rosen e Thilo Hanneman hanno rilevato un’analoga infondatezza nelle preoccupazioni nutrite dai connazionali verso la Repubblica Popolare. Tanto per cominciare, «i cinesi sono più selettivi e hanno una visione di lungo periodo; non hanno alcuna intenzione di gonfiare i prezzi», spiega a ‘Forbes’ Susan Wacther, docente di finanza e real estate presso l’Università della Pennsylvania. D’altra parte, sebbene i 2 miliardi rasi sborsati per il Waldorf possano sembrare una spesa folle, in realtà si tratta di una cifra in linea con gli attuali valori di mercato di Midtown. Addirittura, secondo Wacther, il contratto, che -come si diceva- prevede la gestione per 100 anni alla Hilton lasciando le spese di ristrutturazione ai cinesi, «è un caso da studiare per capire come si può trarre vantaggio da un investimento in-and-out».

Ma sopratutto – va ricordato – accordi come quelli stretti tra Anbang e l’Hilton sono un eccezione non la norma. «I capitali cinesi fluiscono in modo diverso da quelli giapponesi», spiega all’‘International Business Times’ Patrick Chovanec, esperto di economia cinese presso Silvercrest Asset Management, «provengono perlopiù da famiglie e privati piuttosto che da società».

Il motivo è strettamente collegato allo stato di salute dell’immobiliare cinese. Negli ultimi tempi, gli addetti ai lavori hanno manifestato una certa apprensione per l’inarrestabile discesa dei prezzi del real estate, considerata come una possibile minaccia per la tenuta della seconda economia mondiale; in agosto l’andamento discendete dei prezzi ha marcato il suo quinto mese consecutivo. Mentre la crisi finanziaria dell’Occidente si è tradotta in una brusca frenata per l’export del Made in China, nel 2008 il Governo di Pechino ha puntellato la crescita nazionale varando un pacchetto di stimoli confluiti prevalentemente in infrastrutture e attività fisse. Gli effetti più visibili sono le foreste di grattacieli che costellano la Repubblica popolare e l’insana dipendenza del Dragone dal suo real estate. Oggi l’immobiliare conta per il 16% del Pil nazionale, mentre, difronte alla volatilità dei mercati azionari, il mattone continua ad attestarsi come destinazione favorita per i risparmi dei cinesi.

Temendo di inabissarsi in un ‘decennio perduto’ alla giapponese o in una crisi dei subprime all’americana, negli ultimi due anni Pechino ha adottato diverse misure volte a raffreddare il real estate (allentate solo di recente), limitando l’acquisto di più abitazioni. Fattore che ha spinto i nuovi ricchi a cercare destinazioni alternative per i loro investimenti. Nonostante il Governo scoraggi la fuoriuscita di denaro dal Paese, imponendo un limite di 500mila dollari a persona, non è difficile mettere al sicuro i propri risparmi oltreconfine in proporzioni ben maggiori. C’è chi «scambiandosi conti correnti o utilizzando altri metodi» riesce a far arrivare a destinazione fino a un milione di dollari.

Dopo il crollo del mercato americano nel periodo 2007-2010, nelle principali città statunitensi i prezzi dell’immobiliare sono sprofondati fino a raggiungere livelli più che appetibili per gli affezionatissimi del mattone come bene di rifugio. E nonostante la progressiva ripresa, acquistare un appartamento negli States risulta ancora più conveniente che in altre parti del mondo. A farne le spese Hong Kong, Shanghai e Singapore, un tempo mete predilette degli investitori cinesi, ma ormai non più considerate un buon affare. Stando al Prime International Residential Index di Knight Frank, la prima società di consulenza immobiliare a livello mondiale, il costo di un appartamenti di lusso nell’ex colonia britannica si aggira tra i 4100-5000 dollari per piede quadrato, contro i 2100-2500 dollari di Manhattan e Sydney.

Il cuore della Grande Mela sta vedendo un rimescolamento delle fonti d’investimento, fino all’altro ieri provenienti in massima parte dalle tasche degli oligarchi russi. Il degenerare della crisi ucraina ha spinto molti a lasciare gli Stati Uniti paventando un ulteriore inasprimento delle sanzioni imposte da Washington ai danni della Mosca imprenditoriale. Al posto dei russi sono arrivati i cinesi. Motivati dall’allettante possibilità di fare business e assicurare al contempo un’istruzione di stampo occidentale ai propri figli, i cinesi sono diventati primi per numero e valore di immobili nel cuore della metropoli. Non a caso le zone più gettonate sono proprio quelle che ospitano prestigiose Università, sulla scia di una tendenza che vede il 64% della popolazione cinese con ricchezze per oltre 1,6 milioni di dollari avere in programma di emigrare alla ricerca di un’educazione e condizioni ambientali migliori.

Secondo quanto riportato alla Reuters dal broker di Sotheby International, Nikki Field, nei primi tre mesi del 2014 i cinesi sono arrivati a coprire il 28,5% della sua clientela contro il 19% dell’anno precedente. Di solito scelgono proprietà da 1-5 milioni di dollari – spiega -, e può capitare che ne comprino due tre alla volta semplicemente con fini speculativi. Eppure ultimamente sembrano cominciare ad ampliare la gamma del proprio shopping, spaziando dalle sontuose ville di Long Island ai costosissimi appartamenti di One57, il nuovo grattacielo progettato dal vincitore del Premio Pritzker, Christian de Portzamparc, a pochi metri da Central Park. Alcuni si rivolgono a broker specializzati nella clientela d’oltre Muraglia con un debole per feng-shui, altri operano dalla Cina senza nemmeno mettere piede a New York. E’ questo il caso della vendita di due proprietà da 13 milioni di dollari nel BaccaratHotels & Residences interamente condotta attraverso il social network cinese WeChat.

Il trend non sembra dispiacere a Washington che, anzi, per incentivare nuovi arrivi dall’altra sponda del Pacifico ha provveduto a rilasciare ai cinesi 6896 visti EB-5, quelli che permettono di ottenere la residenza permanente a chi investe almeno 500mila dollari. Tanto per capirci, a seguire ci sono i sudcoreani a quota 364.

 

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