martedì, Luglio 27

Il voto negli Stati Uniti. Chi ha perso davvero in Alabama? L’esito del voto è un campanello d’allarme per la leadership repubblicana

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La sconfitta del candidato repubblicano alle elezioni suppletive per il seggio senatoriale dell’Alabama, il contestatissimo ex Chief Justice Roy Moore, è stata presentata da più parti come l’ennesima sconfitta per la linea di Donald Trump e, in taluni casi, come una sua sconfitta personale. Tuttavia, come spesso accade, i contorni della vicenda appaiono più sfumati. Indubbiamente, la perdita di un seggio ‘sicuro’ come quello dell’Alabama pone al Partito repubblicano seri problemi di maggioranza, ora al Senato su un risicato 51 a 49 e con la prova di midterm (tradizionalmente pericolosa per la formazione che esprime il Presidente in carica) sempre più vicina. D’altra parte, un successo di Moore, se da un lato avrebbe aiutato il partito in termini numerici, avrebbe rischiato, dall’altro, di influire negativamente sulla sua compattezza, contribuendo ad approfondire il solco che già esiste fra la sua componente ‘mainistream’ e le ali radicali, impegnate da tempo in una dura lotta sotterranea. Significativamente, già durante le primarie, il successo di Roy Moore contro il ‘trumpiano di ferro’ Luther Strange era suonata come una sorta di ‘sconfessione’ da parte degli elettori di un candidato che non aveva mai nascosto la sua adesione alle posizioni dall’amministrazione.

All’epoca, dietro a Moore (sconfitto nel 2006 nella corsa al seggio governatoriale e nel 2010 nelle primarie per la stessa posizione) si era raccolta una variegata coalizione che aveva il suo pilastro nel movimento evangelico, con cui il candidato continua a vantare solidi rapporti. Ad esso si erano aggiunti, fra gli altri, Steve Bannon, ex Chief Strategist della Casa Bianca, e Sarah Palin, già candidato alla vicepresidenza nel 2008; due figure importati, anche per la capacità di catalizzare, nelle loro posizioni, gli umori di un certo tipo di ‘voto bianco’ normalmente associato all’ attuale amministrazione. In effetti — nel commentare la vittoria di Moore — era stata rilevata la vicinanza di molte sue posizioni a quelle del Presidente; egualmente, era stato sottolineato il sostegno tiepido che Trump aveva offerto a Strange e la sollecitudine con cui aveva tentato (senza grande successo) di fare dimenticare tale sostegno dopo la vittoria di Moore; tutti elementi che – insieme al ruolo svolto nella campagna di Moore di figure tradizionalmente legate all’entourage presidenziale – avevano fatto pensare a quest’ultimo, più che allo stesso Strange, come al vero candidato della Casa Bianca.

Tuttavia, la vittoria dell’ex Chief Justice avrebbe rappresentato, per Donald Trump, più un elemento di debolezza che di forza. Come detto, l’arrivo al Senato di Moore avrebbe rischiato di mandare in frantumi il fragile equilibrio su cui la maggioranza oggi si fonda. Esso avrebbe potuto, in altre parole, favorire un nuovo ‘slittamento a destra’ del partito. L’inasprimento del confronto sia all’interno del Grand Old Party, sia con l’opposizione democratica è, in larga misura, causa dell’attuale situazione di stallo; una situazione di cui l’amministrazione paga il prezzo più elevato, tanto in termini di consenso quanto di credibilità. Paradossalmente, la sconfitta di Moore potrebbe, quindi, fungere da fattore di stabilizzazione, portando un po’ più ‘verso il centro’ la barra del timone congressuale e favorendo l’emergere di posizioni meno polarizzate. Lo scarto ridotto che ha separato Moore dal vincitore democratico, Doug Jones (meno di 21.000 voti, con percentuali di gradimento, rispettivamente, del 48,4 e del 49,9%), è un chiaro segnale di come l’esito finale sia stato deciso, più che dalla capacità del secondo di raccogliere consensi in uno Stato tradizionalmente ostile, dall’incapacità del primo di mobilitare compattamente il voto dei sostenitori del Grand Old Party.

Ovviamente, non esistono le basi per evidenziare un’inversione di tendenza rispetto alla ‘corsa agli estremi’ che negli ultimi anni pare caratterizzare la vita politica statunitense. L’esito del voto in Alabama appare anzi, per molti aspetti, il prodotto accidentale di una campagna gestita male da un candidato già in sé vulnerabile. E’, tuttavia, un campanello d’allarme per la leadership repubblicana, soprattutto in vista dei prossimi appuntamenti elettorali. A quasi un anno dall’ insediamento, amministrazione e Congresso non paiono ancora avere trovato la sintonia necessaria ad approvare alcun atto davvero importante. In questo contesto, l’eccessiva accentuazione dello scontro ideologico (dentro e fuori il partito) rischia di essere controproducente. Il voto statunitense è di norma ‘pragmatico’ e legato alla capacità dei diversi candidati di soddisfare in maniera concreta gli interessi del territorio che sono chiamati a rappresentare. Una regola che, per molti aspetti, Roy Moore sembra avere dimenticato ma che non sembra essere sfuggita alle tante figure di punta del GOP (Ted Cruz, Mitt Romney, John McCain, Mitch McConnell, John Kasich, Mike Lee, Steve Daines e tanti altri) che nelle settimane passate hanno via via ritirato il loro sostegno alla sua candidatura.

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