mercoledì, Maggio 12

Il voto, la politica e la piazza

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Chi ha votato (o non votato) ha ‘votato’ comunque soggettivamente bene in una società ampiamente informata come la nostra, avendo a disposizione una messe di strumenti attraverso i quali sapere come stanno le cose, e chi siano le persone. E siccome ciascuno ha una riconoscibile identità e valore, dopo lamentarsi non vale. Si tratti di Maria Elena Boschi o Beppe Grillo, Silvio Berlusconi o Matteo Renzi, Matteo Salvini o di quel Mario Draghi che su tutti incombe, così come dei loro equivalenti territoriali appena passati per le forche caudine del voto locale. Per fortuna siamo anche il Paese dei ‘grandi vecchi’ Arnaldo Pomodoro, Stefano Rodotà, Dario Fo, Eugenio Scalfari, Sergio Zavoli, Tina Anselmi, Andrea Camilleri, Gillo Dorfles, Umberto Veronesi, citando alcuni per tutti. Ma soprattutto il Paese ed i paesi, e le città, di Anna, Franca, Franco, Laura, Ernesto, Piera, Mario, Enzo e via dicendo, ridando valore ad ogni nome e storia al di là della melassa di bene e male, buoni e cattivi (o cattivi e buoni), di tutto e il contrario di tutto che si incontrano e mischiano generando dall’indistinzione insofferenza personale e collettiva. E’ il valore che supera la ‘strategia dell’arroganza’ di molti, errata risposta alla errata e ricorrente nostrana passione per l’’uomo forte’, preponderante almeno sino alla reazione di chi non ha ancora la forza di ribellarsi apertamente, ma intanto magari la trova nell’urna delle elezioni comunali e poi di un referendum autunnale.

Fortunatamente la storia e la vita hanno fantasia e felice imprevedibilità, così che proprio dalla più ‘anacronistica’ delle istituzioni arriva la vita, il calore e l’abbraccio di misericordia di Francesco. Che ci riporta ad altro richiamando, lui sì, ad occuparci della ‘politica alta’, quella che riguarda realmente le persone e la loro felicità. Per stare alle indicazioni di Jorge Mario Bergoglio, uso oculato e onesto delle risorse pubbliche, solidarietà verso i più deboli, politiche redistributive, attenzione agli anziani, accoglienza agli immigrati e ai diversi da noi, dialogo con tutti, protezione delle famiglie, cura e valore di ogni singolo individuo, supporto ai giovani e a chi cerca lavoro, tutela dell’ambiente… In sintesi: «Il denaro deve servire, non governare» e «una riforma a partire dall’etica» visto che «l’iniquità genera sempre violenza». Un ‘vaste programme’ che a differenza del sarcasmo presidenziale francese può non essere solo pretenziosa utopia. Molto altro, e di concreto, all’orizzonte nazionale, europeo e mondiale purtroppo non si vede.

Per il resto la politica dei ‘partiti’, con la sua strumentalizzazione di tutto e tutti, anche delle parole appena ricordate, affascina sempre meno persone. Poi c’è, invece e per fortuna, la politica della piazza, dell’incontrarsi liberamente nell’agorà, costruendo assieme dialogo e prospettiva, ponendo da parte i propri personali interessi e mettendosi a disposizione per quanto possa essere scomodo e costare. Convinti che davvero un giorno, anche imminente, si possa andare «verso un regno dove buongiorno vuol dire veramente ‘Buon giorno’» come indicava Cesare Zavattini. Un viaggio in realtà possibile solo creandone le condizioni quotidianamente con le proprie mani. Vale da subito, per le elezioni amministrative in corso come per tutti gli altri appuntamenti politici e sociali, ché se vivissima è la classe politica, in meno brillanti condizioni sta la passione politica. E allora così, giusto per provare almeno ad indicare una prospettiva di speranza al nostro scombiccherato Paese, continuiamo a cercare testardamente di individuare e raccontare parti e lacèrti di questa politica della piazza. Che rappresenterebbe quantomeno una possibilità vincente se in tanti si alzassero rivendicando la propria identità, ed il personale e collettivo protagonismo.

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