martedì, Settembre 28

Il voto cieco delle europee Gli effetti negativi di una campagna elettorale dominata da questioni nazionali. Intervista a Michele Sorice

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Le elezioni europee del 25 maggio infileranno un’asticella nei serbatoi di consenso del governo e dei partiti. Almeno, così pensa chi le considera un test a uso nazionale. Beppe Grillo, ad esempio. “È un voto politico. O noi o loro”, ha detto il leader del Movimento 5 Stelle alla trasmissione ‘Porta a Porta’ il 19 maggio, riferendosi in particolare al presidente del Consiglio e segretario del Partito democratico Matteo Renzi, che Grillo sollecita a dimettersi da capo dell’esecutivo in caso di vittoria del M5S. L’ex sindaco di Firenze la pensa in altro modo. “Le elezioni europee non sono un referendum su di me. E nemmeno sul governo”, aveva detto a marzo in un’intervista, e il 21 maggio ribadirà il concetto nel programma ‘Bersaglio mobile’, secondo le anticipazioni: “Non c’è mai stato, in nessun Paese europeo, un nesso tra il risultato delle europee ed il governo”. Comunque, ha aggiunto, “domenica c’è un derby tra chi evoca il terrore e chi prova a cambiare”.

Il punto è che domenica ci sarà soprattutto l’elezione dei 73 deputati italiani (su 751) del Parlamento europeo, che rappresenta 500milioni di cittadini in 28 Stati e ne influenza le vite con le leggi che partecipa a realizzare. Una tornata diversa dalle precedenti, fra l’altro, perché la nuova assemblea avrà voce in capitolo nella scelta del capo dell’esecutivo Ue, il presidente della Commissione. “Di Europa, si deve parlare”, recita lo slogan di uno spot della Rai a proposito del voto, ma il marchio di test degli equilibri politici interni attribuito dai partiti alle consultazioni europee non aiuta. Su quanto sia profondo questo marchio e sui suoi effetti abbiamo parlato con Michele Sorice, docente di Comunicazione politica all’università ‘Luiss – Guido Carli’.

 

Professor Sorice, nella campagna elettorale per le elezioni europee del 25 maggio si è parlato più di Europa o di questioni riguardanti la politica interna?

Si è parlato quasi solo di politica interna, direi: l’Europa è stata assente. I leader più conosciuti hanno evitato accuratamente di parlare delle politiche europee, ad esempio quelle economiche, fiscali e per i giovani, dello sviluppo europeo e dell’integrazione. Capisco che sono temi complessi, ma sono anche ciò per cui votiamo. La linea futura dell’Unione dipenderà dalla nuova composizione del Parlamento europeo e dal nuovo presidente della Commissione, ma i leader politici e i partiti italiani ignorano questo fatto.

Tutti allo stesso modo?

Noto una piccola scollatura fra i piccoli e i grandi. I grandi sono più concentrati sulle questioni nazionali. Renzi gioca una partita interna, una sorta di referendum su se stesso e sui primi mesi del suo governo. Berlusconi sta usando la carta della rilegittimazione, appoggiando posizioni tradizionalmente del centrodestra ma di attacco frontale verso Renzi. Grillo gioca la partita della delegittimazione di entrambi gli avversari, molto spesso usando insulti per entrare nei media, come peraltro ha fatto fisicamente nel salotto di Vespa. Fra i piccoli, invece, il profilo è diverso. Ci sono due esempi, uno per schieramento. Giorgia Meloni (leader di Fratelli d’Italia, nda) ha cercato di parlare d’Europa, di politiche giovanili, anche se in modo flebile. La Lista Tsipras (Alexis Tsipras, politico greco candidato della Sinistra europea alla presidenza della Commissione Ue, nda) ha fatto la stessa cosa, provando ad avere un progetto per l’Unione e proponendo la candidatura di Tsipras. Queste mi sembrano le uniche eccezioni: gli altri giocano una partita nazionale.

Ma perché accade questo? C’è anche il timore di parlare dei temi europei?

Secondo me ci sono due regioni. La prima è che parlare di questioni europee è difficile e si presta male all’attuale politica ipermediatizzata, basata moltissimo su slogan e meccanismi populistici. Parlare di Unione europea significa parlare di cifre e progetti, che non sono facilmente mediatizzabili. La seconda ragione è che ogni elezione in Italia, incluse quelle locali, è usata come referendum sul governo o sull’opposizione; è un tipico tratto italiano.

Quanto si sono impegnati i partiti nella comunicazione per le europee?

Mi sembra si siano impegnati, ma su questioni interne, come si nota dagli slogan e dai manifesti ‘sei per tre’ in tutte le città. La loro comunicazione o conforta i cittadini sugli impegni presi o punta a conquistare un pezzo dell’elettorato altrui, ma sempre su questioni nazionali. È un fatto abbastanza curioso, perché l’esito delle elezioni non cambierà lo scenario politico italiano. Non lo muterà la richiesta di un nuovo governo da parte di Grillo, ad esempio. Ci sono state prese di posizione anche formalmente scorrette. Si può anche parlare dei cambiamenti negli equilibri elettorali interni, ma mi sembra forzato. L’impegno c’è stato, quindi, ma con poca passione.

Sono emerse tendenze dagli slogan?

Un paio, direi. Da un lato c’è il riferimento a questioni interne anche a proposito dell’Europa. La Lega Nord, ad esempio, ne parla in modo strumentale per dire no all’euro e agli immigrati. La prima tendenza, quindi, è l’uso strumentale dell’Europa per dire no a qualcosa. La seconda è la negativizzazione dell’avversario, cioè la sua delegittimazione, il farlo apparire più brutto del diavolo; una tendenza dominante, in questo frangente.

Anche nelle precedenti campagne elettorali per le europee si ebbe la stessa situazione?

Da una parte, usare l’Europa a fini interni è caratteristico dell’Italia, così come le elezioni locali sono considerate un ‘termometro’ politico nazionale. In passato, però, le campagne elettorali per le europee erano più concentrate sull’Europa e su grandi temi come la moneta unica e l’integrazione, comunque sempre con la politica nazionale sullo sfondo. Nelle strategie comunicative si dava l’impressione che l’Europa fosse un obiettivo, mentre in quest’ultima campagna mi sembra assente. Compare un po’ casualmente.

I media contribuiscono a questa situazione?

I media procedono per semplificazione: è un loro tratto ineliminabile, perché hanno bisogno di ridurre la complessità del reale. Nell’attuale processo di allontanamento dall’Europa a favore di una battaglia giocata sulle leadership dei partiti, probabilmente i media sono facilitati in questa attività: è la politica stessa a semplificare il dibattito. I media, dunque, non sono responsabili del processo ma lo legittimano, e certo un leader che ne insulta un altro è più spettacolare di una pacata discussione su cifre e temi europei.

Negli altri Stati dell’Unione europea il mondo politico si comporta allo stesso modo?

La cornice nazionale è presente anche negli altri Paesi, ma in modo diverso. In Gran Bretagna, ad esempio: la scorsa settimana ci sono stato per seguire la campagna elettorale sul voto europeo, che lì si terrà domani. Mi sembra che anche là ci sia stato un risvolto nazionale, ma i temi sono stati molto più di natura europea. La campagna contro l’Ukip (United Kingdom Independence Party, partito euroscettico, nda) ad esempio, ha messo in risalto la dimensione disgregatrice di un eventuale allontanamento della Gran Bretagna dall’Unione, e lo stesso hanno fatto i nazionalisti scozzesi e il partito del premier Cameron.

Tornando all’Italia, che effetto ha questa comunicazione politica distorta sui cittadini?

Innanzitutto, in questo momento la politica sta perdendo quasi del tutto il suo ruolo di carattere pedagogico, l’educare al senso delle istituzioni, che dovrebbe essere funzione anche delle campagne elettorali. Non parlare dell’oggetto per cui si va a votare e delle funzioni dei parlamentari europei significa far perdere ancora di più il legame con le istituzioni dell’Unione, già abbondantemente indebolito. Il secondo effetto negativo è il rischio che cresca l’apatia, poiché si vota per un parlamento lontano che sembra poco interessante, per di più con una campagna elettorale su questioni per le quali cui non andiamo a votare. Questo potrebbe facilitare il ‘political derailment’, il disallineamento politico, il processo attraverso il quale anche gli elettori più fidelizzati mostrano segni d’insofferenza e sfiducia verso il proprio partito e scelgono di astenersi. Non parlare di temi reali, peraltro con una campagna elettorale rabbiosa, potrebbe rafforzare il senso del non voto, con l’idea che le elezioni europee siano inutili. Riconosco che il non voto ha una valenza politica, ma è una sconfitta per la democrazia.

Rischiamo anche di mandare alla cieca deputati nell’Europarlamento?

Sì, questa situazione implica anche il perdere di vista le candidature, comprese quelle di qualità presenti. Abbiamo la possibilità di esprimere tre preferenze ma non conosciamo i candidati, scomparsi di fronte ai leader o ai capilista. Per anni ci si è battuti contro il Porcellum (la legge elettorale in vigore, bocciata dalla Corte costituzionale, nda) e l’impossibilità di esprimere preferenze, ma in questo caso che possiamo farlo non conosciamo i candidati. Sui giornali non appaiono, ci sono solo nei ‘santini’ che si distribuiscono, peraltro meno che in passato per problemi economici. Il risultato è che votiamo per i leader o i partiti anche quando possiamo scegliere i candidati.

Quanta parte dell’elettorato considera davvero le europee un referendum sul governo o un’occasione per lanciare messaggi ai partiti, secondo lei?

Esprimo un’opinione personale, in mancanza di dati scientifici. Credo che gran parte dell’elettorato sia un po’ stanco di dover votare continuamente in questo modo, senza comprendere la progettualità elettorale e la funzione del proprio voto, e ho paura che il tentativo di creare identità attraverso lo scontro fra schieramenti possa sortire l’effetto contrario: il disinteresse o l’allontanamento dal voto. Gli elettori italiani, o almeno la gran parte, sanno che sono elezioni europee e pretendono di più. Il rischio di una massiccia forza di non votanti è reale.

Come si potrebbe ‘riportare sui binari’ la comunicazione politica delle europee?

È molto difficile, perché i partiti in questo momento sono molto personalizzati. Quando alcuni anni fa Mauro Calise parlò di partito personale si riferiva all’intero sistema, alle leadership e alle strutture dei partiti, non solo a Berlusconi. In questo frangente politico beni collettivi come l’Europa faticano ad affermarsi: è più facile fare campagna elettorale su temi personalizzabili, ‘io farò questo’ e così via. L’Europa ha bisogno sia di un elettorato che creda nel cambiamento collettivo sia di partiti come valore aggiunto. Mi sembra che al momento i partiti non lo siano, e non solo per questioni di strategia comunicativa: qualunque strategia rischia di scontrarsi con la struttura e l’organizzazione attuali dei partiti italiani. Forza Italia è fortemente radicata sul leader proprietario Berlusconi. Il Movimento 5 Stelle, pur somma di realtà diverse, è molto ancorato a Grillo, al blog e alla sua proprietà del marchio; il Movimento non è un partito personale in senso tradizionale, ma ‘in franchising’. Il Pd tradizionalmente non era personale, ma negli ultimi mesi si è trasformato in questo senso perché molto legato alla figura del suo segretario Renzi, che è anche presidente del Consiglio. È difficile cambiare strategia comunicativa con questi partiti e questi leader.

 

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