martedì, Agosto 3

Il volto delle donne nel futuro della Libia

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Proprio mentre si discute di quale futuro ci sarà per la nuova Libia, mentre tutto il mondo è impegnato a pensare alle fazioni divise e ai militari schierati, uno sguardo alla cultura di questo Paese al centro delle nostre cronache è d’obbligo. Si è discusso moltissimo negli ultimi tempi sul ruolo che la donna possiede nelle società musulmane. Ricordiamo con non troppa simpatia le seducenti donne di Gheddafi che quasi senza veli accompagnavano il Rais nella sua tenda (si ricorderanno le ‘vacanze romane’ del Raís), oggi nel futuro delle donne libiche pare esserci una Sharia opprimente come un macigno.

Nei negoziati per l’accordo politico nazionale, il mondo politico femminile è rappresentato nelle diverse delegazioni, ma nessuna commissione è guidata da una donna”; la nuova Libia nascerà declinata al maschile? Probabile, ma il ruolo delle donne sarà essenziale nella costruzione della nuova Libia, donne coraggiose “che si battono per i loro diritti, anche al costo della propria vita, come per esempio la professoressa Salwa Bughaighis, assassinata il 25 Giugno 2014, il giorno delle elezioni libiche, per mano jihadista”. Chi parla è Farid Adly, giornalista libico da oltre 40 anni in Italia, tra gli osservatori più attenti del Medio Oriente e della Libia post-Gheddafi in particolare.

 

Farid, come sono considerate le donne nella cultura libica tradizionale prima dell’ingresso in scena di Gheddafi?

La Libia è un Paese che per 5 secoli è stato sotto il dominio dell’impero Ottomano, al margine dei grandi movimenti rinnovatori della vita politica e sociale che hanno scosso il mondo arabo. Tranne che per il periodo dell’autonomia della dinastia Karamnli e per la nascita della confraternita senussita, la Libia ha subito una lunga fase di degrado economico che si è riflesso sulla vita sociale. Se in Egitto, i primi movimenti per l’emancipazione della donna risalgono ai primi del secolo scorso, in Libia questi movimenti sono nati soltanto nel secondo dopo-guerra, nei primi anni d’indipendenza dal colonialismo italiano. Con la partenza dei soldati italiani e l’installazione del mandato britannico, concesso dalle Nazioni Unite, si constata che l’analfabetismo colpiva oltre il 90% della popolazione maschile e quasi la totalità delle donne. Le prime scuole per i libici, uomini e donne, ma in classi separate, sono nate nel 1952, con l’indipendenza e l’instaurazione della monarchia. Risale a quella fase la nascita della prima associazione di donne libiche che aveva un ruolo limitato al sostegno delle donne sole, a incentivare la scolarizzazione femminile ed all’educazione alla salute. La diffusione capillare di questi messaggi è avvenuta con l’inaugurazione delle prime trasmissioni radio, nel 1957. Il mercato del lavoro offriva alle donne soltanto ruoli tipicamente femminili: infermiere, insegnanti e nel settore tessile. Con la scoperta e esportazione del petrolio, lo sviluppo economico del Paese ha aperto molte strade alle donne che sono diventate avvocate, insegnanti universitarie, ministre, giornaliste e scrittrici. Un numero sempre maggiore di donne abbandonava i vestiti tradizionali con il fazzoletto che fascia la testa coprendo i capelli, per indossare vestiti ‘all’egiziana’, come venivano chiamati, che davano maggiore libertà di movimento alla persona. La società libica è una società fortemente maschilista, ma in alcune realtà dove la donna ha un ruolo attivo nell’economia locale, come per esempio tra le popolazioni nomadi, in particolare i Tuareg, la donna ha conquistato un ruolo attivo e determinante.

Poi è arrivato Gheddafi. Quella delle donne è stata una strumentalizzazione oppure sottomissione ad un Governo liberale solo di facciata?

Il regime di Gheddafi non è mai stato liberale. Il suo finto laicismo era soltanto di facciata per ridurre al massimo l’influenza delle moschee nella vita politica del Paese. Nei 42 anni di dittatura, l’economia del Paese fortemente dipendente dal petrolio ha permesso una diffusa scolarizzazione e l’ingresso massiccio delle donne nel mondo del lavoro su vasta scala e non limitatamente ad alcuni settori. Le scuole rimanevano a classi separate, tranne che per l’Università, e le rivendicazioni dei movimenti femminili hanno strappato leggi più egualitarie, come la cancellazione della poligamia. Una conquista importante, pur essendo soltanto teorica, perché le pratiche millenarie non si cancellano con una norma. Lo dimostra che il tiranno era sposato con più di una donna e nel suo bunker, dopo la sua fuga, è stata scoperta una clinica geologica per gli aborti forzati delle donne che abitualmente violentava.

Nella società libica del post Gheddafi la donna quali ruoli e responsabilità è riuscita ritagliarsi?

Nella rivoluzione tradita del 17 Febbraio 2011, le donne hanno assunto un ruolo importante. Tre donne facevano parte del CNT (Consiglio Nazionale Transitorio) che guidava i territori liberati dal regime e nelle piazze molte donne sono scese a manifestare ed a organizzare i servizi di supporto alla causa: non solo nelle retroguardie per cucinare e medicare, ma anche in settori chiavi come l’informazione. Il Media Centre era formato principalmente dalle studentesse della facoltà di comunicazione dell’Università di Bengasi. Molte donne libiche che hanno vissuto all’estero, al loro ritorno in patria hanno contribuito alla creazione di movimenti femminili avanzati che si battevano per la parità dei diritti e per la fine di ogni discriminazione. Nella società civile libica di questa fase, le donne avevano assunto un ruolo attivo e propositivo, con forza e determinazione; rivendicazioni proclamate con grandi manifestazioni di massa e con petizioni. La svolta islamista ha soffocato sul nascere quelle speranze, chiudendo anche le istanze di libertà per tutta la società libica.

Si è molto discusso della condizione femminile nei Paesi mediorientali dopo la caduta dei regimi autoritari, qualcuno sostiene ci siano stati dei passi indietro altri dei progressi.

Dipende da un Paese all’altro. In generale il primo clima di libertà e di democratizzazione ha permesso di ampliare gli orizzonti del campo di azione delle donne, ma i movimenti oscurantisti, che hanno preso il potere o scatenato la guerra civile, hanno imposto un giro di vite contro l’emancipazione femminile, con il pretesto dell’interpretazione letterale dei testi religiosi di 14 secoli fa. Oltre ai passi indietro nelle legislazioni, come si è tentato nell’Egitto del Governo dei Fratelli Musulmani o nella Libia della guerra civile, i passi indietro sono avvenuti proprio nel colpire il concetto di liberazione e uguaglianza per costringere le donne in uno spazio di sottomissione. Ad ogni caso, anche nelle realtà più difficili, ci sono tuttora in campo donne coraggiose che si battono per i loro diritti, anche al costo della propria vita, come per esempio la professoressa Salwa Bughaighis, assassinata il 25 Giugno 2014, il giorno delle elezioni libiche, per mano jihadista.

La donna all’interno della società che ruolo ha?

Nelle condizioni di guerra, il ruolo sociale delle donne è fortemente ridotto ai ruoli di supporto. E’ vero che ci sono molte donne parlamentari ed alla guida di molte istituzioni sociali, come le ong per l’assistenza e la carità, ma nell’economia del Paese le donne sono sicuramente in posizione arretrata, anche per l’imposizione in alcune zone dove dominano gli islamisti del divieto di viaggiare senza l’accompagnamento di un parente stretto maschile.

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