martedì, Settembre 21

Il volontariato dei medici Le voci di Medici Senza Frontiere e della fondatrice di Rafiki, Pediatri per l’Africa

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Trovarsi nel posto giusto al momento giusto, davanti ad un episodio che tocca le tue corde più sensibili, che smuove qualcosa dentro di te. Ti senti in dovere di far qualcosa, di aiutare gli altri, di toccare con mano la difficoltà e il disagio e attraverso quest’esperienza cerchi di dare un senso all’esistenza, un significato profondo che è Vita. Anche se sei un professionista affermato, riconosciuto nel tuo campo, abile con i pazienti, puoi sentire l’esigenza di arricchire le tue conoscenze mettendoti alla prova in realtà delicate, uscire dal tuo studio accessoriato e cimentarti sulla strada, nei villaggi o sulla banchina aspettando l’ondata di migranti.

Ci sono diverse associazioni che operano con questi presupposti, capofila, per anni di esperienza e per spiegamento di forze è sicuramente “Medici Senza Frontiere“, che dal 1971 opera per portare assistenza medico sanitaria in posti d’emergenza come l’Africa e il Medio Oriente. “Le situazioni più frequenti sono epidemie, catastrofi naturali e conflitti, ma, nel corso degli anni, si sono aggiunte anche malnutrizione cronica e in generale tutti quei contesti dove è complicato l’ accesso a cure e medicinali. Portiamo soccorso medico e sanitario, laddove sia necessario, distribuiamo acqua e generi di prima necessità, la nostra è un’attività diversificata”, afferma Stefano Zannini, responsabile del dipartimento di supporto alle operazione di Medici Senza Frontiere.

Ci sono giganti che hanno conquistato la fiducia dell’opinione pubblica col duro lavoro protratto nel tempo e realtà emergenti che si fondano sul medesimo concetto di volontariato, come l’associazione “Rafiki-Pediatri per l’Africa”, fondata nel 2007 dalla Dottoressa Maria Pellosio: “Nasce nel 2007 da una mia idea e da allora, insieme ad un gruppo di medici veneti, abbiamo lavorato come pediatri un paio d’anni, principalmente in Kenya, fino ad assistere anche gli adulti, in quanto notavamo che nei villaggi i bambini erano accompagnati dalle famiglie che chiedevano a loro volta aiuto. Mi sono sentita in dovere di fare qualcosa per questi Paesi, proponendo ai colleghi un’alternanza di presenza per coprire 15 giorni al mese. Successivamente abbiamo operato in Etiopia e da qualche mese in Burundi”.

L’episodio dell’incipit, quello che fa scattare una molla che necessità di essere reincastrata, nasce proprio da un viaggio della fondatrice e da un confronto con la realtà dei Paesi sub-sahariani, come si legge dal sito , da semplice turista, che fa prendere la consapevolezza di dover fare qualcosa per persone più sfortunate. Realtà spesso taciute, rimaste nell’ombra per troppo tempo, a cui bisogna dare visibilità, ascolto ed aiuto, trasformandosi in veicoli amplificatori per far conoscere al mondo difficoltà lontane solo geograficamente, in un mondo dove tutti siamo illuminati dallo stesso sole e sovrastati dallo stesso cielo.

Quarantaquattro anni di Medici Senza Frontiere non si vivono per caso e Zannini sottolinea alcuni dei punti di forza dell’associazione: “Lavoriamo in prima linea portando soccorso a queste persone, testimoniamo le loro sofferenze e diamo visibilità a tragedie che altrimenti sarebbero trascurate, è questo ciò che ha sempre motivato i nostri operatori. Diamo voce a persone che non ne avrebbero possibilità altrimenti, che meno ricevono da governi o da altre associazioni, in più facciamo quello che diciamo di fare e raccontiamo quello che effettivamente facciamo. Se sbagliamo, facciamo autocritica, tutto è molto trasparente”.

Un’attività di volontariato che presenta però diversi rischi, perché ci si confronta con contesti di guerra, di sofferenza e di povertà. Operare in contesti come l’Africa e il Medioriente è ovviamente ben diverso che svolgere il proprio lavoro nelle parti più civilizzate dell’Europa. Da un lato le realtà violente e le differenze culturali e dall’altro le strutture e i Governi più solidi e collaborativi, la missione è calata nel contesto geografico e sociale e a questo deve adattarsi: “Abbiamo cominciato ad operare in Burundi da qualche mese ma c’è stato un colpo di stato e la Farnesina e le altre associazioni operanti ci hanno sconsigliato di partire per questioni di sicurezza. Dobbiamo salvaguardarci e rispettare la fase politica e sociale del Paese, evitando i rischi di rimpatrio”, conferma la Pellosio.

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