mercoledì, Luglio 28

Il Vesuvio è un problema reale? Intervista a Gianfranco Pannone sul vulcano partenopeo e sul suo documentario

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Nakada Setsuya, vulcanologo e geologo che si trovava nel Cilento in occasione della Conferenza Mondiale dei Geoparchi Ascea, è stato categorico per quanto riguarda il vulcano Vesuvio a Napoli: “Gli italiani farebbero meglio a parlarne e a prepararsi, così da avere un piano per gestire la situazione, evidenziando il netto incremento di segnali preoccupanti a seguito dei forti movimenti interni del magma, che provocherebbero un evento drammatico in caso di possibile eruzione del vulcano per i cittadini che vivono alle pendici del Vesuvio stesso. Una probabile ripresa dell’attività eruttiva implicherebbe infatti un rapido rilascio di tutta l’energia enorme e spaventosa accumulata che potrebbe rivelarsi decisamente maggiore di quella liberatasi con l’eruzione del 79 d.C. che distrusse Pompei ed Ercolano, causando centinaia di migliaia di vittime. Francesco Emilio Borrelli, responsabile regionale campano dei Verdi ha dichiarato “Solo la Protezione Civile nazionale continua a dormire sogni beati rinviando di anno in anno il piano dei Campi Flegrei e non aggiornando quello del Vesuvio”. Recentemente sono stati infatti registrati in quella zona terremoti superficiali, con ipocentro lungo il condotto lavico del Vesuvio ed emissioni di fumo lavico, lungo i fianchi del cono e del cratere. Anche Flavio Dobran, docente della New York University, si è recentemente associato al collega nipponico dichiarando quanto segue: “All’improvviso il Vesuvio, che sonnecchia dal 1944, esploderà con una potenza mai vista. Una colonna di gas, cenere e lapilli si innalzerà per duemila metri sopra il cratere. Valanghe di fuoco rotoleranno sui fianchi del vulcano alla velocità di 100 metri al secondo e una temperatura di 1000 gradi centigradi, distruggendo l’intero paesaggio in un raggio di sette chilometri, spazzando via strade e case, bruciando alberi, asfissiando animali, uccidendo forse un milione di esseri umani. Il tutto in appena 15 minuti”. Lo studioso ha affermato sull’esplosione del Vesuvio: “I nostri test si sono soffermati con particolare attenzione. La conferma viene dalla storia: le eruzioni su larga scala arrivano una volta ogni millennio. Quelle su media scala una volta ogni 4-5 secoli. Quelle su piccola scala ogni 30 anni. Ebbene, l’ultima gigantesca eruzione su larga scala è quella descritta da Plinio il Vecchio: quella che il 24 Agosto del 79 dopo Cristo distrusse Ercolano e Pompei. La più recente eruzione su media scala è quella del 1631, che rase al suolo Torre del Greco e Torre Annunziata, facendo 4.000 morti in poche ore”. Nel frattempo la NATO ha già evacuato alcuni suoi insediamenti militari nell’area, ma questa notizia non è stata diffusa dai giornali perchè coperta da segreto militare.

La diagnosi rassicurante fatta da Paolo Gasparini, vulcanologo, descrive il vulcano come “un cono edificato dai prodotti eterogenei delle eruzioni, poggiato su un basamento di calcare che inizia a 2-3 chilometri di profondità” e per lui nei limiti della tomografia, che non distingue masse inferiori a circa 300 metri di diametro. Per Giuseppe Luongo, napoletano ed ex direttore dell’Osservatorio Vesuviano, invece “Il magma […]spinge e vuole salire a far tremare il suolo della Campania”, dato che potrebbero esistere canali già colmi di magma, rilevanti per la Protezione Civile, che dal bacino più profondo, senza interruzione, risalgono fino alle parti più superficiali, con dimensioni inferiori a quelle registrabili dalla tomografia, e attraverso i quali il magma potrebbe risalire in superficie, senza la resistenza di rocce rigide che lo sovrastano per uno spessore di 10 km, o al contrario trovare una facile via di risalita lungo i percorsi già occupati da masse a temperature elevata. A circa 10 km di profondità la tomografia sismica tridimensionale individua infatti materiali fluidi, interpretati come il bacino magmatico che alimenta il vulcano.

La Regione Campania si è limitata a compiere una ridefinizione della cosiddetta ‘zona rossa’ e del numero di residenti che andrebbero effettivamente allontanati in caso di eruzione del Vesuvio, portando la cifra a 800.000 rispetto ai precedenti 500.000 per quanto riguarda l’area vesuviana e a 400.000 per quella dei Campi Flegrei. Si è pensato fino ad oggi soltanto a piani di evacuazione su strada con trasporto su gomma, ma non a piani di evacuazione via mare con l’ausilio di navi militari. Ci si sta preoccupando soltanto, e sicuramente in maniera tutt’altro che disinteressata, a come richiedere eventuali contributi dall’Unione Europea.

L’assessore Eduardo Cosenza ha dichiarato che il documento del piano di evacuazione definisce la strategia generale prevista nei quattro livelli di allerta (base, attenzione, preallarme e allarme) e descrive le attività previste nelle varie fasi operative per le diverse componenti e strutture operative del Servizio Nazionale di protezione civile, che sono già state condivise con tutte le componenti (Prefetture, Forze dell’ordine, Forze armate, Ministeri competenti, Vigili del fuoco, Capitanerie di Porto, gli Istituti di ricerca e la comunità scientifica, le Società di servizi essenziali, delle telecomunicazioni e dell’energia elettrica) nel corso del Comitato operativo di Protezione civile (svoltosi il 7 agosto scorso presso la sede del Dipartimento della Protezione civile). Esse serviranno alla redazione alle pianificazioni di emergenza dei Comuni interessati, della Regione Campania, delle Regioni che dovranno ospitare la popolazione evacuata preventivamente dai Comuni gemellati, e di tutte le altre strutture operative coinvolte nell’ambito di una emergenza per il rischio Vesuvio. Tali disposizioni seguono la direttiva del presidente del Consiglio, proposta dal Dipartimento nazionale di Protezione civile e dalla Regione Campania, pubblicata nella Gazzetta Ufficiale del 12 maggio scorso: la ‘nuova zona rossa’ e i gemellaggi tra ciascun Comune incluso in questa area e le Regioni e/o le Province autonome. Il documento che contiene le linee da seguire dovrà ora essere approvato dalla Conferenza unificata Stato-Regioni.

Come denuncia Giovanni Lannes, noto giornalista investigativo, lo scenario atteso dalle autorità italiane è catastrofico, eppure sul sito della Protezione Civile l’ultimo aggiornamento visibile alla popolazione risale al 2006. Secondo tali indagini nella fase iniziale dell’eruzione una colonna eruttiva composta di gas e frammenti piroclastici, seguita dalla ricaduta a terra di pomici, lapilli e ceneri trasportati dal vento si solleverebbe fino a 15-20 chilometri di altezza. Il rischio è correlato sia al carico esercitato dalla coltre piroclastica sui tetti degli edifici di cui provocherebbe eventualmente il crollo, sia alle difficoltà respiratorie, alla contaminazione delle colture e dell’acqua, alle difficoltà di autorizzare vie di fuga e agli ingorghi stradali. Il territorio interessato da questi fenomeni, indicato come ‘zona gialla’, comprende 96 comuni delle province di Napoli, Avellino, Benevento e Salerno (circa 1.100 chilometri quadrati e 1.100.000 abitanti). Nella fase successiva, la colonna eruttiva collasserebbe producendo colate piroclastiche che possono raggiungere velocità dell’ordine di 100 km/h e con un enorme potere distruttivo, che impiegheranno 5-10 minuti per raggiungere la costa. Il territorio esposto a questo rischio, definito ‘zona rossa’, comprende 18 comuni (circa 200 chilometri quadrati di estensione e poco meno 600.000 abitanti) che nel periodo dal 1951 al 2001 hanno registrato un sensibile incremento demografico, pari al 56,3 % (da 353.172 a 551.837 abitanti), soprattutto nella fascia costiera e un aumento della densità abitativa tale da rendere questi comuni tra i più fittamente abitati d’Italia, anche per la crescita del numero di abitazioni (da 73.141 a 187.407 edifici). Nella terza fase si possono generare colate di fango anche a distanza di giorni dall’eruzione, con territori di 14 comuni della provincia di Napoli (180.000 abitanti totali) soggetti a rischio, indicati come ‘zona blu’. I comuni di Torre del Greco e Trecase inoltre presentano un’elevata pericolosità da invasione di lave, pur trovandosi ad una certa distanza dal cratere sommitale, e ciò si unisce al problema degli insediamenti umani edificati all’interno delle fasce a rischio. La riuscita del cosiddetto ‘piano di emergenza’, come sottolineano gli esperti, dipende dalla capacità di prevedere l’eruzione del Vesuvio con sufficiente anticipo, con una difficoltà oggettiva, anche se la popolazione fosse adeguatamente pronta e preparata, nell’evacuare una zona densamente abitata, come quella vesuviana: ciò è possibile solo tre giorni prima dell’evento, per un tempo notoriamente insufficiente ad evacuare da 500 a 800 mila persone.

I Campi Flegrei (area ad alta densità di residenti e con rischio di imminenti eruzioni esplosive) sono un’altra zona campana a elevatissimo rischio vulcanico, perché stanno per essere realizzate delle sperimentazioni, di cui la popolazione locale (ed italiana in generale) non è a conoscenza, che spingono delle sonde fino alla caldera sotto il mare di Pozzuoli.  Con il ‘Campi Flegrei Deep Drilling Project, coordinato dall’ingegnere Giuseppe De Natale, per la cifra 15.000 di dollari si monitorerebbe il rischio di terremoti ed eruzioni, oltre che studiare il bradisismo e sfruttare l’energia del sottosuolo. Si è pensato di scavare una galleria sotterranea che per molti risulterebbe invece altamente pericolosa. Numerosi esperti, come il ‘Popular Science’ (con Clay Dillow che si interroga se “il tentativo di difendere i Campi Flegrei […] non possa addirittura peggiorare la situazione”) e la rivista scientifica ‘Nature’, dissuadono per gli effetti disastrosi che le trivellazioni potrebbero avere sul territorio, dato che potrebbero incontrare sulla propria strada del magma sotto pressione, causando delle eruzioni e dei terremoti in tutta la zona intorno al Vesuvio. Benedetto De Vivo, ordinario di Geochimica Ambientale presso l’Università Federico II di Napoli e consulente della Procura sull’area dei Campi Flegrei, ha inviato una lettera al Presidente della Repubblica Giorgio Napolitano in cui ha sottolineato il rischio di effettuare le rilevazioni in prossimità di centri abitati come Bagnoli, allegando pubblicazioni su altri incidenti ‘clamorosi’ avvenuti in Nuova Zelanda e Islanda.

Il 14 novembre il film documentario ‘Sul Vulcano ( in inglese ‘On the Volcano’), diretto e sceneggiato da Gianfranco Pannone, presentato all’attuale 67° Festival di Locarno e distribuito da Cinecittà Luce, sarà proiettato al Nuovo Cinema Aquila di Roma. Questo documentario, come ama definirlo il regista, è stato sostenuto dal Ministero dei Beni e delle Attività Culturali e del Turismo (MiBACT) . Si narrano tre storie di personaggi locali, ritratti quotidiani che uniscono arte e fede, fatalismo e realismo, con uno sguardo poetico ed evocativo personale, per raccontare il rapporto di amore e odio tra il vulcano, oggi quiescente, ma mai spento del tutto, e anche per rappresentare quella parte di umanità che popola le sue pendici. Troviamo infatti le figure di Maria con la sua azienda florovivaistica ai piedi di una villa vesuviana; di Matteo, artista che dipinge utilizzando la lava del vulcano, e di Yole, cantante neo-melodica, la cui devozione per la Madonna rasenta l’idolatria: essi, non essendo attori di professione, vengono seguiti dal regista e sceneggiatore durante il loro vissuto, scegliendone in maniera soggettiva i momenti più rappresentativi nella loro giornata. Un viaggio tra passato e presente della zona vesuviana nei pressi del vulcano, anche con riferimenti a vita, morte, arte, abusi edilizi e minaccia reale, oltre a immagini dell’eruzione del 1906 (cosiddetta pliniana perché il Vesuvio erutto dall’alto ricoprendo le città partenopee di detriti) e di quella del 1944 tratte dall’Archivio Luce, spesso lasciate grezze, a testimonianza dei ‘sedimenti’ lasciati da tale evento nel vivo ricordo dei napoletani stessi. A queste ricostruzioni si affiancano le voci di attori famosi tra i quali Toni Servillo, Iaia Forte, Donatella Finocchiaro, Andrea Renzi, Leo Gullotta, Roberto De Francesco e Aniello Arena, che leggono le parole e gli scritti letterari di poeti, scrittori e filosofi che riguardano il vulcano: da Plinio il Giovane a Sandor Marai, da Giordano Bruno (secondo Gianfranco Pannone un po’ il nume tutelare del film) al Marchese de Sade e infine da Leopardi a Matilde Serao. Il tutto viene arricchito dalle musiche di Daniele Sepe, che aiuta a far rivivere le contraddizioni insanabili di un popolo che nel corso dei secoli ha dato i natali ai più raffinati intellettuali, e capace di slanci impensabili, come anche di insondabili e parossistiche forme di superstizione.

L’area presa in considerazione da Pannone è il Vesuvio, che dà e toglie ai cittadini napoletani, inteso come centro del Mediterraneo, con 27 comuni ad altissima densità di popolazione, che vivono il loro rapporto in stretto legame con la natura. Molti napoletani attuali sembrano aver dimenticato questo fatto e optato per un uso criminale di tale territorio, come testimoniano soprattutto le case costruite sulle antiche strisce laviche.

Egli vorrebbe anche cercare di creare un dibattito sul problema del Vesuvio, molto sentito dai cittadini napoletani, ma che non sembra interessare le istituzioni politiche attuali, che avrebbero dovuto essere stimolate a rispondere in qualche maniera all’allarme sollevato dai vulcanologi, per una nuova eruzione, che lascerebbe i cittadini napoletani impreparati e inermi di fronte a tale possibile tragedia, aggravata anche dagli abusi edilizi presenti nell’area. Pannone definisce tale territorio come un ‘paradiso perduto’, lasciando intuire che non si ritornerà alla condizione precedente, e parte per costruire il film da un concetto che diventa anche una domanda fondamentale: ha fatto più danni il Vesuvio in 2000 anni, oppure l’azione dell’uomo nel corso di un secolo,  quando ha deciso di sfidare la natura stessa più forte di lui? Pannone parla anche dell’energia dei cittadini, che abitano le zone in cima al Vesuvio stesso, e che risulta positiva e più forte della potenza del vulcano, ma che sarebbe bene smuovere per creare una coscienza civile capace di attivare gli animi dei napoletani presenti nella zona.

Un possibile parallelo con ‘Sacro GRA di Gianfranco Rosi muore sul nascere, per la differenza di metodo tra i due registi stessi, accomunati soltanto dal nome e dalla vitalità del cinema in Italia, oltre che dalla volontà di costruire una nuova identità, finalmente lontana dalla maledizione del suo passato. Nel primo regista questo cambiamento si attua nella ricerca di un’opera che non nasconde il proprio intento, pur coprendo la propria voce, scontrandosi così con Pannone che presenta il proprio punto di vista attraverso il mescolarsi con i suoi protagonisti.

Abbiamo intervistato Gianfranco Pannone, regista e sceneggiatore del film-documentario ‘Sul Vulcano’, oltre che attualmente docente al DAMS dell’Università di Roma3.

‘Sul Vulcano’ è più un film di denuncia o un documentario e una volta data la definizione ci spiega perché lo definisce tale?

‘Sul Vulcano’ non è un film di denuncia, ma un documentario (parola sulla quele attualmente c’è molta ambiguità perché come dice la grande attrice Agnès Varda  “Documentare ovvero documentire”: quando c’è un’interpretazione personale si mente e quindi la parola documentario è da prendere con le pinze). Su tale lavoro rivendico uno sguardo poetico ed evocativo d’autore perché racconta una terra bruciata, non per colpa del Vesuvio, ma per tutto ciò che ha attuato l’uomo negli ultimi 100 anni, costruendo anche sulle antiche strisce laviche. Non è registrazione di una realtà, ma un’interpretazione di essa che passa attraverso due aspetti che si incrociano nel film le testimonianze di tre persone (rappresentate da Matteo, Yole e Maria) che vivono ai piedi del Vesuvio e come tali sono una sorta di ‘custodi’ del vulcano stesso e insieme le suggestioni letterarie, affidate alle voci di alcuni grandi attori (tra i quali Toni Servillo, Iaia Forte, Fabrizio Gifuni e Donatella Finocchiaro)  a partire da scritti di Plinio il Giovane fino a quelli del marchese De Sade e da quelli di Leopardi fino a quelli di Curzio Malaparte. Il film è costruito con uno sguardo molto personale e soggettivo, né scientifico, né tanto meno di indagine giornalistica. Non ci sono attori veri, se non nelle voci narranti delle suggestioni letterarie, ma persone reali come protagoniste, che io cerco di rispettare in quanto tali,  per questo tale film viene da me definito documentario. Non si denuncia una situazione, semmai è un film che racconta la terra bruciata e lo considero un viaggio sulle macerie di un paradiso perduto. All’interno di questo film è descritta una questione sociale: la zona intorno al Vesuvio è un area denominata ‘zona rossa’ a causa del potenziale pericolo nel caso di ‘risveglio’ del Vesuvio, attorno al vulcano (escludendo Napoli che da sola conta un milione di abitanti) si trova un bacino con la più alta densità di popolazione esistente in Europa (600mila persone). Questo è un paradosso tutto partenopeo che pone all’attenzione anche una questione sociale.

In questo film c’è quindi una chiave poetica ed evocativa, ce ne parla meglio?

Quando parlo di chiave poetica ed evocativa, intendo che nel film alludo e sottraggo qualcosa al racconto. Non è detto tutto e nemmeno tutto è esplicitato: si tratta l’emozione che questa terra può dare, fatto che diventa per me importante, non tanto perché io possa dare delle risposte certe su questo territorio, sia riguardo al suo rapporto con il passato, sia riguardo a quello presente. Si passa in maniera allusiva anche attraverso i versi di Leopardi e il suo pessimismo ne ‘La ginestra’, che cresce sulla lava, che si porta via tutto ciò in cui l’uomo ha creduto, ma anche attraverso lo stesso volto di Maria o quello di Yole, non necessariamente affidato alla testimonianza e alla parola. Non viene usato infatti il metodo dell’intervista classica, ma la narrazione è affidata ai gesti dei protagonisti e all’espressività dei loro volti, come alla loro devozione, come quando Yole canta una canzone popolare dedicata alla Madonna dell’Arco, che appare ai limiti anche del kitch, ma diventa straordinaria perché intorno a lei ci sono centinaia di fedeli della Madonna. Piuttosto che quella legata all’indagine sociale prevale un’immagine poetica-evocativa con un elemento antropologico per me molto interessante, attraverso il connubio tra cultura alta (rappresentata per esempio da Curzio Malaparte) e bassa (rappresentata invece per esempio dalla versione popolare della canzone dedicata alla Madonna cantata da Yole) che non trovano problemi nel coesistere e che sono fortemente legate anche ai frammenti di poesia presenti nel film. Questo è il mio tentativo e ma provo a realizzarlo in questo modo, ma non sta a me affermare se ci sono riuscito o meno, un tentativo in tal senso.

Nel suo film ritratti quotidiani uniscono arte e fede, fatalismo e realismo (penso a Maria la florovivaista, Yole cantante neomelodica e l’artista Matteo) come mai questa scelta ad altre possibili?

Ho scelto questi testimoni perché innanzitutto non corrispondono a un’idea stereotipata di Napoli e della zona vesuviana. Non sono personaggi teatrali, ma hanno dei volti meravigliosi, come quelli di molti cittadini, che non mi stanco mai di incontrare e di osservare, benché sia anch’io napoletano di origine e che si possono trovare nella città partenopea. Volti particolari con una gestualità partenopea non consueta che non rappresenta coloro che urlano, come si tende  generalmente a pensar quando si parla di un napoletano, ma risultano pensierosi e malinconici a volte, vivendo in maniera diversa il loro rapporto con la terra, che già di per sé non è facile da vivere. Tale territorio ha fatto diventare tutti i napoletani fatalisti e gli stessi protagonisti del film oggi rappresentano questa tendenza. Esemplare a questo proposito Yole che, come cantante neomelodica, afferma che prima o poi capiterà che il Vesuvio prenderà e porterà via tutto e noi dovremmo soltanto sopportare tale situazione in silenzio. È un modo quindi di essere che a volte diviene negativo perché porta al pessimismo, accettando anche la presenza per esempio della malavita organizzata e della camorra, ma anche altre volte porta la positività di un pensiero altamente filosofico. Penso al volto di Eduardo De Filippo molto scavato nella carne e malinconico, non certo allegro, ma ugualmente profondo perché Napoli non è una città soltanto di gestualità esteriore, ma di grande profondità, derivatogli anche dalla consapevolezza e finitezza propri di questo uomo. Il rapporto con il vulcano e quella stessa fragilità di Eduardo fa pensare che tutto ciò è precario, fatto che può avere sbocchi positivi, come negativi. Ho cercato di mettere in evidenza gli aspetti positivi, individuando questi tre testimoni che rappresentano punti di vista, anche originali, su tale territorio. All’interno dell’azienda florovivaistica di famiglia Maria vive, ma è anche lei un’artista in qualche modo: legge, scrive e si chiede tante cose riguardo al mondo, che vanno oltre la propria attività di piccola imprenditrice e non lascerà quella terra, rappresentando una sorta di ‘custode’ di quel Vesuvio che se ne sta buono in apparenza, ma che tanto calmo in effetti non lo è. Matteo invece dipinge i suoi quadri con la stessa pietra lavica, presente e prodotta dallo stesso vulcano Vesuvio: cosa altamente simbolica e significativa di un materiale non necessariamente nemico, ma che può diventare amico dell’uomo stesso. Questo fatto i vesuviani lo sanno bene perché la loro presenza maggiore e , con un’azione costante per secoli e secoli in questo territorio, è perché tale territorio è anche fertile grazie ai residui lasciati dal vulcano stesso. Il problema serio avviene quando, al posto degli agrumi, vengono a sorgere tante case sulle strisce laviche e su tale territorio, cosa che significa creare i presupposti per una reale tragedia, nel caso il Vesuvio eruttasse nuovamente, e apportare notevoli danni prima di tutto perché è l’azione di un vulcano, ma poi anche perché vicino ad esso l’uomo ha costruito dove non doveva farlo.

Lei parlava di testimoni ci spiega meglio questo concetto?

Sono persone reali e testimoni, non sono quindi dei personaggi di fantasia. Essi non rispondono a un mio comando, ma sono io che seguo il loro modo di vivere e i loro sentieri di vita, interpretandoli, scegliendo una parte della loro vita secondo il mio gusto personale.

Lei ha affermato che la classe politica non ha dato riscontro al problema posto da Lei nel film. Come mai secondo Lei le istituzioni non hanno reagito al suo appello?

Dietro questo film poetico ed evocativo c’è ovviamente anche un problema politico sociale: è un territorio, come dicevo prima su cui si è costruito indiscriminatamente e dove esistono montagne di immondizia, occultate dalla terra e dagli alberi ai piedi del Vesuvio. La cosa che trovo grave è che la politica non abbia risposto: se un artista oppure un cittadino può permettersi di essere fatalista, non il politico può farlo perché deve dare, se possibile, delle risposte al cittadino e fare in modo che si prevenga, oppure si faccia prevenzione su tale fatto. Mi sembra curioso che di fronte all’allarme dato dagli stessi vulcanologi di una possibile eruzione tra il Vesuvio e i Campi Flegrei, zona ancora più pericolosa da questo punto di vista, la politica non abbia dato risposte a tal riguardo, come se accettasse un fatalismo già presente in quel territorio. Esistono esigui piani di evacuazione, nel caso eruttasse il Vesuvio, che non sono all’altezza di tale situazione: se accadesse qualcosa il problema principale sarebbe quello delle strade, che portano a valle in minima parte e sarebbe un problema molto serio, se tale avvenimento accadesse realmente, poiché esistono 600mila abitanti intorno al Vesuvio. Di fronte a certe mie provocazioni (perché il cinema non dà solo risposte, ma può anche provocare una reazione in tal senso) mi è sembrato strano che i politici, come il governatore Caldoro e lo stesso sindaco De Magistris, non abbiano dato delle risposte in tal senso. C’è forse un’impotenza a tale riguardo, che mi preoccupa più dell’indifferenza a tale evento, perché significa che non esiste un progetto politico al riguardo, una caratteristica di questi tempi un po’ incerti è infatti non avere progetti politici che comprendano e inizino a tutelare tale territorio.

Ci spiega la sua affermazione in altre interviste che l’indifferenza è una sconfitta in partenza rispetto alla reazione della classe politica per il suo film?

L’indifferenza, come il senso di impotenza, sono problemi reali. Questo film non è politico, anche se lo è indirettamente nella misura in cui camminiamo sulle macerie di un paradiso perduto, che sì posso evocare citando intellettuali, oppure scegliendo testimoni locali come Matteo, Yole e Maria, ma la politica deve fare diversamente a questo riguardo. In due anni di permanenza sul territorio per preparazione, riprese e tutto il resto ciò che io ho notato è che la politica non esiste, come non c’è la tutela del territorio, non si considera neanche quello del Vesuvio un parco nazionale. Il territorio andrebbe maggiormente controllato e monitorato. Mi sembra singolare che non ci sia domandati se creava un problema edificare strutture in una zona come quella di Ponticelli, quartiere popolare di Napoli, dove per un assurdo fatto storico sono andati ad abitare i cittadini che avevano subito danni dopo il terremoto del 1980, compresa nell’area rossa e dove sorgerà un ospedale, il più grosso del Sud Italia, chiamato anche Ospedale del mare. Sono tutte questioni su cui la politica preferisce non dare risposta. Ci ho un po’ ripensato non è semplicemente indifferenza, ma come dicevo, senso di impotenza che rende la cosa ancora più grave.

Crede all’allarme Vesuvio lanciato dagli scienziati in questi ultimi anni e secondo Lei quanti danni potrebbe provocare al territorio circostante il vulcano?

L’allarme Vesuvio ha un tempo relativamente alto cronologicamente. Tale vulcano è piccolo geologicamente, ma il rischio può essere molto alto. Tale fatto potrebbe accadere tra 15 o 20 anni, come tra 100 o 200 anni: il Vesuvio potrebbe esplodere perché sotto è ancora vivo, anche se attualmente chiuso da un tappo di 20 Km e a noi pare non succeda niente e il problema è proprio valutare cosa succederà. Un esplosione del Vesuvio potrebbe verificarsi lateralmente (come già successo nel corso dei secoli) e non in alto (come già successo nel corso dei decenni precedenti) perché sopra ad esso c’è un tappo molto alto formato nel tempo da detriti e terra varia di diversi km. Il Vesuvio esplode di solito sugli stessi luoghi dove già è uscita lava in passato e la tragedia sarebbe più grave, se ci fosse un’eruzione del vulcano proprio perché le case sono state costruite su tale territorio laddove non si doveva affatto edificare, un po’ ovunque nelle zone di Torre del Greco, Ercolano e nella zona che passa verso il mare. Questo ritengo sia il più serio problema a tale riguardo, anche se non sono un politico, né sociologo, né un politologo e tanto meno un esperto di vulcani. Da cittadino mi rendo conto che se sussiste un allarme non è dovuto soltanto ad un Vesuvio che potrebbe esplodere in maniera bassa o alta (non sapendo quale entità avrebbe: l’ultima eruzione del 1944 non fu così terribile come quella del 1906, oppure di tante altre precedenti), il problema reale sarebbe, insomma, come interagisce tale eruzione l’abuso edilizio di case. Il problema che tratto indirettamente, in chiave poetica-evocativa nel film, è riflettere se avesse fatto più danni il Vesuvio in 20 secoli o l’azione dell’uomo in soli 100 anni. Mi piacerebbe sorgesse anche un dibattito e che Napoli non facesse finta che tale problema non esiste affatto.

Lei è di origini napoletane come vive quest’allarme dato e qual è la sua personale esperienza con il vulcano?

Nel film ho inserito un parte del testo de ‘La leggenda di Napoli’ scritto da Matilde Serao, affidato alla voce di Donatella Finocchiaro, che afferma che questa città partenopea un determinato giorno esploderà e sarà quasi un’apoteosi raccontare questo episodio, in chiave mitico poetica, ossia l’affondamento su se stessa della città, perché il Vesuvio risponderà prima o poi. È un’immagine poetica e appunto straordinariamente evocativa di una terra che si mette in discussione cantata da tanti artisti per la sua bellezza e la sua contraddizione. Da cittadino napoletano non posso che essere preoccupato: il ventre di Napoli, come la stessa zona vesuviana (come la stessa Portici che pur non essendo capoluogo di provincia conta da sola 200mila abitanti) sono sempre stati luoghi che comprendono migliaia e migliaia di abitanti e costituiscono quasi una sorta di formicaio di tale città. Da una parte la straordinarietà del fatalismo partenopeo, che ha portato anche una delle più belle culture del nostro Mediterraneo, producendo personaggi come Eduardo De Filippo o altri artisti nel campo letterario e nella musica e nella pittura stessa, dall’altra questa indifferenza e ‘guasconeria’ io trovo per altri versi criminali .

Secondo Lei come mai il suo film è fuori concorso al 67 Festival di Locarno: è stato un altro modo per chiudere un occhio o tutte e due su questo problema che pervade Napoli o c’erano film migliori?

Non mi sembra che sia successo questo al Festival di Locarno: il film è stato accolto molto bene, ma il problema è stato che la stampa se ne è occupata poco. Il Festival di Locarno è una bellissima finestra sull’Europa per i film in concorso, io sono stato molto orgoglioso di presentare tale documentario in questa occasione perché questo  lavoro ambisce ad essere preso in considerazione, non soltanto in Italia, ma anche nella stessa Europa. L’accoglienza a tale film è stata buona, non soltanto da parte del pubblico italiano, ma anche tedesco e francese, presenti nella sala che conteneva 1.000 persone. Sono stato felice di aver partecipato a tale festival che è stato sempre un portafortuna per me, come anche nel caso qualche anno fa de ‘Il sol dell’avvenire’ e ancora prima ‘L’America a Roma’. Durante il Festival di Locarno ho visto pochissime proiezioni di altri film per giudicare se questi lavori fossero migliori, oppure peggiori del mio documentario in concorso.

Come ci diceva l’ospedale del mare di Ponticelli si sta costruendo ai piedi della zona rossa. Crede che il suo film possa sensibilizzare rispetto al problema del rischio eruzione vulcano e possibili danni?

Ripeto che un film non cambia il mondo, ma può fungere da pungolo e provocazione aiutando anche un dibattito sul tema trattato. C’è però un paradosso: non si può far finta che non esista il problema trattato dal film e sul quale non si può fare nulla in proposito. Un grande ospedale sta per essere completato a Ponticelli e da pochi passi dalla zona del territorio definita zona rossa, cioè quella con potenziale di pericolo maggiore in caso di eruzione del Vesuvio stesso. Per questo spero che tale film possa aiutare il dibattito su questo problema nei prossimi mesi.

Nel suo recente film si trattano anche le passate eruzioni del 1906 e del 1944. Quali disagi e quanti morti comportavano per i cittadini napoletani?

L’eruzione del 1906 fu la più grave perché cosiddetta pliniana, ossia un esplosione verso l’alto che provocò la caduta di milioni e milioni di detriti che come proiettili scesero sulle città vesuviane, facendo anche centinaia di morti. Per fare un esempio a tale riguardo ricordo come, seppure il paese di Ottaviano fosse stato completamente distrutto dall’esplosione del 1906, i suoi abitanti si rifiutarono di evacuare la zona per andare a vivere in un’altra città tanto che Ottaviano fu di nuovo rimessa in piedi. Ci furono altre esplosioni tra il 1929 e il 1932, ma non furono altrettanto forti rispetto a quella del 1906, però durante i quattro anni di regime fascista, il Vesuvio è stato in attività e molte immagini utilizzate nel film risalgono appunto a quegli anni. L’eruzione del 1944 fu vissuta in modo diverso. Ricordo il racconto di mia nonna, che era una popolana dei quartieri spagnoli, che fu evacuata per via delle guerra e dei bombardamenti (quasi 100 a Napoli) nella zona vesuviana e quando arrivò l’eruzione mi narrava che una pioggia di cenere oscurò tutta la città partenopea e in quel momento mia nonna credeva veramente che il mondo stesse per finire. Non ci furono però danni enormi, ma poiché l’eruzione si era aggiunta alla guerra in corso e ai bombardamenti angloamericani, visto che tali militari erano già entrati in città, l’eruzione. Il conseguente oscuramento (che non permetteva di vedere oltre 2 metri di altezza) risultò enorme, con vasta pioggia di cenere e anche con case abbattute (dal peso aggiunto della cenere e dei lapilli caduti su di esse) creando nell’immaginario popolare l’idea della fine del mondo.

Perché tale scelta di non identificare Napoli soltanto con il Vesuvio e San Gennaro. La città è anche molto altro?

La città è sicuramente molto altro, anche se in qualche modo Napoli è legata fortemente alla presenza del vulcano stesso. Io considero questa città un po’ storta, la corda pazza dei napoletani, è ciò è dovuto anche alla presenza di un vulcano che ha dato e si è ripreso tutto lungo il corso dei secoli. Questo i napoletani lo sanno bene in quanto si sono rivolti e si rivolgono tutt’ora a un’entità diversa e oltre la vita terrena. Il forte senso religioso dei napoletani dal culto delle Madonne fino a quello di san Gennaro stesso, come in passato quello di Dioniso-Bacco, sono dovuti anche al tentativo di dare una risposta alla difficoltà di percepire un vulcano come il Vesuvio che dà tanto come fertilità del terreno, ma che a volte si riprende tutte le cose in maniera crudele. Nel mio recente film questo aspetto religioso, rappresentato dal canto verso la Madonna di Maria a Ponticelli, diventa quasi una necessità per poter sopravvivere e che merita secondo me grande rispetto quale religione popolare e sincretica e si incontra senza suscitare nessun distacco, anche con i pensieri alti di un personaggio storico, come Giordano Bruno. Egli è nato presso i piedi del Vesuvio, nella città di Nola, e nel mio recente film ha la voce di Toni Servillo. Giordano Bruno aveva un’idea molto particolare e panteistica del mondo, che gli derivava dall’essere anche lui un vesuviano, come la gente del popolo, credeva in una religione in cui il rapporto con la natura è di per sé già un rapporto con Dio stesso, tanto che fu bruciato per eresia nella pubblica piazza a Campo dei Fiori a Roma. Il naturalismo rinascimentale di questo personaggio storico non è poi così lontano dal pensiero popolare, che vede l’altrove, l’ultraterreno e la figura santa o divina in qualche modo, molto più vicina di quanto non la si veda in altre parti d’Europa. Secondo me, questa vicinanza della cultura alta di Giordano Bruno e la quella bassa del restante popolo napoletano, fortemente religioso, meritava di essere raccontata, anche riconoscendo un grande rispetto a tali manifestazioni in quanto rendono unico questo territorio partenopeo e al pensiero, cosiddetto basso, di questa gente che non andrà mai via da questa terra, come dicevamo prima parlando dei cittadini di Ottaviano. Questo è uno dei problemi seri dal punto di vista politico e un paradosso di questa terra perché la gente del posto non vuole lasciare quel territorio perché vi è un ottimo clima, c’è un legame molto profondo, quasi una sorta di energia e linfa vitale, che il Vesuvio trasmette e per una sorta di filosofia non rassegnata, ma che, come affermava all’epoca Giordano Bruno, fa apparire il Vesuvio a ognuno che si pone nei confronti di questa realtà, ora come nemico ora come amico. Se il Sud è magico, perché in esso è racchiuso tale rituale che attraversa tutto il territorio perché la sua gente se l’è dovuta vedere con una natura spesso ostile, di ciò troviamo conferma nella risposta di Giordano Bruno, che parlando attraverso la voce di Servillo del vulcano del Vesuvio, lo considera, come un fratello, apparentemente pericoloso, ma con il quale si può cercare di convivere. Nei cittadini vesuviani moderni e attuali questa sapienza, che deriva anche dall’ambiente contadino, si tende a dimenticare nell’attuazione di una costruzione indiscriminata, laddove non era permesso, o nel creare discariche abusive che rappresentano i due problemi seri dell’oblio di una cultura e sapienza antica. Essa era anche frutto di un portato, a volte anche contadino, che era consapevole di fare i conti con il Vesuvio stesso e di rispettare la natura perché essa è più forte rispetto all’uomo stesso.

Il suo film va al di là quindi dell’immagine di Napoli come Gomorra, immondizia e Pulcinella o la contiene?

E’ forse azzardato dire che mi sono allontanato da tale cultura. Ho voluto però fare un film che andasse fuori dall’idea appunto del teatrino napoletano, oppure del dramma alla Gomorra. Contro le tali rappresentazioni di Napoli non ho nulla, ma secondo me è una città più complessa di quanto non si lasci credere e si dica. La stessa maschera di Pulcinella non è allegra, ma porta in sé una tragicità, riscontrabile anche nel volto stesso e nei tratti somatici della sua faccia. Pulcinella fa la fame, in questo ci fa ridere oggi, perché cerca sempre qualcosa da mangiare e nella sua ricerca disperata di cibo c’è tutta la tragedia di un popolo che ha subito questa condizione per secoli. Bisogna saper quindi leggere oltre i cliché noti, che sfiorano nei confronti di questo popolo delle rappresentazioni al limite del razzismo, come per esempio pensare al napoletano come soltanto un camorrista, oppure una specie di paggio che fa divertire gli altri. Questo non vuol dire comunque che non rispetto moltissimo il libro di Saviano, il film e la serie televisiva tratte da questo volume, come pure la commedia d’arte napoletana, ma spesso la rappresentazione che si dà di Napoli, fuori da questa città, è comunque vittima di una realtà che sarebbe molto più varia e contraddittoria di quanto noi pensiamo. Ciò che ho provato a raccontare è un Vesuvio e una Napoli un po’ più fredde, anche se su tale concetto non sono del tutto certo di averlo realmente realizzato. Ho voluto sicuramente lavorare di sottrazione e non assecondando alcuni luoghi comuni presenti e che spesso condizionano negativamente tale città partenopea. Non mi piace pensare che tale città sia costituita soltanto da malviventi e che questo siano presenti soltanto nella zona di Scampia. I camorristi veri, quelli che contano spesso e quelli che si sono arricchiti, costituiscono ormai la borghesia e vivono e lavorano: al centro di Napoli, a Bagnoli, a Posillipo e nelle ville sparse su tale territorio. Nel raccontare Napoli mi sembra a volte che si attui una semplificazione, anche se non credo sia colpa di Gomorra di Saviano, ma di tale interpretazione, che ne è stata data successivamente, perché fa comodo pensare per una certa borghesia (che vuole lavarsi le mani e che pensa che il male sia da un’altra parte, magari in un quartiere che si chiama Scampia) che soltanto in una zona di Napoli sia presente la delinquenza e tutto il resto della città sia a posto. Errori comuni non derivano da opere preziose come quella di Saviano, ma dal loro uso e dalla interpretazione strumentale, fatti in proprio per quieto vivere e per non affrontare realmente i problemi di Napoli.

In questi anni come è cambiata Napoli?

In questi anni Napoli è cambiata nel bene e nel male. Rispetto a quest’ultimo aspetto è cambiata perché sta perdendo la sua identità e la sua particolarità di un cuore popolare, di una passionalità e di una vita, rappresentanti un unicum in tutto il Mediterraneo, individuata anche in passato da Pier Paolo Pasolini che vedeva le ultime tracce di un mondo che andava a finire, dove c’era anche la plebe e la gente del popolo a Napoli e a Palermo, come ha raccontato bene in alcuni episodi de ‘Il Decamerone’. Napoli che è diventata un po’ piccolo borghese e per certi versi si è incattivita, perdendo una parte di questo suo animo fortemente popolare, aspetto positivo di questa città particolare, anche se se ne trovano ancora molte tracce in vecchi quartieri e in certe periferie. Anche se ha perso questo aspetto di animo popolare, i  napoletani sono più consapevoli dei loro difetti rispetto al passato e del loro crogiolarsi nella loro autorefenzialità (l’essere napoletani) che l’ha fatta essere oggi più affacciata verso l’Europa. Questa città è una delle poche capitali europee che la nostra storia passata ricordi e lo è stata molto più della stessa Roma, o di Firenze, oppure di Torino. Dopo che tale città ha perso il suo primato, si è chiusa un po’ in se stessa e ora è costretta dalle circostanze a riaprirsi. Se c’è una cosa che manca e fa sentire impoverita Napoli è che gli intellettuali e gli artisti generalmente lasciano e abbandonano la città partenopea perché, seppur straordinaria da molti punti di vista, è difficile viverla per le troppe contraddizioni ed è difficile rimanervi stabilmente e anche è latente di personaggi politici di spicco e di una classe politica a tale riguardo. Per fortuna esistono strati del ceto medio che sono un po’ più consapevoli della forza e dei limiti di una città che comunque rimane nel suo genere unica e straordinaria.

 

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