venerdì, Maggio 7

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Diamanti venezuela

Dopo più di un mese di scontro tra Governo e manifestanti, e il conto dei morti in aumento (30 secondo le ultime stime) la protesta in Venezuela non si ferma. Anzi, la tensione e il clima da resa dei conti sono ulteriormente cresciuti nel Paese latino-americano, con il recente sgombero di Piazza Altamira e l’arresto di Daniel Ceballos, Sindaco di San Cristóbal, città bastione dell’opposizione e fulcro delle proteste antigovernative. Dopo aver già discusso della crisi con Julián Isaías Rodríguez Díaz, ambasciatore venezuelano in Italia, abbiamo contattato anche Rodrigo Diamanti, ex attivista studentesco e fondatore dell’Organizzazione non governativa Un Mundo Sin Mordaza (Un mondo senza bavaglio), che ha base a Caracas e si occupa della difesa dei diritti umani e della diffusione della libertà d’espressione attraverso la musica e l’arte. Si tratta di una delle ONG più seguite a livello di social network del Venezuela, e una voce estremamente critica dell’operato del Governo del Presidente Nicolàs Maduro.

 

Dunque Rodrigo, qual è la situazione in Venezuela, dal punto di vista di Un Mundo Sin Mordaza?

Ciò che sta accadendo ora, questo scoppio di proteste, è la conseguenza di una serie di espedienti adottati negli ultimi quindici anni, tramite i quali sono stati calpestati i diritti i umani di chi la pensa diversamente, quei diritti civili che permettono di esprimere il dissenso nei confronti di un Governo che non svolge bene il proprio lavoro. Il risultato è che metà della popolazione venezuelana, contraria al Governo, è priva di qualunque spazio per esprimere il proprio malcontento. C’è una serie di leggi, approvate poco a poco, che in questo periodo hanno impedito ai mezzi di comunicazione di informare su ciò che sta accadendo.

Ed è in questo contesto, immagino, che è nata la vostra Associazione.

Siamo arrivati al punto in cui il Governo ha tutti gli strumenti per evitare qualsiasi tipo di dissidenza. Al punto in cui un sindaco che non si unisce al Governo nel reprimere la protesta viene incarcerato. E qualunque canale che trasmetta le proteste, come Canal TNT24 (Nuestra Tele Noticias 24, un canale colombiano, NdR) viene messo fuori onda.

È per questo motivo che Twitter e Whatsapp hanno svolto un ruolo fondamentale nella comunicazione del dissenso?

In realtà noi venezuelani stiamo comunicando quasi esclusivamente in questo modo. Il che rappresenta un problema, dato che internet ha una penetrazione nel Paese del 45%. Ma è l’unico modo, ad esempio, in cui ci siamo potuti rendere conto dei morti che ci sono stati. Tragicamente, nessuna di queste immagini appare in televisione, come se non li avessero uccisi. Il problema di cui spesso il Governo si dimentica è che siamo la metà della popolazione. E questa metà è messa al muro dal Governo, che non le permette di avere una valvola di sfogo per il dissenso e il malcontento. Il 4 di febbraio, a Tàchira, si protestava per una studentessa che è stata vittima di un tentativo di stupro. La gente uscì in strada a protestare, perché il Venezuela è probabilmente il Paese con il tasso di omicidi più alto del mondo (l’anno scorso sono morte 25.000 persone in modo violento), ci furono i primi arresti di studenti, dando inizio a quello che è accaduto. La colpa del Governo è aver arrestato degli studenti che avevano tutte le ragioni di protestare. Il Governo dovrebbe capire che il dovere dello studente è protestare.

Questo non è avvenuto sempre in modo pacifico, però. A volte le proteste hanno assunto toni violenti, generando ulteriori repressioni. Come fermare questa escalation?

Non si può abbassare il livello di protesta, che è diventata quasi un dovere. Ci sono stati già 28 morti, e per i loro genitori e amici, la loro uccisione ha un senso solo se la lotta continua, dato che sono morti protestando.

Arrivati a questo punto il confronto sembra essere così duro da non rendere impossibile un passo indietro per entrambe le fazioni.

Siamo a un punto di non ritorno. Sono andati a toccare i diritti più elementari. C’è una popolazione che non ha più scelta, che si è vista attaccata, massacrata. Anche ieri un gruppo armato, quelli incitati dal Governo, sono andati all’Università Centrale a Caracas, sequestrando e picchiando gli studenti. Alcune studentesse hanno anche subito tentativi di stupro. Sono questi fatti che offrono le ragioni per continuare a rimanere nelle strade. La risposta del Governo è stata un aumento degli arresti e delle incarcerazioni, che sono ormai più di 1600.

E la soluzione, se c’è, qual è?

La soluzione sarebbe che il Governo permettesse il diritto alla protesta pacifica.

Ma per fare questo non è necessario un’abbassamento della tensione reciproco, come da molte parti si chiede? I moderati all’opposizione hanno proposto addirittura la Chiesa Cattolica per fare da paciere.

Quello che dico io è che, per risolvere la questione, le variabili devono cambiare. Ceteris paribus, quello che ci aspetta è una tragedia. Non si può chiedere alla gente che smetta di protestare, ma chiedere al Governo che consenta la protesta, cosa che solo qualche anno fa era possibile. Il fatto è che questo Governo non gode di grande appoggio politico, e teme che le proteste possano scappargli di mano, perciò non permette la protesta pacifica, ma permette la protesta violenta. Certo, un passo successivo potrebbe essere l’intervento di Sua Santità o di qualche altra personalità che goda di prestigio a livello internazionale, per provare ad aiutare a risolvere questa crisi. Ma non si può utilizzare la pace come un ricatto. La pace non può essere il bene supremo. Quando sono in ballo i diritti umani, la gente non lo accetterà. Una pace senza libertà non è vera pace. Non è pace quella di chi è imprigionato e non può protestare perché in prigione, una pace che porta alla schiavitù.

Pensi che l’attuale situazione, con una società così profondamente divisa, sia dovuta alle politiche economiche iniziate da Hugo Chàvez, che hanno legato strettamente all’establishment metà della popolazione?

Questa è l’altra metafora. Ci sono due treni che stanno per schiantarsi: gli studenti non smettono di protestare, e il Governo non ha intenzione di cessare la repressione, anzi, la aumentano. Tra questi due treni c’è un reattore nucleare, che potrebbe esplodere. Insomma, siamo sull’orlo di una tragedia nazionale. Stiamo arrivando a livelli di ammanco tali, che per tutto c’è da fare la fila al mercato, e nelle farmacie non è permesso comprare più di due farmaci dello stesso tipo. Quella che alla gente sembrava un’esagerazione dell’opposizione, i razionamenti in stile cubano e tutto il resto, ora sono una realtà.

E come valuti la reazione della comunità internazionale? Qui in Brasile, o in Argentina, come in quasi tutta l’America Latina, non sono arrivate condanne per Maduro.

Infatti, è una vergogna. Anche dal Governo italiano stiamo aspettando una risposta, visto che qui c’è una comunità italiana importante. Pochi hanno condannato la repressione: il Senato americano, il Parlamento Europeo, il Presidente di Panama e il Comitato contro la tortura delle Nazione Unite.

Solo le Organizzazioni non governative sembrano aver preso a cuore la questione.

Esatto. A livello statale nessuno si è mosso. L’Organizzazione degli Stati Americani (OSA), che è stata creata per difendere la democrazia, si è trasformata in un organismo che difende i Governi dalle loro democrazie. Ci sono stati quasi trenta morti, migliaia di arresti e tre politici incarcerati a dimostrare la criticità della situazione, e il minimo era discutere sul da farsi. Ma nell’ultima riunione, dedicata alla possibilità di aprire un dibattito sul Venezuela, la decisione è stata negativa. Allo stesso modo stiamo aspettando qualche gesto di solidarietà dal resto del mondo. Noi venezuelani ci sentiamo soli.

Come ti spieghi tanta indifferenza a livello regionale?

Mentre nel resto del continente dominavano le dittature, noi eravamo una democrazia che ospitava i rifugiati politici. La sinistra del mondo non vuole criticare il Governo venezuelano, nonostante in passato fossero stati i primi a criticare le dittature di destra, come quella di Pinochet. Ma visto che questa è una dittatura di sinistra, sembra che non sia così malvagia. Sembra che, a livello regionale, si sia sempre cercato di frenare qualunque iniziativa contro questo Governo e la sua soppressione dei diritti civili. Si giustifica la perdita di diritti civili con l’avanzamento in tema di giustizia sociale, cosa peraltro falsa, dato che in Venezuela la gente non è mai stata tanto povera come oggi. Bisogna risparmiare tre mesi di stipendio per comprarsi un paio di scarpe decenti. E questo coinvolge anche i settori popolari.

Ma se anche i più poveri stanno male, come mai non si schierano con l’opposizione?

Credo ci sia un problema di penetrazione. Manca l’accesso all’informazione digitale, e quella pubblica, la televisione, è controllata dal Governo, che è riuscito a monopolizzare l’opinione delle classi popolari. In realtà, la stessa opposizione non è stata in grado di raggiungerle. In ogni caso, l’unico modo di raggiungerle in questo momento è di persona. Il Governo ha il vantaggio della televisione, per noi è più difficile. Avere il controllo delle risorse statali è un enorme vantaggio, e il governo ne ha fatto un uso improprio, regalando frigoriferi, televisori. Insomma, la lotta politica non è equa, e se non è equa, non è democratica.

In pratica il Governo, aumentando la ricchezza delle fasce più povere, si è comprato il loro consenso?

Il fatto di possedere un televisore non aumenta la tua ricchezza. È vero che il Governo ha ottenuto dei risultati, per esempio nell’aumentare l’accesso alle cure mediche, ma lo ha fatto anche in maniera propagandistica, perché tutti gli ospedali pubblici hanno poche risorse, e sono i pazienti stessi a dover portarsi gli stumenti per farsi medicare. Perfino la salute è oggetto di propaganda.

Quali sono le prossime iniziative di Un mundo sin Mordaza?

Stiamo preparando una nuova mobilitazione mondiale, si chiama Fe por Venezuela, per fare uscire il nostro Paese dalla crisi in cui si trova, cercando di entrare nel cuore dei militari, per far cessare la repressione, spingere il Governo a disarmare i gruppi paramilitari che sparano sui manifestanti e, naturalmente, per far sì che la Comunità Internazionale si pronunci su quello che sta succedendo. La nostra ultima iniziativa, SOS Venezuela, è stata accolta da più di 120 città nel mondo. L’abbiamo ripetuta già due volte, e quasi 200 città si sono mobilizzate. Il Governo deve far cessare le torture, liberare i prigionieri, prendere misure in campo economico e sociale. Non vogliamo che questa crisi si trasformi in una tragedia.

 

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