mercoledì, novembre 14

Il Vaticano nella tormenta della Seconda guerra mondiale Da Pio XI a Pio XII, dal salvataggio di migliaia di ebrei, a quello, a conflitto terminato, dei gerarchi nazisti, le false accuse a Pacelli e le verità che stanno emergendo

0

Nel maggio 1940, Pio XII diceva  all’allora  ambasciatore  presso la Santa Sede, Dino Alfieri,: «Gli italiani conoscono le cose orribili che stanno avvenendo in Polonia. Noi dovremmo dire delle parole di fuoco contro simili cose. Ma  ci ritiene il fatto che se noi parlassimo, renderemmo ancora più dura la situazione di questi infelici».

Una dichiarazione basata sugli avvertimenti delle gerarchia ecclesiastica polacca, secondo la quale ad ogni trasmissione di Radio-Vaticano che rivelava i crimini nazisti, seguivano rappresaglie contro la popolazione. In Olanda le critiche pubbliche espresse da Monsignor Johannes de Jong , Primate della Chiesa olandese, sulle deportazioni degli ebrei, spinsero i nazisti a prelevare nei conventi anche i cristiani battezzati di origine ebraica che, in un primo momento, avevano avuto invece assicurazioni che non sarebbero stati toccati.

Pio XII, di fronte a simili reazioni, confidava a Suor Pascalina Lehnert, la sua più stretta e fedele assistente: «E’ preribile tacere in pubblico e agire in silenzio facendo, come prima, tutto ciò che è possibile fare in favore di queste povere persone».

In queste due frasi si può forse leggere tutta lastrategiadel Vaticano nei confronti del nazismo e risponde probabilmente anche all’immensa questione che ancora oggi scuote gli animi: il papa doveva condannare pubblicamente gli eccessi nazisti o tacere per meglio agire? Come aiutare concretamente gli ebrei perseguitati?

Non bisogna dimenticare che gli ebrei salvati direttamente o indirettamente dal Vaticano ammontarono a diverse centinaia di migliaia in tutta l’Europa e che numerosi sacerdoti cattolici ricevettero il titolo di ‘Giusti tra le Nazioni’ (come, ad esempio, Monsignor Angelo Rotta, Nunzio apostolico a Budapest).

Frasi emblematiche anche della, per così dire, ‘doppia natura’ del papa,  cioè Capo temporale (dello Stato Città del Vaticano) e Capo spirituale (della Chiesa), responsabile, quindi, di uno Stato membro della Comunità internazionale a tutti gli effetti e contemporaneamente Guida spirituale  per i cattolici sparsi in tutto il mondo. Uno Stato che aveva ben pochi strumenti a sua disposizione per influire sulla politica delle grandi potenze. Significativa al riguardo la domanda di Stalin al Primo Ministro francese Pierre Laval nel 1935: «ma quante divisioni ha il papa?». Di conseguenza qualsiasi iniziativa del papa come Capo di Stato poteva avere spiacevoli riflessi sui suoi fedeli, sulla Chiese nazionali, sulla sua attività pastorale.

Un Stato del resto molto singolare, nato a seguito dei Patti Lateranensi, firmati l’11 febbraio 1929, che mettevano finalmente fine all’annosa ‘questione romana’, emersa all’indomani dell’ingresso dei bersaglieri italiani a Roma nel settembre 1870. I Patti si rivelarono reciprocamente vantaggiosi per le due parti interessate. Mussolini coglieva il suo più grande successo politico, ottenendo la normalizzazione del regime, un ulteriore consenso tra gli italiani in grande maggioranza cattolici e vedeva definitivamente riconosciuto il suo ruolo di Capo del Fascismo. La Chiesa, dal canto suo, ritrovava il proprio potere temporale (sia pure su un mini territorio di 44 ettari) e incassava tutta una serie di importanti facilitazioni. I ‘Patti’ comprendevano tre documenti distinti.  Un Trattato internazionale che ammetteva l’indipendenza e la sovranità della Santa Sede e creava lo Stato della Città del Vaticano (neutrale, internazionalmente riconosciuto e inviolabile), mentre la Santa Sede, dal canto suo, riconosceva lo Stato italiano con Roma capitale. C’era poi una Convenzione finanziaria relativa alle ‘riparazioni’, cioè gli indennizzi dovuti dallo Stato italiano per i danni causati con l’occupazione di Roma nel 1870. La Terza parte, infine, costituiva il Concordato (rapporti interni tra la Chiesa e il Regno d’Italia) che imponeva ai vescovi di giurare fedeltà allo Stato italiano e riconosceva importanti privilegi alla Chiesa, come, ad esempio, il ‘matrimonio concordatario’ (il matrimonio celebrato in chiesa avrebbe svolto i suoi effetti anche in sede civile), l’insegnamento obbligatorio della dottrina cattolica nelle scuole elementari e medie ecc… I rapporti della Santa Sede con lo Stato italiano si svilupparono, quindi, in maniera cordiale e positiva, pur con qualche irrigidimento ogni qualvolta le pretese totalitarie del regime si indirizzavano anche contro la Chiesa. Del resto Pio XI, all’indomani della firma dei ‘Patti’, non aveva definito Mussolini come «l’uomo che la Provvidenza mi ha fatto in incontrare» ?

Le cose cominciarono a guastarsi quando Mussolini volle legare il proprio destino a quello di Hitler, che maturava un antisemitismo sempre più violento (sulla cui scia furono approvate in Italia le leggi razziali del 1938) e spingeva ineluttabilmente, nella sua folle corsa al Lebensraum (spazio vitale), verso la guerra (Italia e Germania legate dal Patto d’acciaio firmato nel 1939).

In effetti i rapporti tra la Santa Sede e il regime nazista erano sempre stati alquanto problematici e tesi, fin dall’inizio. Malgrado il Concordato (Reichskonkordat)  concluso a pochi mesi dalla presa del potere di Hitler, aleggiò sempre sulle le due parti il pregiudizio negativo di Hitler su un’istituzione autonoma suscettibile di sfuggire al totale controllo del Governo. Insomma, per i nazisti la religione cattolica si rivelava sostanzialmente incompatibile col nuovo regime. Molti nazisti ritenevano che i cattolici fossero fedeli a forze ‘esterne’ al Paese e non fossero di conseguenza buoni patrioti.  E’ vero che il Concordato del 1933 servì a Hitler, novello Cancelliere, per accreditarsi sul piano internazionale. Ma non erano certo queste le finalità che perseguiva la Santa Sede, preoccupata solo di offrire ai cattolici tedeschi la cornice più favorevole per l’esercizio del proprio credo. Furono tante, in effetti, le violazioni del Concordato da parte nazista, che papa Pio XI si sentì in dovere di emanare nel 1937 un’enciclica, ‘Mit Brennender Sorge (con viva preoccupazione), scritta eccezionalmente in tedesco, per denunciare l’equivoca situazione. Chi aveva materialmente scritto l’enciclica? Il cardinale Eugenio Pacelli, futuro Pio XII, allora Segretario di Stato, ottimo conoscitore della lingua tedesca e della Germania, dove in precedenza aveva svolto le funzioni di Nunzio Apostolico. Chi aveva ufficialmente protestato con Berlino per ben 45 volte per lemancanzeconcordatarie della Germania? Sempre il cardinale Pacelli, che non doveva essere quindi così ‘filo-nazista’, come più tardi alcuni autori in cerca di notorietà (in particolare Rolf Hochhuth nella famosa pièce teatrale ‘Il Vicario’) cercheranno di dipingerlo. Pio XII filonazista? All’indomani della sua elezione nel marzo del 1939, il ‘Berliner Morgenpost’, scriveva in maniera chiara e inequivocabile: «L’elezione di Pacelli non è accolta con favore in Germania perché è sempre stato ostile al nazionalsocialismo».

Hitler, d’altra parte, era allergico a qualunque forma di religione, anzi, voleva per la Germania una nuova religione, un nuova fede germanica’, di cui lui sarebbe stato il profeta  e avrebbe preso il posto di Cristo come redentore e salvatore dell’umanità!  Heinrich Himmler, il potente Capo delle SS, fu incaricato di individuare questa nuova religione e di immaginare una nuova ‘Bibbia’ nazionalsocialista. Un progetto folle  che avrebbe dovuto concretizzarsi dopo la guerra, che sarebbe stata inevitabilmente vinta dal Terzo Reich!

In un simile contesto, come pensare ad un Pio XIIcomplicedel nazismo nello sterminio degli ebrei? Perché  -si sostiene- Pio XII vedeva nel nazismo un bastione contro il comunismo ateo che considerava la religione come l’oppio dei popoli. Ma, come abbiamo visto, il nazismo costituiva per il cattolicesimo forse una minaccia maggiore di quella rappresentata dal comunismo stesso: i comunisti volevano abolire la religione, i nazisti volevano sostituirla con una nuova fede. Un filo-nazismo poi che sarebbe continuato dopo la guerra nel cercare di mettere in salvo i criminali nazisti in fuga…Un ragionamento che non sta troppo in piedi. In effetti, supposte simpatie naziste del Vaticano avrebbero semmai avuto un senso prima della guerra, prima del patto contro natura Hitler-Stalin. Ma dopo la guerra, dopo cioè la sconfitta definitiva del nazismo, che significato avrebbe avuto per il Vaticano voler scientemente, sistematicamente salvare i nazisti in fuga? Nessuno.

Alla vigila della Seconda guerra mondiale il papa si mosse in favore della pace (come Capo di Stato) con offerte di mediazione e pressanti appelli a tutte le parti in causa  e (come Capo della Chiesa), fece quanto possibile per i perseguitati di tutte le specie, soprattutto ebrei, muovendosi in un difficile equilibrio tra esigenze politiche e imperativi morali, anche per salvare la neutralità della Santa Sede, dopo la presa di Roma da parte dei nazisti nel settembre 1943. Se i nazisti avessero occupato la Santa Sede, come avrebbe fatto il papa a continuare la sua sotterranea opera umanitaria?

Nell’aprile 1939, Pio XII annunciò un piano per salvare la pace, nella speranza di un grande negoziato tra le grandi potenze europee sull’orlo oramai del conflitto aperto. La Santa Sede attivò così i suoi Nunzi Apostolici nelle capitali interessate (Roma, Berlino, Varsavia, Londra, Parigi…) per proporre una sorta di conferenza dell’ultima ora. Ma ben presto si capì che c’era poco interesse per le proposte del Vaticano. Varsavia non prese nemmeno in considerazione l’idea di discutere sulla possibilità di cedere la città libera di Danzica per chiudere la partita con la Germania. Gli inglesi non capivano troppo perché il papa si immischiasse nelle vicende politiche internazionali. In definitiva l’iniziativa di Pio XII abortì perché il ruolo della Santa Sede sul piano internazionale era considerato insignificante. Il 24 agosto, come Capo della Chiesa, Pio XII lanciò un accorato e forte appello radiofonico in favore della pace, ricordando che «Nulla è perduto con la pace, tutto può esser perduto con la guerra». Ma a quella data Hitler aveva già deciso di invadere la Polonia!

Durante la guerra il Vaticano fu a volte considerato da alcune parti come un possibile tramite per l’Italia di cercare una pace separata. Quando Mussolini nominò nel 1943 Galeazzo Ciano ambasciatore presso la Santa Sede, molti pensarono all’esistenza di un progetto, di un qualche piano in vista appunto di una possibile pace separata. Ma non ne esistevano proprio le condizioni. Londra non voleva nemmeno sentir parlare di Ciano. In realtà quella di Mussolini era stata piuttosto una destituzione di Ciano dalla sua carica di Ministro degli Esteri. In un momento in cui le cose si stavano mettendo molto male per l’Asse e per il fascismo, il Duce volle allontanare ‘i tiepidi’ del regime (come lo era diventato Ciano) e circondarsi solo di fedelissimi. Offrendo al genero (per far piacere alla amatissima figlia Edda) un posto ‘sicuro’, ma di minore importanza.

Quanto alla protezione e al salvataggio degli ebrei, il Vaticano agì su due fronti. All’interno, fu all’origine di un’enorme rete per nascondere gli ebrei nei monasteri, conventi, chiese, e qualche volta all’intermo stesso delle mura vaticane. Secondo le tesi più recenti, basate sulla pubblicazione di documenti dell’archivio vaticano,  non furono queste solo iniziative ‘spontanee’, come si era sempre sostenuto. Ci fu invece una precisa volontà del papa, pur in assenza di istruzioni o ordini scritti per non rischiare le rappresaglie dei tedeschi occupanti, di accogliere gli ebrei in pericolo. Ha scritto il grande storico ebreo Martin Gilbert; «Grazie a queste iniziative, meno di un quarto di tutti gli ebrei romani fu imprigionato o deportato. La Chiesa cattolica fu al centro di questa grande operazione di salvataggio». Si calcola che a Roma più di 10.000 ebrei siano stati in un modo o nell’altro protetti dal Vaticano.

All’estero, vennero attivate le Nunziature apostoliche per cercare almeno di limitare i danni. Come nel caso emblematico di Budapest, dove infuriava il boia Adolf Eichmann e dove il Nunzio apostolico, Monsignor Angelo Rotta, fu il promotore di azioni congiunte con gli altri rappresentanti dei paesi neutrali (Spagna, Portogallo, Svezia e Svizzera) per cercare di fermare la furia omicida dei nazisti ungheresi, le ferociCroci Frecciate’, intenzionati ad annichilire ciò che restava della comunità ebraica d’Ungheria dopo le deportazioni di Eichmann.  A Budapest in quel periodo operavano personaggi d’eccezione: l’italiano Giorgio Perlasca, lo svedese Raoul Wallenberg, lo svizzero Carl Lutz, lo spagnolo Sanz Briz ecc.. Tutti questi incredibili ‘eroi dell’umanità’, agivano di concerto con il Nunzio apostolico, Angelo Rotta e il suo vice Gennaro Perolino, per cercare di fermare le deportazioni e mettere al sicuro gli ebrei nelle famose ‘Case di protezione’. Sia Rotta che Perolino sono stati insigniti dallo Yad Vashem del titolo di ‘Giusti tra le nazioni’. Avrebbe potuto un Nunzio operare contro o al di fuori delle direttive della Santa Sede? Pensiamo di no.

Come si può ragionevolmente ritenere che nella protezione degli ebrei romani ci sia stata la linea ispiratrice di Pio XII, altrettanto ragionevolmente si può ritenere che non ci sia stata alcuna direttivavaticana per il salvataggio dei criminali nazisti in fuga. Ci furono sì iniziative da parte di singoli ecclesiastici che favorironol’esfiltrazione di numerosi nazisti, soprattutto verso il Sud America. Ma si trattò appunto di azioni autonome, individuali, dettate a volte da motivazioni ideologiche visceralmente anti-comuniste (l’austriaco Aloïs Hundal o il croato Krunoslav Draganovic), più spesso invece determinate da ragioni squisitamente umanitarie.

E’ da considerare che nell’immediato dopoguerra regnava la più grande confusione, con centinaia di migliaia di sfollati e profughi di ogni genere da sistemare, con i nazisti (non tutti necessariamente criminali di guerra) in fuga, con il proliferare di documentazione contraffatta senza possibilità di reali controlli, con diverse reti parallele in attività (Servizi segreti americani, Croce Rossa Internazionale ecc..). Un contesto, insomma, assai propizio alla mimetizzazione dei criminali ed a inaspettate o anche inconsapevoli complicità che aprirono innumerevoli vie di fuga.  

Il maggiore protagonista di questi salvataggi ‘spontanei’ fu senza dubbio il vescovo austriaco Aloïs Hudal, rettore al collegio di Santa Maria dell’anima, la chiesa della comunità tedesca di Roma. Agiva in totale autonomia dalle gerarchia vaticana. Vero simpatizzante del nazionalsocialismo, soprannominato ilvescovo nero’, aveva istituito, in combutta con l’ex capo dello spionaggio tedesco in Italia Walther Rauff,  una ‘Organizzazione austriaca di assistenza ai profughi’, un ente di copertura che forniva nuove identità ai fuggiaschi, a cui una compiacente Croce Rossa forniva i necessari passaporti. Fu la rete denominata ‘fuga dei ratti’ di cui si servirono anche grandi criminali, quali Joseph Mengele (l’angelo della morte), Adolf Eichmann (l’attuatore della soluzione finale), Eduard Roschmann (il macellaio di Riga), Erich Priebke (l’esecutore della strage delle Fosse Ardeatine) ed altri ancora per fuggire in sud America.
Altro protagonista dellafuga dei ratti’ fu padre Krunoslav Draganovic, serbo, dal 1943 segretario della Confraternita di San Girolamo. Anche in questo caso un organismo di copertura per facilitare, in particolare, la fuga dei fascisti croati, gli ustascia. Hudal e Draganovic ebbero dei complici nelle sfere vaticane? Non si può  escludere. Ma di sicuro non ricevettero incoraggiamenti ufficiali, né appoggi di alcun genere dallo stesso papa, che ignorava la natura occulta di quegli organismi di copertura.

Del resto da tempo è iniziato il processo di beatificazione di Pio XII, un papa sul cui operato hanno fatto ombra pregiudizi di tipo ideologico e politico e la cui ‘riabilitazionestorica è cominciata dopo la pubblicazione dei documenti dell’archivio vaticano, dai quali emerge chiaramente quale fosse il suo vero atteggiamento nei confronti del nazismo, degli ebrei, dei criminali nazisti. Che si può riassumere nelle poche parole che disse alla fedele Suor Pascalina: «tacere in pubblico, agire in silenzio»  per ottenere i migliori risultati possibili in un mondo che, negli anni 1939/1945, sembrava impazzito avendo perduto ogni senso di umanità e razionalità.   

L’informazione che non paghi per avere, qualcuno paga perché Ti venga data.

Hai mai trovato qualcuno che ti paga la retta dell’asilo di tuo figlio? O le bollette di gas, luce, telefono? Io no. Chiediti perché c’è, invece, chi ti paga il costo di produzione dell'Informazione che consumi.

Un’informazione che altri pagano perché ti venga data: non è sotto il Tuo controllo, è potenzialmente inquinata, non è tracciata, non è garantita, e, alla fine, non è Informazione, è pubblicità o, peggio, imbonimento.

L’Informazione deve tornare sotto il controllo del Lettore.
Pagare il costo di produzione dell’informazione è un Tuo diritto.
"L’Indro" vuole che il Lettore si riappropri del diritto di conoscere, del diritto all’informazione, del diritto di pagare l’informazione che consuma.

Pagare il costo di produzione dell’informazione, dobbiamo esserne consapevoli, è un diritto. E’ il solo modo per accedere a informazione di qualità e al controllo diretto della qualità che ci entra dentro.

In molti ti chiedono di donare per sostenerli.

Noi no.

Non ti chiediamo di donare, ti chiediamo di pretendere che i giornalisti di questa testata siano al Tuo servizio, che ti servano Informazione.

Se, come noi, credi che l’informazione che consumiamo è alla base della salute del nostro futuro, allora entra.

Entra nel club L'Indro con la nostra Membership

Commenti

Condividi.

Sull'autore