venerdì, Settembre 24

Il valore di Pechino a Sochi field_506ffb1d3dbe2

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Xi Jinping

Tre giorni per cementare la ‘liaison’ con «un buon vicino, buon partner e buon amico». Il presidente cinese Xi Jinping ,per inaugurare la sua agenda estera 2014, sceglie di nuovo la Russia, già meta del suo primo viaggio da Capo di Stato l’anno passato. Dal 6 all’8 febbraio Xi ha preso parte all’apertura dei Giochi Olimpici Invernali di Sochi, spiccando nel vuoto creatosi dopo il no dei big del panorama politico internazionale, in segno di protesta verso le politiche repressive di Mosca.

E’ la prima volta che un presidente cinese compare all’inaugurazione di un evento sportivo di tale portata in terra straniera. Non certo soltanto per ricambiare una cortesia: nel 2008 il Capo del Cremlino era atterrato nel Celeste Impero per sostenere Pechino alle prese con l’organizzazione delle Olimpiadi Estive, vero e proprio ballo delle debuttanti per il governo cinese, la cui immagine a livello internazionale era stata di recente macchiata da sanguinosi scontri etnici e accuse di violazione dei diritti umani.

Il valore simbolico del viaggio di Xi Jinping è stato spiegato, vivisezionato e amplificato dai media cinesi, che hanno fornito massima copertura della trasferta russa dell’uomo forte di Pechino. Dall’agenzia di stampa statale ‘Xinhua’ al ‘Global Times’, quotidiano-bulldozer dal taglio fortemente nazionalista, che ha tenuto sott’occhio Xi passo passo con uno speciale dal titolo eloquente: Xi wins at Sochi with ‘sports diplomacy”. Proprio il ‘Global Times’ ha fatto notare come la presenza del presidente cinese alla cerimonia di apertura dei Giochi sarebbe servita a limitare la retorica negativa dei media occidentali, sempre molto critici nei confronti di Mosca per via delle discriminazioni nei confronti degli omosessuali e della limitazione delle libertà di espressione. Concetto ripreso dall’ufficialissimo ‘Quotidiano del popolo’ in Western media miss point of Sochi Games, in cui si fa notare che «quelle di quest’anno non sono soltanto le Olimpiadi più dispendiose organizzate in Russia dai Moscow Summer Games del 1980, ma sono anche quelle più chiacchierate sugli organi d’informazione». Il comportamento mantenuto dalle Nazioni occidentali in questa occasione risuona come un campanello d’allarme, chiosa il ‘Global Times’.

Sull’aspetto mediatico della visita di Xi a Sochi si è soffermato anche Wei Jizhong, ex Presidente dell’International Volleyball Federation, sottolineando come, data la scarsa conoscenza che il mondo ha dei leader cinesi, la partecipazione del Dragone ad eventi internazionali può servire a promuovere un’impressione positiva del Paese e ad accantonare i molti pregiudizi.

Quest’anno ricorre il 65esimo anniversario dall’istituzione delle relazioni diplomatiche tra i due bastioni del socialismo. Da quando ha assunto l’incarico di presidente a marzo, Xi è già stato in Russia tre volte, oltre ad aver incrociato Putin in diverse occasioni internazionali. Lo scorso anno i due si erano ritrovato a Durban, in Sudafrica, per il summit dei BRICS, a San Pietroburgo, in Russia, per il G20, a Bishkek, in Kyrghizistan, per il forum della SCO (Shanghai Cooperation Organization) e ancora a Bali, in Indonesia, durante l’APEC (Asia-Pacific Economic Cooperation). Eventi, questi, che riflettono il doppio filo che lega Cina e Russia nello scacchiere globale. Accomunati da posizioni simili sul fronte Siria e Iran, così come nel controbilanciare l’avanzata degli Stati Uniti in Oriente, tra i due giganti asiatici intercorre ‘un legame speciale’. Come scriveva la ‘Xinhua’ a ottobre, si tratta di un rapporto «improntato alla reciproca fiducia, a una fruttuosa cooperazione bilaterale e a un profondo attaccamento sentimentale», che fa da contraltare «alla diffidenza, alla divergenza di interessi e alle poco amichevoli attitudini» tra i popoli di Cina e Stati Uniti.

Quella comprensione sincera la ritroviamo nelle citazioni di Nikolai Gogol e Anton Chekhov, sfoggiate da Xi durante la sua prima visita a Mosca da presidente, dando prova di grande conoscenza della letteratura, della filosofia e delle arti russe. Così come nel tentativo di promuovere l’entertainment locale con la proiezione oltre la Muraglia diStalingrad’, primo film russo completamente prodotto con tecnologia 3D. A fare da termometro di valutazione dell’appeal culturale reciproco il flusso di viaggiatori in transito tra i due Paesi: la Russia è oggi per la Cina la terza risorsa di turismo, mentre la Cina è diventata per la Russia la seconda, con un numero di visitatori che è triplicato tra il 2008 e il 2012. E le Olimpiadi di Sochi non hanno fatto altro che fornire un ulteriore occasione per attrarre turisti in arrivo dal Regno di Mezzo; stando all’identikit tracciato dalla ‘Xinhua’, si tratta per lo più di cinesi compresi tra i 30 e i 50 anni appassionati di sport invernali, dipendenti aziendali e pensionati.

Ma ‘la luna di miele’ tra l’Orso e il Dragone, di cui parla oggi la stampa mondiale, è il frutto di un riavvicinamento recente, preceduto da anni di relazioni altalenanti e tuttora percorse da crepe superficiali, ma insidiose. Soltanto nel 2011 un report del SIPRI (Stockholm International Peace Reserach) faceva luce sulla decrescente dipendenza di Pechino dall’acquisto di armi ‘made in Russia’, nonché sulla diversificazione dei fornitori di risorse energetiche; elementi avvertiti come potenziali fattori di crisi nel partenariato strategico.

«Dal 2007 a oggi il volume delle importazioni cinesi di armi russe è precipitato in maniera drammatica. Adesso la Cina è più interessata ad acquisire tecnologia per sviluppare una propria industria bellica», si legge nel paper. Una tendenza che è stata ribaltata da Paul Holtom, ricercatore sulla sicurezza globale presso l’istituto svedese: “Ci sono stati sviluppi positivi per l’export russo di armi, come nel caso del rinnovato interesse dei cinesi per gli arei da combattimento russi di quinta generazione, tecnologia sottomarina, elicotteri ecc…”, ci dice, “allo stesso tempo, però, Mosca è preoccupata che la Cina possa diventare un concorrente in alcuni dei principali mercati per le armi russe”.

Come metteva in evidenza Linda Jakobson coautrice del rapporto- «diversi pianificatori strategici a Pechino, così come a Mosca, ravvisano nell’altra parte una minaccia sul lungo periodo dal punto di vista strategico. La partnership tra i due è affetta da problemi; la cooperazione non è armoniosa come vorrebbe far credere la retorica governativa».

Sul versante energetico, proprio i Giochi Olimpici Invernali hanno fatto da sfondo al consolidamento di una «cooperazione economica concreta», scrive la ‘Xinhua’. Lo scorso autunno il colosso russo Rosneft aveva segnato un accordo con la CNPC (China National Petroleum Corporation) per fornire alla Cina 100 milioni di tonnellate di greggio nell’arco di un decennio.Giovedì scorso, riporta la Reuters, il gigante del petrolio ha annunciato che consegnerà 9 milioni di tonnellate (180mila barili al giorno) in più nel 2014. Fattore che rende Pechino il principale cliente di petrolio russo, scavalcando la Germania.

Rimane tuttavia incerto l’esito sull’acquisto del gas, che si trascina ormai da diversi anni per divergenze sul prezzo, ma che, stando alla deadline annunciata dal CEO di Gazprom Alexei Miller, si sarebbe dovuto concludere entro fine 2013. Gazprom e la compagnia cinese CNPC hanno firmato un’intesa generica sulle forniture a ottobre 2009. Da allora i due paesi sono impantanati in un’infinita trattativa su un accordo che prevede la fornitura massima di 68 miliardi di metri cubi di gas all’anno. Ma non è da escludere che Pechino decida di fare una parziale marcia indietro. Un recente studio condotto dal China Energy Fund Commitee, think-tank con base a Hong Kong, rivela che gli esperti del settore si sono detti molto fiduciosi nella capacità del Dragone di poter presto contare sulle risorse energetiche domestiche, shale gas incluso. «Se le previsioni cinesi sulla diminuzione della dipendenza dalle importazioni dopo il 2020 dovessero essere esatte, allora avrebbe poco senso firmare un accordo della durata di 30 anni con la Russia», scrive Michael Lelyveld su ‘Radio Free Asia’.

Per Lelyveld, la ‘spilorceria’ dimostrata da Pechino nei confronti di Mosca è da attribuirsi alla spesa massiccia destinata al gas turkmeno –dal 2020 il Turkmenistan fornirà al Dragone 25 miliardi di metri cubi di gas all’anno tramite una condotta che per 2000 chilometri collega l’Asia Centrale a Kashgar, nell’estremo Occidente cinese– alla quale si aggiungono i 30 miliardi di dollari sborsati per la cooperazione energetica con il Kazakistan. Accordi siglati durante la proficua missione di Xi Jinping in Asia Centrale dello scorso settembre, coronata dalla nascita di un nuovo concetto caro al presidente cinese: quello di un una ‘Nuova Via della Seta’, ponte economico attraverso l’Eurasia.

L’atteggiamento propositivo di Pechino in Asia Centrale è stato letto da molti come una gomitata per scalzare Mosca da una regione che per affinità storico-culturali le appartiene. Secondo Chris Devonshire-Ellis, partner fondatore di Dezan Shira & Associates, la migliore occasione per implementare la collaborazione sino-russa sarebbe, invece, nascosta nel sottosuolo del Far East, una zona confinante con la Manciuria e in grande espansione economica grazie alle sue ricchezze minerarie quali ferro, argento e titanio. Qui le due economie esplicitano al meglio la loro complementarità, con la Russia che «ha le risorse naturali, la tecnologia le competenze industriali e le relazioni con la regione» e Pechino che detiene «considerevoli risorse finanziarie».

Rimane il fatto che il Dragone non è l’unico Paese ad aver messo gli occhi sulle terre dell’Estremo Oriente russo. Dalla metà degli anni ’90 Mosca e Tokyo sono impegnate nello sviluppo del Far East e della Siberia Orientale attraverso l’Intergovernmnental Committee on Trade and Economic Issue, commissione che organizza colloqui a livello ministeriale tra i due Paesi. Alla vigilia dell’apertura dei Giochi di Sochi, il quotidiano giapponese ‘Asahi Shimbun’ riportava l’intenzione del governo russo di accelerare i lavori nell’area con il trasferimento nel Far East delle principali imprese statali e degli uffici di organi facenti capo al governo centrale. Il giornale ipotizzava la possibilità che la questione venisse sollevata durante l’incontro tra Putin e il Premier giapponese Shinzo Abe, a margine della cerimonia di apertura delle Olimpiadi.

Il disgelo con il Sol Levante è ormai assodato, nonostante la stampa cinese abbia dato molto risalto alle preoccupazioni della Russia per il ‘revival militarista’ e il ‘revisionismo storico‘ con il quale Tokyo sta facendo imbufalire l’Asia-Pacifico, Pechino in primis.

Le relazioni tra Russia e Giappone sono precipitate ai minimi nel novembre 2010, quando l’allora Presidente russo Dmitry Medvedev visitò Kunashiri, una delle isole dell’arcipelago conteso delle Curili. La nomina di Putin ha avviato una fase di distensione, in concomitanza con la rapida ascesa cinese in alcune aree strategiche di reciproco interesse come l’Artico. Stratos Pourzitakis, ricercatore specializzato nella sicurezza energetica in Asia, fa notare sul Diplomatla rapidità con la quale nell’arco di un paio di anni Russia e Giappone hanno tenuto diversi incontri diplomatici di alto livello. Nell’aprile 2013 Abe è volato nella capitale russa; prima visita di un Premier giapponese dopo circa un decennio. Un mese dopo la società nipponica Inpex Corporation ha stretto un accordo con Rosneft per l’esplorazione congiunta di due giacimenti petroliferi nel mare di Ochotsk. Lo stesso anno Mosca sosteneva la candidatura di Tokyo alla Olimpiadi del 2020.

E proprio mentre a Sochi Xi e Abe si incrociavano (ignorandosi a causa delle numerose frizioni storiche e territoriali tra Cina e Giappone), il Mainichi Shimbun svelava il rifiuto di Mosca all’offerta cinese di una reciproca cooperazione nelle dispute in sospeso con Tokyo per la sovranità di alcuni atolli. Una mano per riprendere le Diaoyu/Senkaku del Mar cinese orientale, in cambio dei ‘Territori del Nord’, a largo di Hokkaido. La Russia, che a differenza del Dragone controlla le proprie isole contese, ha preferito farsi gli affari suoi.

 

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