giovedì, Agosto 5

Il tumore del ventennio di piombo image

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L’articolo di ieri sulla fiction ‘Gli Anni spezzati-Il Commissario, centrata sulla figura di Luigi Calabresi, è stato molto commentato sui social network. Me lo aspettavo, non certo per vanità personale ma perché ero sicuro che il bubbone costituito dalla tremenda stagione del terrorismo in Italia è ancora denso di umori purulenti, e che il percorso del nostro Paese verso la stabilità, emotiva prima ancora che politica, passi per l’incisione del padre di tutti i tumori italiani dal dopoguerra in poi.  Il termine ‘Strategia della tensione‘, coniato da ‘The Observer‘ il 7 dicembre 1969  (cinque giorni prima della bomba di Piazza Fontana!) e che suona, oggi come oggi, quasi obsoleto, come se descrivesse un capitolo ormai storicizzato ed archiviato, è invece probabilmente il termine di riferimento più corretto per affrontare e annientare l’Idra dalle mille teste con qualche scarsa probabilità di vittoria finale.

Dico questo perché, al di là della confusione creatasi tra la critica prettamente tecnica sull’opera e la sostanza dei contenuti espressi, evitando di evocare significato e significante e parlare chiaro, nei commenti si sono delineate all’incirca tre linee di tendenza, che cercherò di  riassumere, fermo restando che un punto su cui sono tutti più o meno d’accordo è la scarsa qualità tecnica della fiction.

  1. Quelli che, grossomodo d’accordo col mio punto di vista, ritengono l’opera mediocre ma utile al fine di affrontare il famoso bubbone, del quale hanno informazione variamente approfondita, in relazione alla fascia d’età di appartenenza.
  2. Quelli che contestano politicamente l’opera in modo radicale, ritenendo acquisiti storicamente, anche se non processualmente, elementi fondamentali come la classificazione della morte di Giuseppe Pinelli come omicidio o la ‘lettura’ del personaggio Calabresi come parte integrante di un sistema repressivo violento e dunque non distinguibile dai suoi superiori, ormai unanimemente riconosciuti come collusi con la famigerata e inafferrabile ‘cupola’ che ha mosso i fili della politica italiana nel ventennio tra Piazza Fontana e la caduta del Muro di Berlino.  
  3. Infine quelli che, come Christian Raimo che ne ha scritto una stroncatura senza appello, intrecciano forse un po’ troppo l’aspetto tecnico e quello autoriale. Verrebbe da chiedersi, leggendo i loro commenti, cosa avrebbero detto se la fiction fosse stata girata con meno sciatteria (l’aspetto scenografico è veramente da terzo mondo mediatico).

Ovviamente tutte le critiche non solo sono legittime ma, nel nostro caso, hanno più di un fondamento, vista la sostanziale unità di giudizio, scarso, sul livello tecnico dell’opera ma anche su un imprinting eccessivamente agiografico e dunque carente di coraggio nel prendere per le corna il toro di quei giorni, anni, decenni terribili. Mostrarne la scioccante brutalità, intrisa dalla mefitica cortina di nebbia che ancora oggi li avvolge e che scontiamo come una sorta di peccato originale nell’evoluzione di un’identità nazionale e nel raggiungimento di una maturità politica finalmente europea a tutti gli effetti.     

In realtà però, la cosa davvero straordinaria, insisto, è l’ondata d’interesse che ha investito ‘Gli Anni Spezzati‘, che va raccolta come una fiaccola e consegnata alle nuove generazioni con la raccomandazione che è materiale infiammabile, da trattare con attenzione ma con un grado di approfondimento storico di primo livello, per arrivare forse, un giorno, ad essere un paese pienamente sovrano e padrone di sé.    

 

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