domenica, Ottobre 17

Il trionfo di Renzi è la sconfitta del PD field_506ffb1d3dbe2

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E’ andata come previsto un po’ da tutti; e al tempo stesso è una sorpresa. Paradosso solo in apparenza: che Matteo Renzi, dopo aver vinto le consultazioni interne, quelle più squisitamente d’apparato, avesse in mano anche le primarie, non lo dubitava nessuno. Le dimensioni, piuttosto, sono per tanti versi sorprendenti, e anche la percentuale dei consensi raccolti. Anche perché sappiamo che il cuore dell’apparato del Partito Democratico non batte per Renzi, piuttosto -sia pure rassegnato alla sconfitta- aveva scelto come candidato Gianni Cuperlo, che tuttavia raccoglie assai meno consensi di quanto pronosticato (per converso, ne conquista più di quanto si credeva il ‘terzo incomodo’, Pippo Civati). Cosa significa? Forse una parte dell’apparato non è andato a votare; più probabile, però, che si sia verificato quel fenomeno che nel mondo anglosassone definiscono ‘climb on the bandwagon’, andare secondo corrente, con il più forte; e nelle ultime settimane nel ‘carro’ renziano sono saliti in molti: Walter Veltroni e i suoi, i cattolici dell’ala Dario Franceschini e Beppe Fioroni, Sindaci come Ignazio Marino (Roma), e Michele Emiliano (Bari), perfino tutta la ‘pancia’ emiliana, fino a ieri fedelissima di Pierluigi Bersani … E non c’è dubbio che fa una certa impressione sentire uno dei ras del PD romano, l’ex Senatore Goffredo Bettini garantire che Renzi è «l’uomo nuovo, la carta vincente».

Tuttavia, quei circa tre milioni di cittadini che sono accorsi ai gazebo, sono un dato di fatto, il vero alloro sul capo di Renzi. Ma sono anche un preciso messaggio, che potrebbe rivelarsi un boomerang, qualora Renzi non sapesse corrispondervi. Il Sindaco di Firenze ha sì vinto, quel 70 per cento dei consensi mietuti lo certifica. Non ha torto il leader radicale Marco Pannella quando osserva: “Per settimane televisioni e giornali hanno tirato la volata alle primarie, risultato garantito”. Tuttavia, affluenza e percentuale qualche significato ce l’hanno: la vittoria di Renzi significa soprattutto che il partitoPD ha perso: il suo elettorato non ne può più di una politica politicante fatta di meschine furbizie, affarismo poco limpido (la storia del Monte dei Paschi di Siena, per dirne di uno), piccinerie e confusione, velleità e demagogia. E’, insomma, il gruppo dirigente che ha governato il PD a uscire pesantemente sconfitto. Romano Prodi mostra di averlo compreso tra i primi: «Ora fare squadra, ma soprattutto largo a una nuova generazione», il suo primo commento.

Già: aria nuova. Non siamo disposti a scommettere neppure cinque centesimi sul fatto che Renzi sia quell’aria nuova che viene invocata; e tuttavia, piaccia o no, Renzi viene percepito come il ‘nuovo’ e ‘altro’ rispetto a una nomenklatura ansimante che non sa più parlare al suo elettorato e a cui si rimprovera una lunga serie di sconfitte e avvilenti compromessi. Vogliamo, per esempio, prendere Massimo D’Alema, tra i principali sponsor di una persona per bene come Gianni Cuperlo, che dalla sua ‘benedizione’ non c’è dubbio è stato penalizzato? Mentre in tutti i partiti progressisti e socialdemocratici d’Europa, quando il leader perde, fa gli scatoloni, sgombra la scrivania e formula i migliori auguri al successore, in Italia, non si schioda neppure a cannonate, a dispetto dei mille errori compiuti, delle complicità e dei compromessi.

Il voto di domenica di buona parte di quei tre milioni di elettori è un atto di accusa a un gruppo dirigente che non si è saputo rinnovare, non ha fiutato l’aria che cambiava, ha continuato a baloccarsi con mille giochetti con Silvio Berlusconi e il suo partito, non ha saputo risolvere, quando poteva farlo, il conflitto d’interessi, non ha realizzato alcuna riforma sostanziale, fosse quella elettorale o del lavoro, non ha saputo produrre neppure un germe di politica riformatrice, ha bruciato, quando si è trattato di eleggere il Presidente della Repubblica, in nome di meschini interessi di bottega prima un galantuomo come Franco Marini, poi Prodi (l’unico che aveva sconfitto Berlusconi due volte), infine non ha saputo far altro che pregare un Giorgio Napolitano che non ne aveva nessuna voglia, di restare al suo posto.

Un processo inevitabile, osserverà qualcuno, non a torto. Il PD è natovecchio’, con un gruppo dirigente sommatoria di due partiti in liquidazione, che ha lavorato con sconcertante puntualità perché Berlusconi vincesse; è stato capace di perdere le elezioni anche quando le vinceva; in nulla si è distinto quando si è trattato di gestire la cosa pubblica: i Filippo Penati in Lombardia in cosa erano diversi dai Roberto Formigoni? E davvero si poteva pensare di condurre impunemente, in Lazio, una bonifica di Consiglieri regionali conniventi nei fatti con i Franco Fiorito e le Renata Polverini, non candidandoli più alla Regione, ma spedendoli alla Camera, al Senato, a fare i Sindaci? (Nel contempo, chi aveva sollevato lo scandalo, i due Consiglieri regionali radicali, non sono stati più messi in lista)… Non c’è regione che sia immune da scandali e inchieste della Magistratura, per sperperi e ruberie; e al tempo stesso il cittadino ogni volta che riceve la busta paga viene spennato con doppie addizionali regionali. Davvero si pensava che alla fine il conto non sarebbe stato presentato?

Ecco perché Renzi ha stravinto. Perché chi ha guidato il PD fino a ieri è riuscito a perdere in febbraio elezioni già vinte; ha fatto un Governo con Berlusconi dopo aver giurato il minuto prima che mai l’avrebbe fatto; ha impallinato con cento voti di parlamentari del PD Prodi candidato al Quirinale. In breve: chi ha votato Renzi lo ha fatto per rottamare una classe dirigente che ritiene responsabile di aver portato il Paese al disastro.

Ora Renzi deve dimostrare di essere all’altezza della situazione. Chissà.
Il Sindaco di Firenze, insuperabile nell’arte del ‘piacionismo’, finora ha svolto la sua personale campagna elettorale sulla base dei gusti che emergevano via via dai risultati dei sondaggi demoscopici. In una parola, ha detto e promesso di fare quello che la ‘pancia’ dell’opinione pubblica ama sentirsi dire. Si chiama demagogia. Difficile scorgere nel suo operato una strategia coerente. E’ piuttosto un agitarsi episodico, molto sensibile agli effetti mediatici. Il Paese, però, è in una situazione in cui occorre essere capaci di scelte impopolari per non essere antipopolari. Ne sarà capace, Renzi?

Non è un mistero che il neo-segretario del PD vive in modo stretto la carica, quella a cui punta è la poltrona di palazzo Chigi. Per questo auspicava elezioni politiche nel breve periodo. Ma in questi giorni si sono verificate una serie di circostanze che allontanano questa prospettiva. Da una parte Napolitano ha sempre detto di non essere disposto a sciogliere le Camere per votare con questo sistema elettorale; dall’altra la sentenza della Corte Costituzionale ha di fatto imposto che si vari una nuova legge elettorale; questo significa da una parte che i tempi della politica si dilatano; dall’altro, che Renzi sarà per forza di cose costretto a percorrere il sentiero che verrà tracciato dal Presidente della Repubblica e dal Presidente del Consiglio. Mai come ora Napolitano ed Enrico Letta procedono d’intesa. Renzi, dunque, dovrà trovare il modo di non deludere il suo ‘popolo’ che chiede rinnovamento e modernizzazione; ma al tempo stesso dovrà mostrarsi disponibile alle complicate e defatiganti alchimie del ‘Palazzo’. Un equilibrismo non facile e che richiederà per forza di cose un cambio di passo. La strategia dell’ ‘uomo nuovonon è compatibile con il perimetro dell’attuale maggioranza, che non ha alternativa. Ma è questa la quadratura che da oggi Renzi dovrà cercare.                       

 

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