giovedì, Ottobre 21

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«Il treno dei desideri nei miei pensieri all’incontrario va» secondo il noto politologo Conte (Paolo), antesignano con il suo ‘Azzurro’ dell’azzurro e degli azzurri dell’omonimo attuale pensatore pedatorio Conte (Antonio). E così va, all’incontrario, a sbattere, a salire, a scendere… E insomma e in fin dei conti va un po’ come gli pare e dove gli pare, nonostante i binari da cui a volte si vorrebbe in un attimo sfuggire. Per scoprire come stanno davvero le cose, in politica, nell’amministrazione delle cose, sulle strade ferrate. Così come sul testo in oggetto, essendo intanto da tutti accettato, ma dimenticato, che l’autore delle parole era Vito Pallavicini, il Conte in questione avendo composto ‘solo’ la musica. Poi ci sarebbe anche Adriano Celentano, il primo a cantarla, ma così il discorso si allargherebbe troppo. In summa sosteneva l’indimenticabile (e presto dimenticato) Edmondo Berselli che «partorita dalla personalità di tre talenti diversi, la canzone è stata composta e ricomposta dai milioni di italiani che l’hanno canticchiata. Per questo è diventata una canzone-inno, molto più che popolare, una canzone egemonica. Ed è possibile che a ogni ascolto, ancora oggi, riveli agli italiani qualcosa di sé che ancora ignorano».

Già, che in questo o altro modo si riveli agli italiani «qualcosa di sé che ancora ignorano». Ad esempio che il gioco delle tre carte di politici immarcescibili ha finito di funzionare, e la patetica rincorsa al Movimento Cinque Stelle si svolge con modalità che rendono evidente come nulla si sia capito dei motivi della sua clamorosa, quasi incredibile, affermazione. Che la rapidità di ‘rivoluzione’ del consenso popolare degli italiani è divenuta rapidissima e incalzante, con alternanze di consensi e rifiuti da ‘a chi tocca tocca’. Matteo Renzi compreso. Che Massimo D’Alema è passato dal ruolo di politico protagonista a quello triste e buffo al contempo di macchietta gigiona. E che, visto che le rappresentazioni si giudicano facendo i conti al termine dell’ultimo atto, meglio converrebbe forse provare a lasciare un buon ricordo. Così come per i tanti protagonisti di cui solo il riproporre i nomi causa invincibile senso di rifiuto e tedio. Da Angelino Alfano a Denis Verdini, da Pier Ferdinando Casini a Dario Franceschini… E Silvio Berlusconi, che però da guitto di classe riesce ancora a ritrovare guizzi di inedito protagonismo. Pernicioso, magari, comunque non statico. Ma se riprendiamo dai ‘suoi’, dai ‘fedeli in attesa di essere infedeli’ come ci pare di poter definire molti dei pochi che gli sono ancora  rimasti al fianco, da Renato Brunetta a Maurizio Gasparri, da Daniele Santanché a Giovanni Toti, ripiombiamo in quell’ontologico rifiuto. Ci sarebbe poi Giuseppe Beppe Grillo, ma quello è un attore vero, e grande, ed i ‘suoi ragazzi’ sono relativamente nuovi e per ora non hanno generato sentimenti di reazione per esaurimento pazienza. Tragicomici scontri politici, tragici schianti reali. Tutto il resto è noia. No, non ho scritto gioia, ma noia, noia, noia, maledetta, da noi e praticamente da tutti, noia. Come da riflessione esistenziale dell’altro illustre filosofo pratico Franco Califano.

Insomma, ritornando alla ‘stazione’ di partenza. «Cerco l’estate tutto l’anno, e all’improvviso eccola qua. Lei è partita per le spiagge, e sono solo quassù in città, sento fischiare sopra i tetti un aeroplano che se ne va. Azzurro. Il pomeriggio è troppo azzurro e lungo per me, mi accorgo di non avere più risorse senza di te. E allora io quasi quasi prendo il treno e vengo, vengo da te, ma il treno dei desideri, nei miei pensieri all’incontrario va. Sembra quand’ero all’oratorio, con tanto sole, tanti anni fa. Quelle domeniche da solo, in un cortile a passeggiar… Ora mi annoio più di allora, neanche un prete per chiacchierar. Azzurro. Cerco un po’ d’Africa in giardino tra l’oleandro e il baobab, come facevo da bambino, ma qui c’è gente, non si può più. Stanno innaffiando le tue rose, non c’è il leone, chissà dov’è… Azzurro. Il pomeriggio è troppo azzurro e lungo per me, mi accorgo di non avere più risorse senza di te. E allora io quasi quasi prendo il treno e vengo, vengo da te. Ma il treno dei desideri nei miei pensieri all’incontrario va». Già. Estate, poche o niente risorse, treni che magari andassero ‘all’incontrario’ temporalmente e soprattutto fisicamente invece di andare, metafora dell’Italia, a schiantarsi l’un contro l’altro. E il leone mite di cui avremmo tanto bisogno, chissà se c’è, dov’è e soprattutto che intenzioni ha.

 

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