mercoledì, Dicembre 1

Il TPP della discordia field_506ffbaa4a8d4

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Si è giunti a tale ratifica dopo cinque anni di discussioni intense sulla strutturazione del TPP e sui modi per renderlo «appetibile» agli Stati firmatari ma non sono certo mancate le perplessità, via via risolte in parte e comunque oggetto di forti critiche da parte degli oppositori. Essi temono che sottoscrivendo il TPP a guida dichiaratamente USA, si chieda loro di fare una scelta di campo che possa essere difficilmente rimediabile nel medio e lungo periodo, qualora vi siano ripensamenti di alcun genere: a quel punto – comunque vada – sarà molto tardi per tutti. La cessione di sovranità sarebbe, quindi, non di tipo classico, ovvero nel solo ambito territoriale e di area quanto piuttosto sarebbe di natura ben più sostanziale, in quanto le decisioni nell’ambito dell’economia d’area, sarebbero prese in primis dagli Stati Uniti e gli altri 11 Paesi firmatari, alla fin dine, sarebbero solo messi nell’angolo al cospetto di decisioni già prese a monte in ambito USA. Parimenti si paventa il rischio – affermano i detrattori soprattutto asiatici del TPP – che la forza lavoro locale sia solo territorio di sfruttamento mentre la parte aurea del mondo del lavoro tra i 12 Paesi firmatari resterebbe tutta o quasi nelle mani dei soli Stati Uniti. Da qui nascono le critiche, le contestazioni e le chiassose manifestazioni in strada di giovedì scorso, dove ci si è nettamente opposti al TPP.

Così come accaduto durante la strutturazione dell’ASEAN, il «caso» della unificazione dell’Unione Europea è stato avvertito come monito, in relazione alla inveterata e parecchio contestata questione della cessione di sovranità e circa la gestione della forza lavoro interna all’area del Vecchio Continente. Si teme, quindi, che si possano verificare altri frangenti come la Grecia, l’aumento della disoccupazione, la difficoltà di rispettare i parametri connessi ai vicoli di Bilancio ed infine – last but not the least – vi è anche l’altra questione altrettanto difficile e spesso drammatica legata ai movimenti dei popoli, in specie i migranti provenienti da zone teatro di conflitto e popoli in viaggio per sfuggire alla fame ed in cerca di lavoro oltre che di migliori opportunità. L’egemonia di un asse simile a quello franco-tedesco nell’UE e che – nel caso del TPP sia dettato pedissequamente dagli USA – è quanto temono coloro che criticano il TPP.

Uno dei principali leader dell’opposizione avversa al TPP in Nuova Zelanda, la professoressa Jane Kelsey, sul ‘New Zealand Herald’ ha scritto che gli accordi garantiscono Stati stranieri e le maggiori società multinazionali nell’accesso alla manipolazione profonda dei processi decisionali che regolamentano le vite dei Paesi firmatari, livelli di potere che non hanno mai raggiunto in precedenza persino le organizzazioni e le istituzioni locali. «Più di 1.600 società acquisiranno ulteriori nuovi diritti attraverso i quali potranno forzare tribunali privati offshore se e quando i danni derivanti da regolamenti e leggi possano mai danneggiare i propri profitti».

 

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