mercoledì, Settembre 22

Il Terzo settore si mette #InMovimento Dotti: “E’ necessario un cambiamento e noi vogliamo contribuire in modo attivo”

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#inmovimento

«Chi è incapace di vivere in società, o non ne ha bisogno perché è sufficiente a se stesso, deve essere o una bestia o un dio», diceva Aristotele. La società attuale, che ha sviluppato un alto grado di individualismo, sta dimostrando che l’individuo da solo non può farcela, e nel lungo periodo è andata sgretolandosi. La crisi economico e sociale che stiamo attraversando viene considerata da molti il fallimento di un modello basato sull’individualismo e sono molti a chiedere un cambio di rotta, puntando sulla cooperazione e su una società basata più sul “noi”.

La necessità di questo cambiamento è stata avvertita anche dall’associazione Vita, che circa venti giorni fa ha lanciato con un appello civico, la piattaforma #InMovimento, uno spazio online costruito su sette verbi: educare, donare, produrre, cooperare, lavorare, curare e recuperare. Durante la convocazione civica organizzata al Teatro Elfo Puccini di Milano, il presidente di Vita, Riccardo Bonacina, ha sottolineato il fatto che «il Terzo Settore è nato con la voglia di cambiare il mondo non per difendere se stesso, ma per cambiare la realtà e le cose, le relazioni tra le persone. Qui c’è di mezzo il nostro Paese, il popolo cui apparteniamo, il suo futuro. Qui non è più questione di Terzo Settore, non è in questione la sopravvivenza delle organizzazioni e, magari, qualche residuo appalto, ma siamo in questione noi, i nostri figli, la loro educazione, il senso del lavoro e il lavoro che non c’è, i beni pubblici che vorrebbero svendere, la miseria diffusa che continua a crescere, la concezione stessa dell’intraprendere e della giustizia, in questione è la nostra concezione di accoglienza». Per questo l’associazione Vita ha presentato un manifesto che, come spiega Bonacina, «si rivolge agli uomini e alle donne impegnate in azioni di responsabilità dentro le organizzazioni della società civile e dice sostanzialmente una cosa: non dimentichiamoci che il nostro impegno personale e quello delle nostre organizzazioni, in questi anni, sono innanzitutto modi di esercitare la cittadinanza, sono una forma attiva di partecipazione alla costruzione del bene comune e dell’interesse generale». Secondo Bonacina, infatti, è arrivato il momento che «gli uomini e le donne del Terzo Settore, più che agli spazi di potere mettano in atto processi di umanizzazione della società e dell’economia, processi di cambiamento. E c’è solo un modo per farlo: uscire dalle sedi delle organizzazioni, sporgersi sui bisogni, com-muoversi rispetto ai bisogni e proporre risposte».

La prima risposta che provano a dare le associazioni è quella di aderire al manifesto #InMovimento, che vuole essere un punto di partenza per partecipare attivamente ai cambiamenti economici e sociali che coinvolgono necessariamente anche l’Italia. Non a caso il manifesto si basa su sette parole chiave, o meglio su sette verbi che, secondo l’associazione, dovrebbero essere seguiti per sostenere il Terzo settore e il suo operato all’interno di questo cambiamento in atto.

Giovanni Dotti, direttore di Welfare Italia, da sempre attivo come imprenditore nell’ambito dell’impresa sociale, racconta alcune caratteristiche della piattaforma #InMovimento e la sua importanza per provare a modificare l’attuale situazione economica e sociale.

 

Dottor Dotti, che cos’è la piattaforma #InMovimento e come è nata?

La piattaforma #InMovimento nasce da una riflessione che Vita, sia come comitato che come azionariato, ha affrontato a 20 anni dalla sua nascita, sia per fare il punto sulla società civile italiana che per provare a guardare avanti. Si tratta di una piattaforma costruita su alcuni verbi che noi consideriamo importanti, per dare l’idea delle azioni necessarie da compiere. L’associazione ha costituto un board di persone di riferimento, ma poi ha coinvolto molte altre associazioni che hanno aderito al manifesto. Il nostro desiderio è di contribuire in modo concreto a questa fase di cambiamento che non è solo italiana, ma europea.

A chi è rivolta la piattaforma?

È rivolta in primis a tutti i cittadini e in particolar modo a quelli che hanno già forme di associazione, ma mira a coinvolgere anche il mondo economico, soprattutto le imprese, che si stanno chiedendo quale sarà il modello produttivo dei prossimi anni, e il mondo politico. Il manifesto è molto ambizioso, mira a un alto coinvolgimento, ma è giusto avere delle prospettive alte.

Quante sono al momento le adesioni?

A pochi giorni dalla sua apertura erano già 200 e oggi, che sono passati 20 giorni, abbiamo raggiunto le 222 adesioni. Lo consideriamo un bel traguardo per il poco tempo trascorso e pensiamo che questa elevata adesione sia legata in particolar modo al fatto che si respira nella nostra società il bisogno di fare questo passaggio.

Con questa piattaforma è possibile creare un nuovo modello di sviluppo economico? Come?

Non parlerei solo di sviluppo economico, ma di contribuire concretamente al cambiamento politico, economico e sociale. Il nostro scopo è quello di provare a dare più valore al ‘noi’ e non solo all’io, recuperando un senso di insieme e di alleanza con gli altri. Dobbiamo riuscire a immaginare che si possono fare le cose in modo diverso dal passato, perché il mondo è cambiato. Bisogna prendere atto che le tre grandi sfere, quella economica, sociale e politica, non sono più separate tra loro ma hanno delle consonanze che devono essere valutate nelle singole azioni politiche, economiche e sociali. Ogni azione in una sfera ha necessariamente delle conseguenze sulle altre due. Le sfere, che un tempo erano separate, oggi sono distinte ma coordinate tra di loro.

Uno dei primi verbi è educare: quanto è importante la formazione per un nuovo modello economico?

Parlerei di educare nel senso più ampio, non solo di formare. Questo vuol dire immaginare che non c’è più un tempo dell’educazione e un tempo del lavoro distinti, ma che l’educazione ci accompagna dalla nascita fino alla morte. Bisogna entrare nell’idea, insomma, di una formazione permanente. Il tema educativo della primissima infanzia, poi, è importantissimo perché è responsabile del 50% della formazione della persona. Non possiamo perdere i primi anni di vita. Questo ragionamento aprirebbe la strada a grandi innovazioni educative.

Cosa si intende, invece, con il verbo “donare”?

Questo concetto ha due facce. Una più semplice, che è la donazione materiale, ovvero la predisposizione a dare qualcosa che abbiamo prodotto o accumulato nel tempo agli altri. L’altra faccia, invece, è quella più complessa che consiste nel dare qualcosa di sé agli altri, immaginando che l’altro è un pezzo importante di noi. Dobbiamo uscire dalla logica del mondo che gira intorno all’individuo, meglio iniziare a pensare che insieme giriamo dentro al mondo. Non si tratta di bontà, ma di avere un senso sano di se stessi.

Che ruolo ha oggi la cooperazione in Italia?

La cooperazione è un vettore storico delle forme produttive italiane, tant’è vero che è stata riconosciuta anche nella nostra Costituzione. Sicuramente questo settore è in grande trasformazione e ha ricevuto una grande spinta dalla più recente cooperazione sociale. Certo è che oggi la cooperazione viene sfidata da grandi temi, come le nuove forme di lavoro, i nuovi servizi pubblici, l’educazione e la gestione dei beni culturali.

Tra i verbi ci sono anche “curare” e “recuperare”. Cosa si intende?

Curare è una delle forme più nobili dell’essere uomini: ci prendiamo cura dei figli, dei genitori, dei fratelli, degli amici e talvolta anche dei nemici. Questo vuol dire immaginare anche delle forme di esperienze istituenti, dando vita a modelli che diventano diffusi e stabili nel tempo. Re-immaginare le forme di cura vuol dire aprire grandi spazi di forme organizzative sociali. Il verbo ‘recuperare’, invece, è inteso in relazione al rapporto con ambiente. Il bello è una dimensione, non solo estetica, che fa parte dell’agire umano. Recuperare spazi e bellezza, riqualificare i nostri territori è un’azione politica economica e sociale, che è importantissima per questo cambiamento.

Di cosa ha bisogno il Terzo Settore italiano oggi?

Ha bisogno di non fermarsi a se stesso, di essere orgoglioso della propria storia e di quello che ha fatto, ma di non ancorarsi ad essa. Per questo è necessario guardare avanti e pensare a come affrontare le nuove sfide.

Di cosa hanno bisogno, invece, l’economia e la società italiana per ripartire?

Hanno bisogno di recuperare il modello italiano che si è perso. Si tratta di un modello fatto di significati, luoghi e situazioni, ma dobbiamo evitare di implodere nel familismo e nel campanilismo. Il modello economico italiano, il noto Made in Italy, ha grandi possibilità se riscopre il proprio spirito e sa stare dentro al mondo.

 

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