martedì, Maggio 18

Il terrorismo in Nuova Zelanda field_506ffb1d3dbe2

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La Nuova Zelanda, come il resto del mondo, è occupata ad osservare gli sviluppi della rinnovata ondata di terrore creata dall’avvento dell’IS, lo Stato Islamico (Islamic State). Attivo tra Iraq e Siria, si tratta di un’organizzazione para-statale di impostazione islamica sunnita estremista non riconosciuta dalla Comunità Internazionale, guidata da Abu Bakr al-Baghdadi e separatasi da al-Qaeda nel Febbraio scorso, in quanto ritenuta troppo difficile da controllare. E’ importante ricordare che lo scopo dell’IS è quello di conquistare tutti i territori a maggioranza sunnita presenti nei due Paesi, al fine di unirli ed espandere il califfato islamico sunnita fondato sulla Shari’a, la legge islamica.

Sia la Nuova Zelanda che l’Australia, in virtù del loro marcato isolamento geografico, hanno storicamente vissuto la peculiare condizione di Paesi occidentali prosperi e pacifici senza, tuttavia, aver dovuto affrontare molti dei compromessi necessari per mantenere tale status quo, al contrario di Stati Uniti ed Europa.

Le similitudini in ambito di politica internazionale, tuttavia, finiscono qui. Se infatti è vero che l’Australia deve alla propria posizione geografica una buona parte della propria sicurezza nazionale, è altrettanto vero che tale Paese si sia sempre dimostrato estremamente attivo nello scacchiere internazionale, al contrario della vicina Nuova Zelanda. Le molte attività dell’Australia a livello globale – interventi armati, missioni di pace, aiuti umanitari e aiuti allo sviluppo – hanno portato una lunga serie di risultati positivi, ma è fondamentale tenere in considerazione come questo abbia spesso comportato altrettanti risvolti negativi, il più importante dei quali è senza dubbio la rinnovata attenzione dei diversi gruppi terroristici di matrice islamica nei confronti del Paese. A tal proposito è dunque importante ricordare che l’Australia ha avuto a che fare con atti terroristici all’interno del proprio territorio sin dagli anni ’60, mentre ora il livello di allerta terrorismo è stato portato a high, il secondo livello più alto, indice che un attacco terroristico è ora “probabile”.

La Nuova Zelanda invece, al contrario del vicino alleato, non ha mai avuto velleità da regional power, potenza regionale, né tantomeno da middle power, media potenza. Con una superficie di circa 268.000 chilometri quadrati – poco meno dell’Italia – una popolazione di meno di 4,5 milioni e la condizione di Paese estremamente sottopopolato ma spiccatamente benestante, lo Stato dell’Oceania ha sviluppato, nel corso degli anni, un particolare concetto di sicurezza nazionale, non dissimile da quello australiano.

La storia di tale Paese lo vede indiscutibilmente incastonato nel mondo occidentale da una fitta rete di accordi politici e commerciali e da innumerevoli trattati commerciali di natura bilaterale e multilaterale. Questa condizione ha dunque permesso al Paese di agganciarsi ad un lento processo di sviluppo politico e sociale comune a Paesi molto lontani dal punto di vista geografico, ma con una notevole autonomia rispetto ad essi.

Alla Nuova Zelanda fu infatti proposto nel 1901, anno in cui l’Australia ottenne l’indipendenza dal Regno Unito, di unirsi al neonato gruppo di Stati australiani, al fine di divenirne il settimo. Il Governo neozelandese rifiutò, rimanendo da allora molto vicino alle posizioni di Canberra pur mantenendo una forte autonomia in ambito di politica estera. La storia recente ha visto la Nuova Zelanda solidamente a fianco dei Paesi alleati – Australia, USA e Regno Unito in primis – negli impegni internazionali, cominciando dalle Guerre Boere e passando per le due Guerre Mondiali, l’Emergenza Malese, la Guerra di Corea, la Guerra del Vietnam, la Guerra del Golfo e le varie missioni comandate dall’Australia per pacificare l’Arco di Instabilità a nord dell’Oceania.

L’unica, vistosa, eccezione è tuttavia rappresentata dalla Guerra in Iraq del 2003 – la cui pesante eredità è alla base dell’attuale sviluppo dell’IS – in cui la Nuova Zelanda si è limitata ad inviare un esiguo numero di forze di supporto per la ricostruzione postbellica in virtù della Risoluzione ONU 1483, manifestando palesemente il proprio dissenso nei confronti di tale intervento.

Un ulteriore fattore che ha contribuito all’isolamento della Nuova Zelanda dalla nuova ondata di terrorismo islamico, sviluppatasi a partire dal 2001, è rappresentata dal congelamento, durato quasi 30 anni, della cooperazione militare con gli Stati Uniti. I rapporti di collaborazione in tale ambito si interruppero bruscamente nel 1984, anno in cui l’ex Primo Ministro David Lange approvò la legge che rendeva la Nuova Zelanda completamente nuclear free, impedendo che ogni mezzo – di terra, mare o cielo – potesse attraversare i confini neozelandesi, al pari della costruzione o del trasporto di materiale radioattivo. La fiducia tra i due Paesi è stata poi ripristinata nel Novembre dello scorso anno, ristabilita da nuove forme di cooperazione nell’ambito del pivot to Asia voluto dal Presidente statunitense Obama. Cionondimeno, la distanza della Nuova Zelanda dal “poliziotto del mondo” e da molte delle sue più controverse azioni in territori combattuti, hanno comportato che questa abbia goduto a lungo di un anonimato utile per il Paese.

Questo non vuol dire che la Nuova Zelanda non abbia conosciuto il terrorismo, ma solo che non sia ancora stata colpita da quello di matrice islamica. A partire dal tentato assassinio del Duca di Edimburgo nel 1868, infatti, sono diversi gli atti di terrorismo avvenuti in territorio neozelandese. Nel 1913 venne fatta scoppiare una bomba durante un grande sciopero nazionale; nel 1951 un ponte ferroviario venne fatto saltare in aria nell’ambito di una controversia riguardante la fornitura di carbone nel Paese; tra il 1969 ed il 1970 diversi furono gli attacchi incendiari a basi militari neozelandesi, come forma di protesta per il coinvolgimento nella Guerra del Vietnam; nel 1982 venne ucciso un uomo nell’atto di far saltare in aria una stazione di polizia; due anni più tardi una bomba contenuta dentro una valigetta venne fatta esplodere nel quartier generale di uno dei maggiori sindacati neozelandesi; nel 1987 la Rainbow Warrior, una nave di Greenpeace, venne colpita ed affondata dai servizi segreti francesi vicino alla città di Auckland, da dove sarebbe partita per organizzare una protesta contro gli esperimenti nucleari francesi nel Pacifico.

Oggi il rischio terrorismo nel Paese è basso, secondo quanto riportato dall’unità antiterrorismo della polizia neozelandese, tuttavia il livello di allerta sta aumentando. Molti analisti condividono infatti l’ipotesi di pesanti ritorsioni qualora la Nuova Zelanda prenda attivamente parte alla coalizione anti-IS forgiata da Obama. Il Paese, inoltre, sta affrontando la vicenda di alcuni suoi cittadini, principalmente figli di Afghani naturalizzati Neozelandesi, andati a combattere contro il regime di Damasco. Il Primo Ministro neozelandese, John Key, non ha fatto mistero di tale condizione: «Sono persone brutali, bene addestrate, bene organizzate e stanno espandendosi. Noi non ne siamo immuni, sappiamo che vi sono molti combattenti stranieri tra le fila dell’IS e possiamo identificare un piccolo gruppo di persone che vuole lasciare il nostro Paese per andare a combattere la jihad». Come già accaduto in Australia, infatti, tali persone sono poi state attratte dal richiamo dello Stato Islamico, ma alcune di esse hanno fatto richiesta di poter rientrare in patria, deluse dallo sviluppo degli eventi. L’attenzione dei servizi segreti neozelandesi – parte della nota rete spionistica anglosassone Five Eyes, i Cinque Occhi, composta da Stati Uniti, Regno Unito, Australia, Canada e Nuova Zelanda – è ora concentrata sul duplice intento di impedire che tali situazioni si ripetano, oltre che sulla prevenzione di eventuali attacchi esterni.

La terza vittoria consecutiva di John Key, ottenuta pochi giorni fa, sembra dunque assicurare la continuità della politica estera del Paese, poggiata su rapporti politici strettamente legati ad Australia ed USA, rapporti economici fortemente basati sul commercio con Australia, Cina e sud-est asiatico ma, al contempo, anche su un impegno militare il più ridotto possibile nelle zone contese del pianeta. Nonostante, dunque, il modello sembri rimanere quello australiano della diplomazia politica con l’Occidente e della diplomazia economica con l’Asia, sembra decisamente poco probabile che la Nuova Zelanda di John Key stravolga il proprio cammino di pacifica crescita per dare un supporto sostanziale alla coalizione organizzata da Obama contro lo Stato Islamico.

 

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