lunedì, Agosto 2

Il terrorismo è stato limitato, non sconfitto field_506ffb1d3dbe2

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A tredici anni dall’11 settembre l’America ricorda le sue vittime. L’attacco alle Torri gemelle non rappresenta solo una tragedia americana. Segna l’inizio del pericolo per il mondo intero. L’anno 2011 diventa uno spartiacque: un anno in cui il confronto globale diventa tra Occidente e terrorismo. Com’è cambiata da quel giorno la politica estera mondiale, i nuovi pivot, le strategie transatlantiche, ma anche i grandi errori geopolitici. Ne abbiamo parlato con Pietro Paganini, docente presso la John Cabot University di Roma e fondatore di Competere.eu

 

“Tredici anni dopo l’11 settembre la ferita è ancora aperta, ma siamo sopravvissuti. Siamo più forti”. Sono le parole pronunciate dal presidente americano Barack Obama nel giorno in cui l’America ricorda le vittime dell’attacco più “infame” della storia a stelle e strisce. La Casa Bianca non dimentica. Non si piega al terrorismo e promette che “non cederà mai alla paura”. Ma tredici anni dopo il timore di dover fare i conti con nuove guerre senza confini e senza fronti è ancora forte. Chiuse le missioni in Iraq e Afghanistan gli Stati Uniti possono considerarsi davvero al sicuro?

Assolutamente no. Il terrorismo è stato limitato, ma certo non sconfitto. Questo è un dato di fatto, nel senso che sono state vinte tante battaglie, ma l’America non ha ancora vinto la guerra. Soprattutto quella dei valori: che errore pensare che le esperienze di una società aperta come quella occidentale potessero attecchire e radicarsi facilmente altrove. Pensiamo all’Afghanistan ad esempio: la cultura dell’estremismo è insita nella cultura locale. O, ancora, in Iraq, abbiamo preso decisioni sbagliate, toccando delicati equilibri e dando sfogo a matrici di gruppi e movimenti che oggi sono incontrollabili. Esperienze, che purtroppo non sono servite a far ragionare meglio su interventi in altre aree del Medio Oriente o del nord Africa come la Libia o la Siria.

 

ritiri da Baghdad e da Kabul sono stati completati, eppure l’Afghanistan – è storia di queste ore – non risulta affatto stabilizzato. A tredici anni di distanza, secondo lei, è stata giusta quella strategia? Parliamo di terre impossibili da cambiare? O si tratta addirittura di un fallimento generale del modello di politica estera occidentale?

Le colpe andrebbero cercate non solo nell’inespugnabilità di molti gruppi sovversivi, ma anche nel fatto che le strategie di contrasto adottate dai governi democratici non hanno portato frutti. Gli obiettivi della “guerra al terrore” erano semplici: rimuovere i talebani da Kabul e sconfiggere al-Quaeda. Ma è stato sciocco pensare di poterci riuscire esportando la democrazia. Sorge un dubbio anche sui sistemi di intelligence, perché, francamente, vuol dire che non hanno capito le dinamiche di quel mondo, chilometri lontano dal nostro modo di concepire una società libera. Abbiamo avuto difficoltà a capirci e a cooperare ai confini con l’Europa, figuriamoci con società così diverse.

 

Quindi dopo la fase di reazione al terrore quei popoli sono addirittura tornati indietro?

E’ brutto da dire, ma i regimi di Gheddafi e Saddam Hussein certo non promuovevano la democrazia e società libere, ma garantivano stabilità. Oggi c’è un caos così indecifrabile che i costi sociali sono smisurati, soprattutto in termini di vite. Dovremmo chiedere conto a chi ha voluto sovvertire questi regimi in modo radicale senza trovare transizioni più caute che avrebbero certamente preso più tempo ma avrebbero forse favorito la maturazione della cultura della democrazia e della libertà. 

 

Dove sono finiti i cinguettii delle primavere arabe?

Non credo nel determinismo, quindi non penso che la tecnologia determini i fenomeni sociali, piuttosto li può condizionare. Internet ed i suoi canali e piattaforme sono strumenti eccezionali per diffondere informazione e conoscenza, ma non si poteva pensare di costruire nuove leadership con un tweet. Dopo le rivoluzioni sono spariti anche i contenuti. Così come la tecnologia è usata per diffondere il sapere, così può servire anche per opprimere la libertà. L’euforia digitale dell’occidente ha prodotto effetti contrari in Medio Oriente, per esempio, a dimostrare che il determinismo è un errore metodologico gravissimo. A mio avviso sarebbe stato meglio trovare forme soft di allentamento dei regimi ed una progressiva loro sostituzione con formule più democratiche. Guardiamo al caso libico: è emblematico. Tanto protagonismo degli europei per poi essere considerato il peggior esempio di politica estera dell’Unione.

 

E’ anche vero che nel 2011 quella missione aveva ottenuto un ombrello molto importante. All’inizio le cose hanno funzionato perché sia la NATO che l’ONU hanno vigilato e coordinato le operazioni. Perché poi si è deciso di mettere gli organismi internazionali in un angolo?

Il cittadino guarda alla NATO e all’ONU come organizzazioni che spendono tanto e producono poco. Ma la verità è che qualche governo a noi vicino – al di là della coalizione internazionale che si era formata per aiutare le popolazioni civili di Tripoli e Bengasi – ne ha approfittato per un tornaconto personale. Sono state fomentate storie ed è stato accelerato in maniera negligente il processo di transizione, senza per altro avere le idee chiare su cosa fare. Mi spiace che l’Italia, che ha sempre avuto una sorta di relazione privilegiata con Tripoli, abbia voluto seguire questi impulsi o sia cascata nel tranello. Con il risultato di trovarsi oggi a bocca asciutta. In Europa, dovremmo oggi chiedere conto a chi ha fomentato queste strategie folli. La Libia confina con noi e noi restiamo il primo approdo per le migliaia di disperati che lasciano il paese. Mi chiedo come mai a Malta, che per altro è molto vicina, non ci vada nessuno. 

 

Le nuove minacce hanno avuto come conseguenza diretta il fatto che, azioni e fatti che accadono in un Paese o in una regione, spesso hanno conseguenze molto importanti sia livello regionale che mondiale. Quelle asimmetriche come il cybercrime, addirittura, sono ancor più pericolose. Non crede che questa forma di crimine sia ancora troppo sottovalutata?

Un’altra verità dell’11 settembre è stata quella di aver svelato un’America non più capace di detenere lo scettro della politica estera mondiale, come accadeva un tempo. Obama, ad esempio, ha rallentato molto il concetto di Stati Uniti come supremazia mondiale. Probabilmente a causa di una difficile congiuntura interna e di un delicato equilibrio interno al Congresso che stanno influendo molto sulle decisioni della Casa Bianca. O più semplicemente perché al popolo americano non importa che i loro soldati vadano in giro per il mondo a spese dello Stato: dopo la crisi del 2008 si guarda di più all’interesse per l’economia e ai benefici per le famiglie. Un depotenziamento, quindi, che sconta il fatto di trovarsi di fronte ad un secondo potere chiamato Cina. Il pericolo nel nuovo secolo non è la minaccia bellica, bensì quella che si accanisce e distrugge l’economia di un Paese, le sue infrastrutture, i dati strategici. L’approccio è diventato difensivo: gli americani si difendono da altre potenze considerate “concorrenti”, così come i cinesi fanno verso l’Occidente. Quel che va detto è che sul cybercrime gli americani hanno certamente più strategia rispetto agli europei: il vecchio continente, così come l’Italia, sottovalutano ancora il problema.

 

La crisi economica ha inciso sulla politica estera?

La crisi si sente, così come la necessità di rivedere la spesa colpisce settori che non sono più percepiti come non fondamentali. Il cittadino ignora il prezzo della Libertà a volte, e da per scontato che la democrazia sia un processo a senso unico. La difesa per esempio, non è guerra, ma difesa della propria libertà e attività di tutela dei propri interesse in giro per il mondo. Da un lato si chiede di spendere di più, ma se non ci sono i soldi è difficile farlo. Dall’altro si comunica male o si specula su temi seri, come quello sugli F35, fino a trasformare un dibattito serio in pregiudizio ideologico.

 

Perché non esiste una difesa comune europea?

La prima ragione mi sfugge. La seconda è che c’è una non sana competizione tra Paesi europei sulla necessità di avere un loro esercito. La terza ragione è che i Paesi europei su materie delicate fanno fatica a compiere delle scelte: difficile avere strategie quando si lotta tutti i giorni contro la burocrazia.

 

Le migrazioni possono essere considerate una minaccia moderna?

I flussi migratori sono sempre benvenuti perché dovrebbe portare manodopera e intelletti. Il problema è che se non controllati la situazione scappa di mano, con il rischio che ci possano essere infiltrazioni terroristiche nel nostro tessuto sociale. Il vero problema dell’immigrazione oggi è una carenza europea nel capire come mai i migranti partono soli da alcuni Paesi, utilizzano navi che hanno bandiere ben precise – spesso barche fatte e immatricolare in paesi della UE – e trovano facilmente risorse. Dobbiamo certamente capire le ragioni umanitarie, ma anche chi favorisce e foraggia i gruppi criminali che gestiscono i processi migratori dei disperati, e perché. E’ un giro complesso e che va approfondito. E’ qui il vero nodo.

 

L’11 settembre aveva aiutato a portare la Russia nell’orbita della NATO. Ora l’Alleanza Atlantica è ostilissima alla Russia. Dov’è il vero pericolo? Perché si è arrivati al punto di minacciare i missili in Polonia?

Se i russi fanno qualcosa è innanzitutto per un senso di nazionalismo rispetto ai Paesi confinanti. Forse l’Europa ha accelerato troppo nel processo di allargamento, nell’integrare Paesi che per certi versi non sono ancora pronti, culturalmente per esempio, o dove la rule of law è ancora sconosciuta. In Ucraina poi, c’è addirittura una fetta della popolazione che si sente russa. Ignorarli e considerarli folli o addirittura soggetti a Mosca è folle. Non capisco perchè si sorride agli scozzesi, si applaude ai catalani, ma gli ucraini che vogliono mosca sono considerati dei pazzi. Per il resto non credo che tutta l’attenzione della politica estera mondiale sia lì. Forse in alcuni momenti è utile farlo pensare per non far vedere cosa succede altrove. I media, in questo senso, sono abituati a produrre informazioni a tempo di record e poi ad accantonarle.

 

L’Italia può ancora giocarsi un ruolo da protagonista sullo scenario mondiale?

Negli ultimi anni il nostro Paese non ha contato molto sui tavoli internazionali. Le faccio due esempi su tutto, per me emblematici seppur molto differenti tra di loro: la Libia, nostro principale alleato, oggi nel caos. L’Argentina, dal quale dopo la bancarotta abbiamo tolto la maggior parte dei nostri investimenti. In entrambi i casi, molto diversi ripeto, si poteva operare con strategie che avrebbero salvaguardato e migliorato i nostri interessi nel medio e lungo termine. Anche prima del 2001 era molto debole, perché a livello di governi sono mancate strategie internazionaliste. Ci sono stati rapporti personali – vedi quello di Berlusconi con Putin – ma non strategie di espansione della propria economia e dei propri interessi in regioni limitrofe come i Balcani, ad esempio. La colpa non è solo del singolo politico o del funzionario, che spesso non si sono dimostrati all’altezza, ma di un sistema. Pensiamo a quanto costano le Ambasciate all’estero. Rispetto molto i funzionari diplomatici ed il loro prezioso lavoro, ma, purtroppo, alle imprese italiane non viene garantito lo stesso supporto. Gli inglesi, i francesi ed i tedeschi arrivano in Italia con consoli ed ambasciatori. Le imprese italiane vanno all’estero a giocarsi i contratti da soli, e spesso vincono. Mi piacerebbe un sistema di intelligence e una Farnesina che suggerisce alle imprese dove andare e le accompagna, che costruisce percorsi e terreni fertili dove andare ad investire. L’Africa potrebbe essere il campo dove esercitare una nuova politica. Per ora siamo partiti con il piede sbagliato, ma c’è tempo, poco, per invertire la rotta. 

 

 

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