martedì, Gennaio 18

Il tema di italiano e il potere delle parole Meglio sai scrivere meglio pensi, più l’organizzazione e l’articolazione del pensiero sono funzionali a comprendere testi difficili o ad articolare parole e relazioni nella realtà quotidiana

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Tutto quello che ho per difendermi è l’alfabeto;

è quanto mi hanno dato al posto di un fucile

(Philip Roth)

Tra le tante notizie che scorro una merita alcune considerazioni. Diverse migliaia di studenti di scuola, già massacrati con i loro sodali più piccoli vivendo per una condizione sanitaria pandemica incontrollabile una vita sociale psicologica e relazionale difficile, prevalentemente chiusi in muri familiari protettivi ed oppressivi, con molti docenti, hanno fatto richiesta di abolire il tema di italiano dagli esami di maturità. Ciò a seguito di una sconfortante quanto realistica presa d’atto che poiché gli alunni ed i giovani non sanno più scrivere, il tema alla fin fine costituirebbe un ostacolo troppo complesso portatore di ansia e frustrazione. Dinanzi ad un’affermazione del genere il mondo della scuola, la società, la famiglia, alfine la politica dovrebbero con un’urgenza somma interrogarsi su cause, motivi ed effetti.

La notizia alquanto sconfortante sarebbe da assumere talmente sul serio ponendola tra le notizie dell’anno. Ben più serie di qualsiasi crescita, sviluppo, ingenti trasferimenti di denaro dall’Europa, vicende politiche, gossip, affari personali insieme a tante altre notizie inutili. Ci vorrebbero confronti di interna coerenza statistica qui improponibili. Ohibò, ho subito pensato, un altro tassello che si unisce ai già tanti che sono venuti rotolando negli ultimi decenni, sgretolando un panorama interiore e collettivo tra perdita di sé, rapporto con gli altri, personale rappresentazione del mondo. Il mondo del pensiero critico e dell’interpretazione della realtà, della conoscenza e dei saperi.

Un mondo globale ed interconnesso in cui da tempo la parola, il linguaggio, il pensiero hanno preso una deriva triste e desolata dinanzi all’emergere al diffondersi ed all’impadronirsi di una realtà culturale e sociale parte della società dell’immagine e della duplicazione virtuale del reale. Siamo diventati tutti molto veloci nelle connessioni elettroniche ma non sappiamo più come comunicare. Esponiamo allo sguardo pubblico emozioni e manifestazioni di socialità con facce o balletti, in Tik Tok, ma non riusciamo più ad essere emotivi, solidali, partecipativi delle difficoltà altrui. Ciascuno preso dai propri atti autoreferenziali. Abbiamo sostituito alla profondità lenta che assimila concetti, categorie e paradigmi una velocissima invasione del micro pensiero monosillabico, incoerente, frammentato, disperso, sincopato. Nel mentre trionfa la compulsiva rifrazione della realtà se non per immagini che sbuca dai nostri piccoli schermi portatili fino ai monitor che spuntano ovunque, dai video virali sui social all’esposizione estetica egolatrica del sé, che si è impadronita la realtà.

Così diveniamo voraci ‘cannibali’ di immagini, di merci, di consumi, in un regime di valore di scambio permanente che ha mortificato la realtà del valore d’uso di un concetto un pensiero una parola. Ma quale realtà? Il processo di impoverimento rappresentato dall’estensione smisurata senza controllo, intendo verifica pedagogica, della produzione di immagini, foto, video, faccette, ‘mi piace’, costituisce la deriva del tempo. In cui la realtà è, per paradosso, talmente impoverita a causa del dilagare di un’iper produzione di significati da poter permettere ad uno dei più ambigui e forse pericolosi, sì, pericolosi, come il boss di Facebook proprietario di una filiera comunicativa come Whats App e Telegram, Mark Zuckerberg, di inventarsi una realtà ‘aumentata’ non già di conoscenze quanto di espansione della realtà, sempre meno padroneggiata, con dei visori con cui entrare nei mondi virtuali estesi ed infiniti.

Un’estensione e diffusione di realtà priva della sua profondità. Un impoverimento delle menti e del pensiero, con accrescimento quantitativo in pixel di immagini ed avatar. D’altronde se un giovane, Kabi Lame, che pare simpatico, da ex operaio diviene “famoso” come altro “pifferaio magico” con “seguaci” digitali a milioni, quelli che seguono, i followers, con il fumo di pantomime mute di un infantilismo che suona tenero ai tanti, allora vuol dire che la parola viene estraneizzata da homo sapiens prendendo vita nuove mappe segni codici comunicativi. Qui ricordo un frammento del mio passato. Una quindicina di anni fa vengo chiamato dalla Segreteria Didattica del Liceo Scientifico frequentato da mio figlio Achille per un incontro periodico con il corpo insegnante. Incontro la professoressa di italiano che mi avevano detto esser stata un’allieva di Natalino Sapegno, importante critico letterario ed accademico italiano dei Lincei, tra i più importanti studiosi del Trecento letterario italiano. La professoressa senza preamboli riassunse l’andamento della classe in una sola frase “Non sanno organizzare il pensiero”. Aggiungendo con aria consapevolmente sgomenta che molti erano incapaci persino di articolare delle subordinate. Come l’aggiuntiva, “oltre a studiare, di tanto in tanto usciva”, all’avversativa “invece di ridere sempre, pensa a studiare”, causale, sia esplicita (poiché, perché, giacché, siccome, dal momento che, ecc.), od implicita (a, di, per + infinito, participio passato, gerundio). E via complicando fino a “temporale”, (“finché, quando, allorché”…) con indicativo o congiuntivo, od implicita, (“allo scoccare della mezzanotte, sarà Natale”).

Complicato, complesso? Sì. Serve, è inutile? Meglio sai scrivere meglio pensi, più l’organizzazione e l’articolazione del pensiero sono funzionali a comprendere testi difficili o ad articolare parole e relazioni nella realtà quotidiana. Ma ancor più, lo scrivere un tema traccia un solco che specifica la propria identità in relazione con il mondo esterno. Invece ormai siamo annegati in una condizione di una realtà articolata mutevole rintanata in un anfratto veloce di messaggini, contrazioni (tvb, ti voglio bene, tvtb, ti voglio tanto bene). Con allitterazioni (senza capo né coda, bello e buono, tosto o tardi…) brutte copie di quelle di artificio retorico frequente negli autori latini. Per non dire dell’allitterazione musicale con la sua ripetizione di suoni ed accordi. Qui ci troviamo nel malcapitato territorio dell’incapacità di articolare in un discreto italiano concetti utili ad elaborare ragionamenti solo in apparenza semplici. Insomma è la funzione della retorica che nulla ha a che vedere con la ridondanza e la pedanteria espressiva ma che riporta ai greci ed all’arte del dire, del saper dire, del discorso.

Tutto ciò è quantomeno difficile nell’attuale mondo della comunicazione veloce? Bene, anzi male, per cui non ci si può meravigliare che qualche settimana fa sia stata interrotta dopo una prova scritta una procedura d’esame per l’accesso alla magistratura (quei funzionari dello Stato che emettono sentenze, scrivono faldoni di migliaia di pagine di un processo, che assolvono od al contrario condannano, insomma gli applicatori che interpretano leggi, quelle nostre con abnormi arzigogoli e pompose retoriche salva-quasi-tutti). Il motivo è che avevano sbagliato riferimenti a leggi e norme, avevano toppato su alcuni cavilli ed arzigogoli del cpp, codice di procedura penale, o di quello civile? Volesse il cielo… No, erano solo scritti in un italiano talmente claudicante da dismettere le certezze degli esaminatori su un prosieguo decente! Dato che siamo in tema, quando prima di insegnare per qualche tempo all’università assolsi al compito di assistente presso una cattedra di sociologia, ricordo che “bacchettavo” gli studenti non per i contenuti, quelli sarebbero stati valutati a parte, quanto perché sbagliavano la pronuncia di autori e classici di volta in volta nati in Francia Germania America od altrove. Ridicolo zelo, puntiglio gratuito? Per qualcuno sarà così. Per me, ogni volta che poi mi sono trovato a leggere, studiare, scrivere di autori stranieri mi tornava in mente il tempo dedicato dai miei professori alla pronuncia corretta che mi riportava al contesto culturale e scientifico in cui erano maturate tesi e modelli teorici.

Un modo per poter padroneggiare lingue regole ed impronte culturali di altri paesi, per comprenderne differenze ed etimi. Siamo sicuri che dinanzi all’esplodere, con il Covid-19 poi…, di fandonie bugie menzogne conoscenza dei fatti non vi sia un dileggio prolungato verso conoscenze e saperi, titoli e consonanze, in grado almeno di farci comprendere e spiegare la complessità del mondo? Così invece di provare a metter le mani nelle difficoltà di cui la realtà scritta e parlata offre numerosi esempi, abbiamo cominciato ad erodere, assottigliare, ridurre, “smagrire” concetti parole e temi. Perché le nuove tecnologie assunte quale toccasana per mandare finalmente a casa antiche pratiche considerate ormai obsolete hanno prodotto un impoverimento di devastante portata. Ricordate i dibattiti surreali sull’inutilità del latino come del greco, inutili per il “mondo moderno” fatto di tecniche e prassi, non di teoria? Mentre Bill Gates teorizzava come accanto agli ingegneri fossero fondamentali i filosofi, pena ridurre tutto a tecnica priva di respiro ontologico. Ciò che ha portato a considerare con sempre maggior enfasi l’inutilità di provare vergogna per strafalcioni buchi di ragionamento logico ed ignoranza oggi confluito in un ‘terrapiattismo’ cosmico falsamente democratico. Un panorama di abbassamento qualitativo del logos con cui la massa possasentirsi comodamente accettata senza dover passare ‘esami’ ritenuti ormai inutili. In un mondo in cui emoij, like e contrazioni varie hanno ristretto l’uso del cervelload un accessorio, ad un componente macchinico.

Eliminiamo pure tutto ciò che ci costa fatica, impegno, responsabilità, così da sentirci tutti falsamente “uguali” agli altri. In una corsa al ribasso a capire sempre meno di ciò che ci circonda. Come al tempo delle streghe, degli elfi, degli angeli... Ed intanto ripenso ai ceffoni di mio padre quando all’interrogazione orale di greco prendevo come voto 7 ma poiché ero “pigro” alle prove scritte prendevo 3-4. Perché non copiavo nemmeno!…. Mentre oggi un genitore semi ignorante picchia un professore se questi ha l’ardire di informarlo che non sta studiando come dovrebbe. Il fatto è che il dubbio del “so di non sapere” costituisce un continuo stimolo ed una sfida ai rischi alle incertezze ed alle mutevoli forme della conoscenza per padroneggiare ciò che mi circonda e di cui mi pare di aver forse capito qualcosa. Al contrario l’ignorante, non sapendo di non sapere, si acquieta in un caos calmo cerebrale colmo di certezze.

 

 

P. S.: i figli di operai contadini e povera ma dignitosa umanità hanno preteso di studiare, così in un circolo culturale loro estraneo avrebbero potuto padroneggiare parole e con esse difendersi meglio e contrastare il dominio ed il potere dei potenti possessori di più parole.

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Sull'autore

PhD Sociologo, scrittore per elezione e ricercatore per vocazione, inquiete persone ancora senza eteronimi di Pessoa. Curioso migrante di mondi, tra cui Napoli, Vienna, New York. Ha percorso solo per breve tempo l’Università, così da preservarlo da mediocrità ed ipocrisie, in un agone dove fidarsi è pericoloso. Tra decine di pubblicazioni in italiano ed in lingua si segnala l’unica ricerca sociologica al mondo sull’impianto siderurgico di Bagnoli, Conte M. et alii, 1990, L’acciaio dei caschi gialli. Lavoro, conflitto, modelli culturali: il caso Italsider di Bagnoli, Franco Angeli, Milano, Pref. A. Touraine. Ha diretto con Unione Europea e Ministero Pari Opportunità le prime indagini sulle violenze contro le donne, Violenza contro le donne, (Napoli 2001); Oltre il silenzio. La voce delle donne (Caserta 2005). Ha pubblicato un’originale trilogia “Sociologia della fiducia. Il giuramento del legame sociale” (ESI, 2009); “Fiducia 2.0 Legami sociali nella modernità e postmodernità” (Giannini Editore, 2012); “Fiducia e Tradimento. In web we trust Traslochi di società dalla realtà diretta alla virtualità della network society”, (Armando Editore, 2014). Ha diretto ricerche su migrazioni globali, lavoro e diritti umani, tra cui 'Partirono bastimenti, ritornarono barconi. Napoli e la Campania tra emigrazione ed immigrazione' (Caritas Diocesana Napoli, 2013 con G. Trani), ed in particolare “Bodies That Democracy Expels. The Other and the Stranger to “Bridge and Door”. Theory of Sovereignty, Bio-Politics and Weak Areas of Global Bίos. Human or Subjective Rights?” (“Cambridge Scholar Publishing”, England 2013). Nella tragica desiderante società dello spettacolo scrive per non dubitare troppo di se stesso, fidarsi un poco più degli altri e confidare nelle sue virtuose imperfezioni. Sollecitato, ha pubblicato la raccolta di poesie Verba Mundi, Edizioni Divinafollia, Bergamo. È Vice Presidente e Direttore Scientifico dell’Associazione Onlus MUNI, Movimento Unione Nazionale Interetnica.

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