sabato, Settembre 18

Il tallone d’Eugenio

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Secondo l’antico poema “Achilleide” di Publio Papinio Stazio, Achille, figlio di Teti e Peleo, fu immerso dalla madre nel fiume Stige, le cui acque avevano il potere di donare l’invulnerabilità. Tenendolo, però, per un tallone (il destro), questa parte non si bagnò, e rimase l’unica del suo corpo a non godere del magico potere infuso da quelle acque. Proprio lì verrà colpito da una freccia avvelenata scagliata da Paride che ne causerà la morte.

Invece, secondo quanto narra la “Scalfareide”, opera della mitologia giornalistica italica, ad Eugenio Scalfari, per l’essere stato compagno di banco di Italo Calvino (ma non solo), fu dato il carisma dell’invulnerabilità della penna, per cui ha sempre potuto scrivere di tutto, riscuotendo un plauso costante ed incondizionato dei suoi estimatori, fossero essi quelli del Roma Fascista o de La Repubblica, del Mondo o de L’Espresso. Scrivesse di tecnocrazia o di filosofia, di etica o di economia, di politica nazionale o internazionale, intervistasse Dio o il Papa (salvo smentite vaticane) non importa: la sua mente illuminata, infatti, ha potuto superare tutte le barriere umane e divine, donando un avvenire più fulgido alle vecchie e nuove generazioni e, soprattutto, disvelando all’universo mondo la Verità, quella nascosta e che solo a pochi iniziati è consentito intravedere e, poi, comprendere.

In più occasioni, nella sua lunga carriera ha avviato battaglie, ha preso di mira importanti personaggi della politica o dell’economia, ha scritto articoli e libri, mettendo in mostra, oltre che la sua barba bianca da saggio, il suo punto di forza, in due parole il suo “tallone da killer” del giornalismo. Recentemente, però, in un settore inaspettato, si è scoperto quale sia il suo “tallone d’Achille”, il suo punto debole. Parliamo di musica, dove le opinioni sono legittime, ma come nella filosofia o nella politica non possono derogare dal possesso delle informazioni o dei dati tecnici: bisogna avere una conoscenza in materia, altrimenti la brutta figura è dietro l’angolo, visto che i lettori sono spesso meno ignoranti di chi scrive. Chi, però, è abituato ad ascoltare solo la propria voce, li considera quasi un’inutile propaggine della propria attività creativa e non curandosene incorre nell’errore.

Ed ecco il nuovo scivolone, il secondo in pochi mesi, con un articolo in cui si parla di musica e di musicisti. Sissignore, la musica, sulla quale aveva già sproloquiato nel luglio scorso, sulla quale ritorna con amenità più o meno analoghe e soprattutto più affini alle chiacchiere da bar con la signora delle pulizie od a quelle di un viaggio in treno in vagone di seconda classe, che non alle riflessioni di un editorialista affermato.

Già nel primo articolo, “Se la musica annuncia il futuro”, sempre nella rubrica “Vetro soffiato” che cura su L’Espresso, si era imbarcato in un discorso farneticante su una sorta di graduatoria, secondo la quale dalla “Grande fuga” di Bach (sic!) nasceva tutto, che Beethoven era stato “tutto mirabile nelle sue composizioni ma non tutto fertile per ispirare il futuro”, che “Schubert proseguì il Beethoven classico” ma “non fa parte di questo filone della storia” che dovrebbe essere, proviamo ad intuire tra le pieghe di un italiano piuttosto approssimativo, il filone degli innovatori … Continuava dicendo che, sempre di questo filone “fa parte invece Chopin” e di questo fummo felici, ma quando aggiunse “soprattutto nei quartetti e nei pochissimi concerti che scrisse”  le risate scoppiarono fragorose. È noto, infatti che Chopin non compose alcun quartetto e che è veramente difficile essere degli innovatori o qualunque altra cosa in un’opera inesistente!

Sui “pochissimi concerti” (due, per pianoforte) c’è poi da dire che non sono né pochi né tanti se facciamo riferimento alle composizioni analoghe dei suoi contemporanei: anche Liszt ne compose due; Schumann tre; Mendelssohn tre; Brahms, più giovane ma vissuto più a lungo, ne scrisse quattro. Concludeva questa pietra miliare della musicologia inserendo il rimpianto per l’apporto che avrebbe potuto dare l’opera di Claudio Abbado, morto da qualche mese (ma che, come tutti sanno, era direttore d’orchestra e non compositore …).

Ma un altro evento straordinario si è profilato in questi giorni! Sempre nella rubrica “Vetro soffiato” un altro pezzo in cui il Barbapapà parla di musica: tutti zitti, è in arrivo ancora qualche straordinaria rivelazione sull’opera di Chopin, visto che il pezzo si intitola “Leopardi e Chopin infelici e gioiosi”! Infatti le sorprese non mancano.

Il fondatore di Repubblica prende le mosse da una recente pellicola dedicata a Leopardi e si incammina subito su riflessioni di tipo filosofico, accostando Leopardi a Nietzsche. Poi improvvisamente vira su Chopin del quale apprendiamo che “ebbe una personalità plurima”. Ma è dal capoverso successivo che ci rivelerà delle verità inaspettate: la malinconia struggente di Chopin è espressa dall’uso del bemolle (sic!) che, secondo Scalfari sposterebbe la melodia (e non la nota!) mezzo tono sotto la nota precedente: forse l’uso dei tasti neri sul pianoforte scurisce la prospettiva rendendola malinconica? Ebano e tristezza vanno di pari passo? Il nero “sfina” ma intristisce? Meglio il “beduro” che il bemolle? Insiste poi ancora con il “bemolle della malinconia” (sic!) e parla dell’unico concerto che avrebbe composto Chopin: ma come, nell’articolo di luglio erano “pochissimi concerti” ora è diventato uno solo!

Tenetevi forte che non è ancora finita: secondo il Nostro, le cinque Sonate di Chopin mancano di melodicità (sic!) perché “prescindono da un quadro melodico”. Dottor Scalfari, faccia attenzione: Chopin ha composto soltanto tre Sonate e non cinque (dove ha potuto ascoltare le altre due?) ma soprattutto la forma-sonata è una forma articolata che non fa riferimento ad una semplice melodia (come avviene ad esempio per i Notturni) ma ad una struttura complessa definitasi integralmente già in epoca “classica”; forse per questo può sembrarle che “la melodia è sussidiaria”. Però, che le Sonate di Chopin si esprimano con una “pura musicalità di arpeggi e fughe”, che il loro vero antecedente lo si possa trovare ne “L’Arte della Fuga” di Bach, che i continuatori di Chopin siano Debussy e Stravinskij è veramente troppo!

Da dove le provengono tante “inesattezze” (sarebbe più opportuno chiamarle corbellerie)? Vuole assaporare il gusto di un sapere un po’ esoterico come quello musicale, limitandosi alle sue “intuizioni” senza dover studiare, o informarsi consultando una paginetta di Wikipedia? Oppure trascrive i racconti di un nipotino che studia il pianoforte? Riporta visioni notturne?

Ormai sono tutti in trepidante attesa per un Suo nuovo articolo di argomento musicale. Non tardi, Dottore, altrimenti ci verrà il “bemolle della malinconia”.

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