sabato, Settembre 18

Il talento diplomatico di Pepe Mujica L'uruguay offre agli USA di ospitare presunti terroristi, ma vuole contropartite, meglio se cubane

0

Obama_Mujica

Il ‘Paese dell’anno’, come lo ha definito  ‘The Economist‘, incontra il Paese più potente del mondo. Uruguay e Stati Uniti, come ha confermato l’ufficio stampa della Casa Bianca, si sono dati appuntamento per il 12 maggio a Washington, dove i rispettivi presidenti, José Pepe Mujica e Barack Obama, si vedranno per discutere «strategie di crescita dei legami economici e migliorare l’accesso al mercato dei rispettivi beni e servizi, espandere la collaborazione tecnologica e consultarsi su temi multilaterali».

Naturalmente, nascosto sotto la coltre del linguaggio diplomatico c’è più di quanto riportato nella nota d’ufficio. Il tema principale di cui si discuterà sarà, come prevedibile, la questione dei prigionieri di Guantanamo che Obama vuole liberare e che l’Uruguay si è offerto di accogliere.

La prigione di Guantanamo, un’enclave americana a Cuba, ospita dal 2002 un carcere di massima sicurezza voluto dall’Amministrazione Bush come luogo dove rinchiudere i terroristi, o sospetti tali, nella guerra all’islam radicale post-undici settembre. È il simbolo di una politica estera aggressiva che Obama ha, almeno parzialmente, abbandonato, e l’attuale gabinetto è intenzionato a smantellare.

Ma la dismissione di Guantanamo è un affare complesso, soprattutto per il dilemma che presenta la liberazione dei prigionieri. Dove sistemare lo scomodo fardello rappresentato da detenuti che fino ad ora non hanno avuto nessun diritto riconosciuto a livello legale? Naturalmente, liberarli su suolo USA è una prospettiva invisa alla Casa Bianca, soprattutto in termini di impatto sull’opinione pubblica. Di qui l’idea di scaricarli all’estero, e l’ardua ricerca di Paesi disposti ad accollarseli.

 Da quando Obama ha annunciato la chiusura del carcere, nel 2008, alcuni Paesi hanno accolto alcuni dei detenuti finora rilasciati: Svizzera, Albania, El Salvador, in un’opera di lenta distribuzione in giro per il mondo, nel modo più discreto possibile.

L’Uruguay si è unito a questa schiera dal mese scorso, quando Mujica ha deciso, per ragioni umanitarie, di ricevere nel suo Paese alcuni dei detenuti. Il Presidente, che è stato egli stesso vittima di torture e sevizie nei suoi 14 anni di prigionia durante la dittatura militare uruguyana, ha dichiarato che «non possiamo ignorare la terribile tragedia di gente che ha passato 12, 13 anni senza comunicare col mondo e incarcerata senza prove, priva di tutela giuridica. È una vergogna per l’umanità».

Nel caso il piano andasse a buon fine, cinque detenuti, già selezionati da una missione uruguayana recatasi a Guantanamo, verrebbero condotti in Sudamerica non in qualità di prigionieri, bensì con uno status assimilabile a quello di rifugiati politici.

L’opposizione al Governo si è subito dichiarata contraria alla decisione. Luis Lacalle Pou, futuro candidato alle presidenziali per il Partito Nazionale (PN), ha convocato subito il Ministro degli Esteri Luis Almagro per fornire spiegazioni al Congresso. «Il tema non è circoscritto nell’ambito di alcun accordo internazionale e non ha alcun argomento giuridico alla base», ha dichiarato il deputato.

Molti, in Uruguay, si domandano quali siano le reali intenzioni dietro il gesto umanitario di Mujica. In realtà il Presidente, a margine del discorso sulla necessità di tutela dei diritti umani, ha già (parzialmente) espresso i suoi obiettivi. In un intervento, Pepe ha dichiarato che non fa favori gratis, e ‘pasará la boleta‘, cioè chiederà qualcosa in cambio. In particolare, il Presidente sembra intenzionato a fare pressioni sulla Casa Bianca per favorire il rilascio di prigionieri cubani. Nonostante non abbia dato maggiori dettagli, è probabile che si riferisca ai Cuban Five, i cinque cubani arrestati a Miami con l’accusa di spionaggio, considerati spie dagli USA ed eroi nazionali a Cuba.

In pratica, liberarne alcuni per chiederne di liberare altri. Va da sé che è improbabile che i Cuban Five vengano rimessi a piede libero così facilmente, dato che rappresentano, quale che sia il loro grado di colpevolezza, un’eventuale pedina di scambio importante per la liberazione dello statunitense Alan Gross, accusato e incarcerato a Cuba per gli stessi motivi. è vero che gli USA hanno rinunciato a uno scambio proposto nel 2012 da Cuba, ma non se ne priveranno.

 Ad ogni modo, riguardo ai vantaggi cui potrebbe puntare Mujica, le speculazioni si sprecano. Sono diversi i temi su cui un simile favore potrebbe fare leva. Quello della legalizzazione della cannabis, che l’Uruguay sta portando avanti tra numerose critiche, potrebbe essere uno. La pionieristica legislazione che il Paese sudamericano sta sperimentando potrebbe avvalersi, se non dell’appoggio incondizionato, almeno del silenzio della Casa Bianca, che potrebbe facilitare, in sede ONU, la tolleranza della comunità internazionale.

In realtà, come hanno sottolineato diversi analisti, al ‘do’ non deve seguire immediatamente un ‘des‘. Il Governo uruguayano guadagnerebbe una sorta di bonus diplomatico da giocarsi in caso di bisogno con la superpotenza continentale. Una carta utile nel caso si verificasse un evento simile alla crisi del 2002, quando l’appoggio statunitense aiutò il paese ad uscire dalla terribile crisi economica che stava sperimentando.

Diversi fattori hanno portato all’incontro di maggio. Uno è la voglia di protagonismo dello stesso Mujica, che si sta imponendo sulla scena internazionale come paladino dei diritti umani e difensore delle rivendicazioni della Comunità degli Stati latino-americana e, più in generale, di quella dei Paesi in via di sviluppo. La personalità del Presidente, il suo stile di vita a impatto-zero, la sua capacità di parlare con toni quasi mistici e le sue politiche progressiste non gli hanno procurato solo molti simpatizzanti, ma hanno fornito un presupposto di una strategia di politica estera che non cerca lo scontro frontale con gli USA e il blocco de Paesi che contano, ma senza rinunciare a criticarne le azioni. Questa ‘audace pacatezza’ (definizione de ‘The Economist‘) ha reso il piccolo Uruguay ben più influente a livello diplomatico di quanto le sue piccole dimensioni potessero concedergli.

Esempi di questa vocazione sono il ruolo avuto nell’avvio del processo negoziale tra Governo colombiano e FARC, e i recenti appelli alla pacificazione tra le parti politiche contrapposte nel contesto delle proteste in Venezuela. Mujica si è proposto in entrambi i casi come mediatore.

L’altro fattore è il bisogno da parte statunitense di trovare partner che, nell’ambiente ostile di un continente che si muove a sinistra e che si sta liberando in modo sempre più marcato dall’orbita egemonica degli USA, possa aiutarli a mantenere qualche grado di influenza sul cortile di casa’.

Dal 1985, quando finì il periodo dittatoriale, l’Uruguay aveva, come molte altre Nazioni latino-americane, ottimi rapporti con gli USA. Rapporti che, invece di compromettersi con la riscossa del socialismo nella regione degli anni 2000, non ha subito una battuta d’arresto. Tabaré Vázquez, primo Presidente di centro sinistra dopo la vittoria del Frente Amplio nel 2004, è stato il primo a non rinunciare al legame con gli USA, mostrando una certa lungimiranza.

Questa elasticità in politica estera, frutto del carisma di Mujica, ha già fruttato grandi benefici all’Uruguay, che se si chiudesse su posizioni intransigenti, avrebbe poco da guadagnare. La fortuna economica della Nazione del Cono Sud si è costruita grazie a questo attento equilibrio tra nord e sud sta tutta nelle parole di Mujica, che prima di andare a ottenere l’appoggio economico e politico di Washington (un viaggio rischioso per un presidente sudamericano di sinistra nell’anno delle elezioni), ha detto «sottolineerò umilmente gli errori grossolani che il mondo ricco, cominciando dagli Stati Uniti, commette nei nostri confronti».

Pur non potendo sapere se l’accordo andrà effettivamente in porto, e quali contropartite otterrà l’Uruguay, questa linea politica conferma il dinamismo del Paese e il talento diplomatico di Mujica. Porterà probabilmente ulteriori benefici al ‘Paese dell’anno’ e al suo accorto Presidente.

 

L’informazione che non paghi per avere, qualcuno paga perché Ti venga data.

Hai mai trovato qualcuno che ti paga la retta dell’asilo di tuo figlio? O le bollette di gas, luce, telefono? Io no. Chiediti perché c’è, invece, chi ti paga il costo di produzione dell'Informazione che consumi.

Un’informazione che altri pagano perché ti venga data: non è sotto il Tuo controllo, è potenzialmente inquinata, non è tracciata, non è garantita, e, alla fine, non è Informazione, è pubblicità o, peggio, imbonimento.

L’Informazione deve tornare sotto il controllo del Lettore.
Pagare il costo di produzione dell’informazione è un Tuo diritto.
"L’Indro" vuole che il Lettore si riappropri del diritto di conoscere, del diritto all’informazione, del diritto di pagare l’informazione che consuma.

Pagare il costo di produzione dell’informazione, dobbiamo esserne consapevoli, è un diritto. E’ il solo modo per accedere a informazione di qualità e al controllo diretto della qualità che ci entra dentro.

In molti ti chiedono di donare per sostenerli.

Noi no.

Non ti chiediamo di donare, ti chiediamo di pretendere che i giornalisti di questa testata siano al Tuo servizio, che ti servano Informazione.

Se, come noi, credi che l’informazione che consumiamo è alla base della salute del nostro futuro, allora entra.

Entra nel club L'Indro con la nostra Membership

Condividi.
End Comment -->