giovedì, Maggio 6

Il suolo, una risorsa non rinnovabile

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Secondo un’inchiesta di Legambiente, 7 milioni di cittadini italiani sono esposti al rischio idrogeologico, per un totale di 1074 Comuni nei quali abitazioni e interi quartieri rischiano di essere sommersi da bombe d’acqua o sepolti da una frana. La mancanza di una politica di riduzione del rischio lamentata dalla Presidente Rossella Muroni si ripercuote sia su elementi oggettivi di instabilità sia sull’assenza di obiettivi comuni a più livelli territoriali, in grado di avviare una prevenzione responsabile nella consapevolezza delle mutate condizioni climatiche e ambientali.

Come racconta Gabriella Corona, Ricercatrice del CNR, nella sua Breve storia dell’ambiente in Italia, lo sbilanciamento nel rapporto con il suolo prende le mosse da una serie di fattori collegati alla trasformazione economica e urbanistica della società: l’uso edilizio del territorio, lo spopolamento delle ‘terre alte’ e un’espansione frammentata e disordinata delle città, a macchia d’olio. A partire dagli anni Cinquanta, il processo di consumo del suolo cresce rapidamente, toccando intere zone a forte rischio idrogeologico. Fiumi intombati e deviati, costruzione di abitati lungo linee di massima pendenza, cemento e infrastrutture hanno causato eventi drammatici: la frana di Agrigento del 1966, l’alluvione di Genova del 1970, la frana di Sarno del 1998, oltre alla serie di alluvioni che tra il 2000 e il 2014 hanno interessato la Penisola, dal Piemonte alla Calabria, passando nuovamente per Genova (2011; 2014), Massa Carrara (2012) e la Sardegna (2013).

Nonostante la legislazione degli anni Ottanta (a partire dalla «Legge Galasso» del 1985, la prima a definire il territorio come bene pubblico) e la più recente normativa ambientale abbiano tentato di regolamentare aspetti derivanti da interessi connessi e difficilmente scindibili, i danni e le aggressioni subite dal suolo hanno inficiato le misure di tutela contro le calamità naturali (significativa, dopo i fatti di Sarno, la L. 267/1998). Ciò è avvenuto, peraltro, in linea con una rinnovata tendenza alla deregulation confermata da provvedimenti quali la Legge sul condono edilizio n. 326/2003 e il «Piano Casa» del 2009, che ha stabilito una deroga rispetto ai Piani comunali a vantaggio dell’iniziativa edilizia privata. L’interazione tra gruppi di pressione, finanza e amministratori pubblici ha prodotto la realtà urbane di Roma o Milano, l’estensione disordinata degli abitati e un cambio di destinazione d’uso del suolo pari a 552.000 ettari (ossia, la superficie della Liguria) tra il 1990 e il 2006.

Se pensiamo, poi, alla varietà – per ambito, natura e liceità – degli interessi toccati, la difesa del suolo si scontra con una serie aperta di logiche: non soltanto quelle dell’abusivismo e delle ecomafie operanti su tutto il territorio nazionale, ma le strategie economiche legate ai trasporti veloci e all’approvvigionamento energetico (è il caso dei conflitti, tuttora in atto, sollevati dall’avanzamento della TAV Torino-Lione o dal Terzo Valico dei Giovi tra Genova e Tortona).

In Pianura Padana, lo spazio geografico ha assunto l’aspetto di una «città infinita», che il sociologo Aldo Bonomi ha descritto parlando di «spaesamento» e partendo dal Norditalia come grande realtà industriale in movimento e aperta all’innovazione – un modello avallato dai fautori della sharing economy. Quello stesso spazio ha, tuttavia, anche prodotto il soffocamento di contesti di vita tutt’altro che ‘mobili’ generati dall’urbanizzazione selvaggia a dalla crisi della relazione tra centro e periferia. Il suolo, e l’umanità che lo abita, ne hanno risentito direttamente nella misura in cui gli effetti della mutazione contemporanea pesano sulla geografia umana.

L’espansione incontrollata è stata evitata in Paesi come la Germania (in particolare, Francoforte è delimitata dal Grüngürtel, una cinta verde di 8000 ettari intorno alle vecchie mura istituita nel 1991) o il Regno Unito, che hanno adottato misure in grado di definire chiaramente i limiti tra urbano e rurale. Su proposta del Regional Planning Committee di Londra, nel 1935 nascevano le Green belts o «Cinture verdi»: aree circostanti la città con funzione ricreativa per i suoi abitanti. La misura ebbe successo a partire dal ventennio successivo, affiancando a quella originaria altre due funzioni fondamentali: arginare una crescita edilizia incontrollata e riqualificare le aree urbane e i centri storici fatiscenti o degradati. In seguito, si diffuse progressivamente su tutto il territorio urbano inglese.

Dal punto di vista del welfare, non si è trattato sempre di una politica neutrale o improntata all’accoglienza: il pretesto della bellezza paesaggistica è diventato una leva di esclusione sociale, soprattutto a danno dei gypsies inglesi, che praticano da generazioni la mobilità in aree rurali. Al di là degli interessi ‘supplementari’ ai quali ha prestato il fianco, si può dire che questa policy abbia assolto al suo compito contenitivo e di controllo dell’espansione urbana, tanto da essere emulata, con qualche tentativo, anche in Italia.

A Torino, ad esempio, il Progetto strategico regionale «Corona Verde» ha avviato la creazione di uno spazio periurbano che comprenda le Residenze reali,  i parchi metropolitani, i fiumi e le aree rurali (per un totale di 93 Comuni coinvolti). Tra le varie finalità, oltre alla riqualificazione degli spazi, alla promozione dell’agricoltura periurbana e al legame tra risorse naturalistiche e storico-culturali, troviamo il «potenziamento ed il ridisegno dei bordi urbani per salvaguardare le aree aperte e contrastare il consumo di suolo».

Più critica appare l’attuazione del Progetto «Metrobosco», di competenza della Città Metropolitana di Milano, che prevede la riforestazione dell’hinterland (in uno spazio compreso tra la Dorsale Nord e i parchi del Ticino e dell’Adda) con 30000 ettari di alberi. Nell’idea di sostenibilità del suo ideatore, l’Architetto  Stefano Boeri, «Metrobosco sarà una nuova ‘soglia d’ombra’, un bordo verde, un limite naturale all’espansione urbana».

L’Italia ha un territorio fragile geologicamente ‘giovane’. Come risorsa divenuta bene comune in ritardo rispetto ad altre realtà nazionali e a fronte degli impatti subiti dalla società energivora, il suolo costituisce in misura crescente una priorità del nostro ordinamento.  A tale proposito, sulla scorta di una Comunicazione della Commissione europea del 2006, è stata proposta una definizione giuridica di suolo che va oltre quella contenuta nella nostra legislazione. Il «Testo Unico Ambientale» del 2006, oltre allo «strato più superficiale della crosta terrestre», con le sue componenti organiche, ricomprende in esso anche «il territorio, il sottosuolo, gli abitati e le opere infrastrutturali» (Art. 54, ripreso dalla L. 183/1989 per la difesa del suolo e la gestione del patrimonio idrico).

La definizione formulata dalla Commissione e depositata il 5 dicembre 2014 (la «Giornata mondiale del suolo», indetta dalla FAO) su iniziativa di Paolo Pilieri – docente di Pianificazione territoriale e ambientale al Politecnico di Milano – presso l’«Istituto della Enciclopedia Italiana» Treccani, contiene importanti novità. Anzitutto, il suolo, oltre a essere descritto nei suoi aspetti organici e mineralogici, «ci fornisce cibo, biomassa e materie prime; funge da piattaforma per lo svolgimento delle attività umane; è un elemento del paesaggio e del patrimonio culturale e svolge un ruolo fondamentale come habitat e pool genico». Inoltre, in ragione dei tempi «estremamente lunghi» che presiedono alla sua formazione, «si può ritenere che esso sia una risorsa sostanzialmente non rinnovabile».

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