domenica, Settembre 26

Il Sogno di una Cina egualitaria field_506ffb1d3dbe2

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Salari più alti, disparità ricchi-poveri in calo e un progressivo livellamento tra impiego pubblico e privato. Tre ingredienti vanno ad arricchire la ricetta del ‘Sogno Cinese’, quel concetto nebuloso che contiene in proporzioni variabile gli ideali di una ‘società moderatamente prospera’ e una ‘grande rinascita nazionale’, concorrendo a rimpiazzare l’omologo americano.

Lo scorso 23 gennaio, il Ministero delle Risorse umane e della Sicurezza sociale ha reso noto un aumento mensile in busta paga di circa 300 yuan (48 dollari) per gli oltre 40 milioni di dipendenti e funzionari pubblici. Si tratta del primo ritocco all’insù dal 2006 nel salario di base, che verrà ristrutturato in modo da inglobare parte degli aumenti di merito e delle indennità supplementari. Ulteriori modifiche verranno praticate con regolarità ogni uno due anni. Della manovra -con effetto retroattiva al 1 ottobre- dovrebbero beneficiare sopratutto gli impiegati di grado inferiore, mentre i funzionari di alto livello ministeriale (tra i quali rientrano anche i leader Xi Jinping e Li Keqiang) passeranno dagli attuali 7.020 yuan (1.130 dollari) a 11.385 yuan. L’incremento -che il portavoce del dicastero definisce «non grande» e decisamente inferiore agli standard globali- servirà a dissuadere i funzionari dal rimpinguare il proprio magro stipendio attraverso attività illegali. Ma sopratutto aiuterà a controbilanciare i costi della riforma delle pensioni, altra misura annunciata di recente volta a uniformare il pubblico e il privato sotto un unico modello contributivo. Nonostante i dipendenti statali godano di pensioni più alte, fino a oggi hanno beneficiato di un sistema vecchio sessant’anni che esonera il lavoratore dal versamento dei contributi al fondo pensione, interamente a carico dello Stato. Un privilegio che non è mai andato giù agli impiegati del settore privato tenuti a versare l’8% del proprio salario a cui si aggiunge un 20% sborsato dal datore di lavoro. Nel 2005, la pensione mensile di un impiegato statale era di circa 1.367 yuan, quasi due volte quella di un operaio. Sei anni dopo, il divario era schizzato a 2.175 yuan per i lavoratori pubblici e 1.508 per i privati.

Secondo un sondaggio effettuato dall’agenzia di stampa Xinhua, «la disparità e la diseguaglianza del sistema pensionistico rientra tra le principali preoccupazioni dei rispondenti, seguito dalla difficoltà nel riuscire a cambiare lavoro, e dal carico crescente che [il sistema]comporta per la spesa pubblica». L’unione dei due modelli dovrebbe facilitare il passaggio dei lavoratori tra statale e privato «spianando la strada a l’uguaglianza sociale». Ma bisogna intendersi sul significato di ‘uguaglianza sociale’. Per gli insegnanti di Zhaodong, provincia dello Heilongjiang, il nuovo sistema contributivo equivale ad uno scippo in busta; e non hanno mancato di farlo presente incrociando le braccia per diversi giorni. “Negli ultimi anni gli scioperi degli insegnanti sono stati piuttosto frequenti, tuttavia quelli dello Heilongjiang sono inusuali per il loro livello di coordinazione,” spiega a ‘L’IndroGeoff Crothall di CLB (China Labour Bulletin), gruppo per la difesa dei diritti dei lavoratori con base a Hong Kong, “al momento il Governo è preoccupato per gli scioperi dei lavoratori edile, dei minatori e di molti impiegati nel settore dei servizi. Gli insegnanti rientrano in un quadro più ampio che sono certo le autorità guarderanno molto da vicino.” Secondo l’organizzazione, da inizio 2014 a novembre in Cina ci sono stati 1.206 ‘incidenti’ legati al mondo del lavoro (leggi: proteste e scioperi), contro i 592 del 2013 e i 337 dell’anno prima.

 

Genesi di una società iniqua

La scorsa settimana il NBS (National Bureau of Statistic), l’Istat cinese, ha snocciolato una serie di dati sulla performance del Dragone nel 2014. Per il sesto anno di fila, il gigante asiatico ha registrato una riduzione del coefficiente di Gini, indicatore che misura la diseguaglianza sociale su una scala da 0 (perfetta uguaglianza) a 1 (massimo livello di disparità). Il miglioramento è lieve (da 0,49 a 0,47)  e sebbene la Cina si mantenga ancora sopra lo 0,4 -soglia che gli osservatori internazionali rubricano come ‘warning level’-, tuttavia un costante aumento del reddito e un tasso di disoccupazione contenuto dovrebbero portare ad un progressivo assottigliamento della forbice ricchi-poveri. E ciò che più conta: dovrebbe andare a rinforzare la classe media, quella su cui Pechino ripone le proprie speranze per ravvivare i consumi e il terziario nell’ambito dellatransizione da un’economia export-oriented a una trainata dalla spesa interna.

Secondo il ‘People’s Daily,’ organo d’informazione legato al Partito comunista, il divario tra ricchi e poveri continua a rappresentare una delle principali minacce per la stabilità sociale. Mentre -avverte- un divario rimane ‘ragionevole’ se dettato da meccanismi di mercato, non è invece accettabile quando motivato dall’offerta di opportunità impari, un’allocazione delle risorse sbilanciata e decisioni politiche sbagliate. Come intervenire? Intanto, domando la disoccupazione. L’economia cinese lo scorso anno si è espansa del 7,4%, il ritmo più lento dagli anni ’90 quando la crescita risentì delle sanzioni post-Tian’anmen. Scendere sotto il 7% potrebbe costare il lavoro a molti. Come suggerisce la televisione di Stato CCTV, per la Cina – e i suoi quasi 1,4 miliardi di abitanti- il problema è particolarmente insidioso: anche con un lieve aumento dell’1% del tasso di disoccupazione, decine di milioni di persone non saprebbero come sbarcare il lunario.

Nell’ultima decade, nonostante la crisi finanziaria globale, il gigante asiatico è riuscito a mantenere la disoccupazione entro un margine del 4-4,5%. Qualcosa in più (5,1%) se si tiene conto dei 298 milioni di lavoratori migranti, la popolazione fluttuante ignorata dalle statistiche ufficiali (ci ritorneremo in seguito). Lo scorso anno, sono stati creati 13,1 milioni di nuovi impieghi e altri 10 milioni sono previsti per il 2015; un obiettivo facilitato dalla costante diminuzione della forza lavoro. Secondo i dati rilasciati dalla NBS, nel 2014 la popolazione in età da lavoro (quella compresa tra i 16 e i 59 anni) è calata di 3,71 milioni di unità, confermando un trend iniziato nel 2012 con un prima sostanziale perdita di 3,45 milioni. Questo spiega anche il rallentamento economico. Come avvenuto in Giappone negli anni ’90, la riduzione di manodopera corrisponde ad una decelerazione della crescita. Insomma, se da una parte l’erosione della forza lavoro aiuta a contenere il problema disoccupazione, dall’altra si traduce nell’aumento del costo del lavoro e nella perdita di competitività del manifatturiero, principale carburante della locomotiva cinese per circa tre decadi. Il problema è relativamente nuovo ma la sua principale causa ha almeno trent’anni. La Cina continua a scontare decenni di politica del controllo delle nascite. Stando a recenti proiezioni delle Nazioni Unite, entro il 2030 la popolazione cinese over 65 raggiungerà quota 210 milioni dagli attuali 110, arrivando nel 2050 a costituire un quarto del totale. Per metterci una pezza, un anno fa Pechino ha provato ad allentare i divieti permettendo ad una coppia di avere due bambini se almeno uno dei genitori è figlio unico. Ma sino ad oggi i risultati sono stati al di sotto delle aspettative con solo 1 milione di coppie ad aver fatto richiesta tra gli 11 milioni di quelle classificate come ‘idonee’.

Nel 2004, la Cina ha passato il cosiddetto ‘punto di svolta di Lewis’, ovvero quella fase in cui si esaurisce il surplus di forza lavoro e i salari iniziano ad aumentare rapidamente,” spiega a ‘L’Indro’ Zhang Xiaobo, senior research fellow del’IFPRI (Development Strategy and Governance Division International Food Policy Research Institute), nonché professore di economia presso la Peking University, “Da allora, gli stipendi dei lavoratori rurali non qualificati si sono apprezzati di un 10% ogni anno, superando in velocità quelli della controparte urbana. Poiché il divario tra città e campagne conta per la quota maggiore della diseguaglianza di reddito totale, una sua riduzione si traduce in un calo della diseguaglianza complessiva.” Nel 2014, il reddito nelle zone rurali è cresciuto ad un passo più rapido rispetto a quello delle città (rispettivamente al 9,2% e 6,8%), rimarcando una direzione intrapresa nel 2010.

La carenza di manodopera spiega anche il mistero di una crescita economica più lenta e del tasso di disoccupazione estremamente basso”, conferma Zhang, “Con una disponibilità di manodopera più limitata, il settore del manifatturiero – in passato il più competitivo e labor-intensive- manca di carburante ed è costretto a rallentare al sopraggiungere della difficoltà di trovare lavoratori da assumere. Tutto ciò porterà con ogni probabilità ad una massiccia dipendenza dai macchinari come nuova forza produttiva. L’altra faccia della medaglia è che oggi i lavoratori godono di una migliore retribuzione e di una situazione di quasi pieno impiego. Negli ultimi anni, la quota del reddito da lavoro sul Pil totale ha ribaltato il suo trend in declino. Ma rimane da valutare un’altra dimensione della disparità sociale: la diseguaglianza intergenerazionale. Nei decenni passati, in Cina, la mobilità intergenerazionale è diminuita e questo è un fattore che inciderà inevitabilmente sulla disparità di reddito. Anche se penso che la riduzione del divario città-campagne giocherà un ruolo maggiore nel determinare la composizione della diseguaglianza di reddito complessiva, molto più della mancanza di mobilità intergenerazionale.

Per identificare la genesi dell’iniquità occorre fare un passo indietro. Le riforme e l’apertura anni ’70 hanno innescato un rimpasto della forza lavoro ridiretta dalle campagne verso il comparto industriale e dei servizi. Per più di un ventennio la manodopera cinese è sembrata inesauribile. Oltre 680 milioni di persone sono state liberate dalla povertà, ma dietro i numeri iperbolici del miracolo cinese hanno cominciato a svilupparsi diseguaglianza e tensioni sociali. Secondo uno studio della IFPRI, nell’ultimo mezzo secolo di storia le disparità sociali hanno raggiunto un alto livello di criticità nei periodi in cui il Governo cinese ha trascurato maggiormente il settore agricolo. Le passate amministrazioni hanno tentato di ridurre il gap in vari modi. Preso atto che nell’arricchimento glorioso lanciato da Deng Xiaoping, le province costiere (quelle più industrializzate) avevano finito per «arricchirsi prima di altre», nel 2000, l’allora Presidente Jiang Zemin promosse una campagna di sviluppo dell’Ovest volta ad attrarre finanziamenti statali e investimenti esteri nella Cina interna. Il successore Hu Jintao, corifeo della ‘società armoniosa‘, varò una serie di politiche sociali per rivalutare delle zone rurali, dalla Costruzione di una Nuova Campagna Socialista‘ ad uno Schema Medico Cooperativo Rurale‘.

La vulgata comune riconduce l’origine di tutti i mali alla trasformazione da un sistema economico pianificato socialista ad uno di tipo capitalistico. Ma per Martin K. Whyte, autore di ‘Soaring Income Gaps: China in Comparative Perspective‘ nonché Professore di Studi Internazionali e Sociologia presso l’Università di Harvard, le cose non stanno proprio così. Secondo Whyte, come ci insegnano i trascorsi dei satelliti sovietici, il socialismo ‘centralizzato’ non porta ad una distribuzione più equa delle ricchezze. Anzi, crea società ineguali seppure in maniera diversa dai regimi capitalistici. Nel caso cinese, sembra aver influito particolarmente la presenza di ‘un’economia cellulareistituita tra gli anni ’60 e ’70 in risposta alle difficoltà incontrate nell’implementazione di una pianificazione centralizzata. A province, città, contee e comuni fu richiesto il raggiungimento di una certa autonomia produttiva così che «la maggior parte degli scambi economici sono avvenuti non attraverso i confini amministrativi locali, ma al loro interno». Questa struttura frammentaria nel tempo ha reso l’integrazione economica a livello nazionale più difficile che in altri Paesi, fa notare Whyte. Anche nel momento in cui le autorità centrali hanno cercato di ridistribuire le ricchezze tra ricchi e poveri, zone sviluppate e zone sottosviluppate, a giovarne è stato sopratutto il comparto industriale urbano. «All’epoca di Mao non vi è stato nessuno sforzo comparabile per una distribuzione dalle regioni povere a quelle ricche nel settore agricolo, piuttosto il contrario». Per almeno vent’anni a partire dal 1960, la leadership cinese ha cercato di mantenere ben distinta la popolazione urbana da quella rurale attraverso l’assegnazione dell’hukou, quel sistema di registrazione che limita i diritti, servizi e benefit sociali dei cittadini al loro luogo di residenza. Vale a dire che se si spostano li perdono. Da tempo, Pechino sta cercando di cambiare gradualmente le cose e con più decisione da quando è stato annunciato un nuovo piano di urbanizzazione ‘sostenibile’ incentrato sulla migrazione verso le città di più piccola grandezza. Qui il sistema dell’hukou dovrebbe sparire completamente. Secondo Whyte, è proprio con l’inizio di una certamobilità orizzontale‘ (ovvero geografica), in concomitanza con l’avvio delle riforme di Deng Xiaoping che in Cina si è assisto ad una graduale integrazione economica e sociale.

Invitato a commentare gli ultimi dati della National Bureau of Statistics, Whyte spiega a ‘L’Indro’ che il calo del coefficiente di Gini è piuttosto lieve e, peraltro, contestato da molti sondaggi. “Dalle mie ricerche sulla reazione popolare davanti alla crescente disparità di reddito emerge che in realtà -a differenza di quanto sostenuto da giornalisti e comunicati ufficiali- la principale fonte di malcontento tra i cittadini cinesi è un’altra“, ci dice, “Ho cercato di presentare alcune prove contro il ‘mito del vulcano sociale‘ in un precedente libro pubblicato dalla Stenford University Press. Qui, sostanzialmente, smentisco la tesi che la peggiore minaccia per la stabilità politica interna sia la diseguaglianza di reddito. Piuttosto, ho rilevato che a far adirare di più la popolazione è la disparità di potere e le sue varie manifestazioni: corruzione, mancanza di protezione dai rischi, abuso di potere o l’impossibilità a ricevere un risarcimento quando si subisce ingiustamente una perdita. L’attuale orientamento intrapreso dalla leadership di Xi Jinping non comporta l’adozione di misure efficaci per combattere queste ingiustizie procedurali. Anche la tanto decantata campagna contro la corruzione continua ad essere messa in atto nella vecchia misteriosa modalità leninista piuttosto che attraverso un’indagine indipendente e procedure giudiziarie.

 

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