venerdì, Settembre 24

Il 'soft power' dell'Italia field_506ffb1d3dbe2

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Risale a qualche tempo fa la classifica, pubblicata da ‘Monocle’ (importante rivista inglese specializzata, tra l’altro, in affari internazionali), delle trenta maggiori Potenze mondiali del 2013, osservate sotto la lente del ‘soft power’. La ricerca, condotta ogni anno dal periodico londinese, ha lo scopo di esaminare gli aspetti dell’influenzaindiretta’ a livello politico, diplomatico ed economico, esercitata verso l’estero dagli Stati più potenti del mondo. In particolare, il rapporto stila una classifica dei trenta Stati-Nazione sulla base del peso che questi esercitano a livello mondiale, rapportato alla capacità di esportazione della loro cultura (compresi anche uso della lingua, costumi e così via) e di tutti quei fattori che concorrono alla proiezione dell’immagine complessiva di un Paese e del suo popolo, senza dimenticare il valore culturale che assumono anche determinati prodotti e filiere industriali.

Tenendo presente questi parametri, non sorprende particolarmente trovare nella ‘top 10’ di questa graduatoria grandi potenze economiche (e militari) come Francia (al 4° posto), Svezia (al 6° posto), Stati Uniti (‘solo’ al 3° posto) o Germania (al 1° posto). La vera sorpresa, invece, è la posizione raggiunta dall’Italia. Il nostro Paese, dopo un lungo periodo passato in sordina (lo scorso anno non siamo andati oltre il 14simo posto) ha fatto incredibilmente capolino al fianco delle maggiori potenze mondiali, conquistando un 10mo posto di tutto rispetto. Merito di questo piazzamento, sempre secondo ‘Monocle’, è l’apparente allontanamento dalla vita politica di Silvio Berlusconi, un fatto che ha condotto a un miglioramento notevole dell’immagine dell’Italia all’estero rispetto a quanto registrato dalla stessa rivista (come accennato) durante l’annata precedente.
Nonostante ci siano ancora dei dubbi sull’economia italiana, sull’elevatissimo debito pubblico e sulla fragile coalizione che sorregge il Governo Renzi, «libera da Silvio Berlusconi», si legge nel report del periodico «l’Italia ha lo spirito e la cultura per diventare una soft-superpotenza».

Una buona notizia per il nostro Paese, specie considerando i risultati delle Elezioni europee dello scorso maggio e della vittoria quasi ‘bulgara’ del Partito Democratico di Matteo Renzi. E’ un dato di fatto che l’ ‘italianità’ sembra ricominciare riscuotere successo sia a livello europeo, sia internazionale: una riconquista di ‘peso’ politico che lo stesso Renzi non ha tardato a mettere a frutto, soprattutto in sede UE (basti pensare alla vicenda della nomina del Ministro degli Affari Esteri, Federica Mogherini ad Alto rappresentante dell’Unione Europea per gli Affari Esteri e la politica di Sicurezza, istanza che sta registrando forti resistenze proprio da parte della Germania, prima della classe). Un ‘endorsement’ importante che sta dando nuova linfa all’immagine (fin troppo calpestata negli ultimi anni) dell’Italia e degli italiani.

C’è da dire che la quantità di ‘potere soffice’ di cui uno Stato dispone, pur essendo un fattore importante sia come indicatore del prestigio internazionale del quale una Nazione come l’Italia può godere, sia come mezzo dal quale possono derivare nuove relazioni più fitte e profittevoli a livello commerciale ed economico (ma anche politico) con altri mercati e altri Stati, non si limita ad essere solo questo. Si parla di ‘soft power’ proprio perché rappresenta un vero e proprio esercizio di potere e che si esprime nell’orientamento indiretto delle scelte di altri soggetti internazionali, verso posizioni congeniali agli interessi di Nazioni particolarmente capaci in questo ambito.

Il termine soft power‘, ideato nel 1990 da Joseph Nye Jr. (importantissimo politologo statunitense e studioso delle Relazioni Internazionali della Harvard Kennedy School of Government), si basa proprio sull’idea che a dominare lo scacchiere geopolitico internazionale debba essere un complesso meccanismo di interdipendenze (che Nye chiama ‘soft power’), attraverso il quale gli Stati Uniti (in questo caso) possano migliorare la propria immagine internazionale e rafforzare il proprio potere. In altre parole, si tratta di un’ «altra faccia del potere», nella misura in cui i valori o la cultura percepiti da una Nazione (o da un individuo) ispirano affinità (e quindi esercitano influenza) sugli altri.

Come leggere e valutare, a questo punto, il  peso reale del soft power italiano? Quanto conta davvero l’immagine che proiettiamo come Paese nell’ambito delle nostre relazioni politiche ed economiche in ambito europeo e internazionale? Come percepiscono davvero la nostra immagine all’estero? E quanto le ultime vicende accadute a sul piano nazionale e il loro riverbero sul mondo globalizzato, possono favorire l’ascesa (o il declino) dell’influenza italiana a livello mondiale? Ne abbiamo discusso con  Raffaele Marchetti, professore associato di Relazioni Internazionali presso l’Università LUISS Guido Carli di Roma.

 

Professore, si parla tanto di come il mondo percepisca noi italiani, di come vivono all’estero la nostra cultura, la nostra storia e le nostre abitudini di vita. La percezioni della nostra immagine complessiva da parte di altri popoli del mondo è un fatto casuale o il risultato di una precisa attività pianificata?
Si tratta di un processo casuale. L’Italia ha un potenziale molto grande in tema di esportazione della propria immagine verso altre realtà a livello globale, ma nel corso della storia è stato più il nostro Paese ad essere generalmente oggetto della proiezione dell’immagine di altre culture e di abitudini provenienti da altri Paesi. Un esempio è l’importanza che la cultura degli Stati Uniti d’America ha esercitato nei confronti di tutta Europa, Italia compresa. Detto ciò, dobbiamo riconoscere che comunque esiste un enorme potenziale inespresso, strettamente collegato a una serie di fattori. Il primo tra questi è certamente la storia italiana: solo per il fatto di essere un racconto millenario, le vicende storiche del nostro Paese godono di un particolare fascino, oltre a suscitare un certo rispetto e una considerazione nell’immaginario collettivo internazionale. In Asia, ad esempio, solo essere italiani comporta una serie di ‘aperture’, dovute proprio al rilievo e al valore che quei popoli attribuiscono al nostro bagaglio storico. Un popolo antico (come quello italiano), infatti, è visto dagli asiatici come detentore di una particolare saggezza, che deriva proprio dall’esperienza storica. Un altro aspetto è, invece, un po’ più contemporaneo e ha a che vedere con la cultura attuale italiana che va dalla letteratura, alla musica, alla moda e la lingua. Conosciamo tutti qual è l’immagine dell’Italia da punto di vista politico, ovvero un’immagine quantomeno dubbia e in molti ambiti criticata, mentre per quel che riguarda l’economia, il discorso è completamente diverso. L’Italia (anche se noi italiani tendiamo sempre un po’ a sottovalutarci) è comunque una delle più grandi realtà economiche esistenti. Certo, non siamo più la sesta economia del mondo e abbiamo perso alcune posizioni negli ultimi anni, anche a causa della crisi. Ciò nonostante l’Italia rimane un attore importantissimo a livello internazionale, soprattutto in ambito europeo. Tolto l’aspetto economico, comunque, ci sono aspetti più ‘soft’ che sono non sono soltanto il risultato di riflessioni connesse alla musica, al pensiero, alle arti e alla cultura in genere che solo dall’Italia vengono proiettati verso l’esterno, ma esportati anche attraverso il presidio della comunità degli italiani all’estero. Bisogna considerare che all’estero (complessivamente) risiede quasi l’equivalente dell’intera popolazione del nostro Paese. Attraverso queste comunità, che sono diffuse un po’ in tutto il mondo, la cultura e l’immagine italiana si propaga. Ciò rappresenta una risorsa ‘critica’, secondo me, per la diffusione del ‘soft power’ italiano, ma che finora è stata presa in considerazione in ambito istituzionale solo per il peso a livello di politica interna che possono rappresentare durate le periodiche tornate elettorali. Su questo terreno sarebbe possibile fare molto di più. Moltissimi Stati hanno un rapporto consolidato con le proprie comunità di cittadini all’estero attraverso le quali riescono tranquillamente a veicolare tutta una serie di messaggi. Abbiamo certamente una base potenziale di proiezione che l’Italia potrebbe utilizzare, che però non è curata a dovere.

Volendo essere più specifici, che cos’è il ‘soft power’ e come si collega al discorso geopolitico di ‘italianità’?
Il ‘soft power’, tradizionalmente, viene concepito come l’opposto dell’ ‘hard power’, ovvero il potere che deriva dalla coercizione. In parole povere, un soggetto fa si che un altro si comporti in un certo modo, attraverso l’uso di una minaccia o la promessa di una ricompensa. Un concetto (l’hard power) che ha a che vedere tradizionalmente con la forza militare (e quindi con la minaccia bellica) o con l’economia e le relazioni economiche possibili tra i due soggetti (rapporti che, in questo caso, rappresentano la ‘ricompensa’). Questi due ambiti sono i modelli classici entro i quali è stato concepito il concetto di ‘potere’. Solo recentemente è stato pensato (o ripensato, se consideriamo quanto detto molto tempo fa dallo stesso Antonio Gramsci) il concetto del potere indiretto (o soft, per l’appunto), connesso con la capacità di ‘convincere’: in altre parole, non attraverso l’uso della forza (militare o economica, come accennato), ma della persuasione. In questo ambito, l’obiettivo è influenzare e modificare le idee, i valori e le azioni dei soggetti attraverso strumenti molto più indiretti di un colpo di cannone. Un esempio piuttosto lampante può essere Hollywood e la produzione cinematografica statunitense. Nonostante l’industria del cinema Usa goda di autonomia, è altrettanto vero che attraverso le produzioni hollywoodiane gli Stati Uniti sono stati in grado di proiettare un certo modo di ‘pensare la realtà’ e quindi crearsi, almeno potenzialmente, degli ‘amici’ tra le popolazioni e tra gli Stati che, in qualche modo, la pensano al loro stesso modo. Il potere ‘soft’ degli Usa ovviamente non si riduce solo a questo esercizio, ma certamente concorre a creare le condizioni per agevolare le sue relazioni internazionali. E’ più facile, in altre parole, riuscire ad instaurare relazioni commerciali e politiche con chi ‘ti capisce’ (non solo dal punto di vista della lingua) e con chi condivide la tua stessa visione di vita, possiede i tuoi stessi riferimenti culturali e accetta i tuoi stessi valori e principi.

Come il potere ‘indiretto’ di altri attori internazionali ha influito nella definizione della nostra cultura e, quindi, anche nella creazione della nostra immagine di italianità?
Non è un concetto di immediata comprensione, in effetti. Bisogna considerare che noi tutti non prendiamo delle decisioni partendo ‘da zero’ (senza avere, cioè, una base culturale, di valori, di pensiero etc.). Il bagaglio concettuale che ci portiamo dietro rappresenta un ‘framework’ teorico, un insieme di opzioni predeterminate dall’influenza dagli attori più forti, tra le quali bisogna fare la propria scelta (e che ci preclude dall’inizio le idee che non fanno parte del framework) e che pre-determina le nostre decisioni. Durante la Guerra Fredda, ad esempio, in Italia non è esistita solo l’influenza del ‘soft power’ americano, ma si è registrata anche una forte presenza di quello sovietico. Uno ‘scontro’ tra due poteri morbidi (ma forti) che nascevano all’estero, ma che avevano delle basi così consolidate in Italia, tali da innescare una vera e propria ‘battaglia culturale’ nel nostro Paese. E’ molto importante, quindi, capire in che modo si è influenzati da agenti esterni e, allo stesso tempo, cercare di comprendere come influenzare gli altri. Ad esempio, l’Italia nel Mediterraneo e nel mondo arabo gode di una forte considerazione e prestigio, che nasce da una particolare attenzione diplomatica, politica e anche culturale (non certo da una spiccata capacità bellica o economica) che l’Italia ha sempre dimostrato e tenuto viva nei confronti dei Paesi di queste regioni. Certo, le relazioni commerciali delle nostre aziende (leggi Eni) con questi soggetti rappresentano un fattore molto importante, senza contare anche la serie di accordi commerciali che sono in essere con tutti i Paesi della regione (anche a livello di forniture di materie prime), ma l’immagine positiva e il credito che l’Italia riscuote presso questi paesi deriva dall’approccio cultural-diplomatico che il nostro Paese utilizza nell’ambito delle proprie relazioni internazionali. Nonostante ciò, non sempre riusciamo a sfruttare al meglio il nostro peso ‘indiretto’.

Come sarebbe possibile invertire la tendenza?
Uno dei tasselli potrebbe essere quello di accordare un maggiore sostegno agli Istituti di cultura italiana all’estero, inquadrandoli come centri nevralgici sui quali investire per diffondere presso gli altri Paesi la nostra immagine, lingua, cultura, storia etc. Inoltre, è necessario iniziare a livello istituzionale una riflessione di tipo strategico, che conduca a delle decisioni a livello politico perché si determinino degli indirizzi precisi di sviluppo e diffusione della nostra cultura all’estero. Sotto questo punto di vista, il Ministero degli Affari Esteri sta già iniziando (lentamente) a orientarsi strategicamente verso l’utilizzo della ‘public diplomacy’, ovvero di quella particolare tipologia di relazioni diplomatiche che non avviene più solamente tra Governo e Governo, ma anche tra Governo e popolazione. Attraverso questa nuova metodologia, l’Italia sta iniziando a trasmettere messaggi non solo ai propri partner istituzionali, ma anche ai popoli (come quello Libico). Un esercizio di ‘soft power’ che, però, deve essere visto unicamente in un’ottica di medio-lungo periodo: solo in questo orizzonte temporale si potranno registrare dei grandi benefici per il nostro Paese. Inoltre, bisogna intensificare il volume degli scambi culturali tra il nostro Paese e le altre realtà internazionali, anche attraverso progetti innovativi come quello dell’Erasmus Mediterraneo, attraverso il quale portare tanti giovani qui in Italia dove, studiando e vivendo la nostra realtà, questi possano continuare a guardare al nostro Paese in modo positivo. Infine, un incremento degli investimenti pubblici nel settore cultura sarà determinante, soprattutto per incrementare la diffusione nei paesi esteri di quei settori come la letteratura (anche la saggistica politica) e il cinema. Per quest’ultimo, in particolare, si potrebbe prevedere, ad esempio, una serie di investimenti per tradurre i più importanti lungometraggi della nostra cultura cinematografica in arabo. Tutti ambiti nei quali, fino a questo momento, ci siamo affidati prevalentemente al mercato: bisogna tenere conto che le logiche economiche di profitto, molto spesso non collimano con quelle di tipo politico. Proprio perché in questo caso la questione è anche politica, sarebbe opportuno che fossero le istituzioni, come detto, a destinare delle risorse al perseguimento di questi scopi. E’ comprensibile che, in una situazione di crisi come quella attuale, sia difficile destinare fondi in questo particolare settore: proprio per questo, però, è necessaria una riflessione strategica, attraverso la quale stabilire quali aspetti dell’esercizio del nostro ‘soft power’ siano più importanti per la politica estera italiana e, se lo sono, trovare il modo di investire.

Parlando ancora di mercato, quanto conta l’esportazione dei prodotti della filiera del ‘made in Italy’ nella proiezione all’estero del ‘marchio Italia’?
E’ molto importante, certo. E’ chiaro che ‘cibo’ e ‘moda’ sono le due dimensioni economiche più importanti del ‘made in italy’, due ambiti che non si limitano soltanto alla classica pizza napoletana o al vestito griffato da Armani. Queste filiere dalla grande complessità riescono, infatti, a portare avanti una produzione a elevati standard qualitativi il cui valore complessivo non è basato solo sul pregio della semplice ‘materia’ o sui costi di produzione annessi, ma soprattutto sullo ‘stile’ impiegato che rappresenta il valore aggiunto rappresentato della cultura italiana. In questo rientra il senso del buon gusto (tutto nostrano), la raffinatezza e l’eleganza, tutti elementi che si sposano con la nostra storia e la nostra cultura, da Michelangelo a Giotto. Sul cibo, poi, basti pensare alla considerazione di cui gode la Dieta mediterranea, esempio in tutto il mondo di un’alimentazione corretta e di vivere sano. L’abito di Valentino o la già citata pizza napoletana, non sarebbero le stesse se provenissero da un Paese non in possesso delle stesse caratteristiche culturali proprie dell’Italia, elementi che sono parte integrante del ‘soft power’ italiano.

Negli ultimi anni, l’immagine del nostro paese è risultata molto altalenante, date le vicende che si sono verificate in connessione (più o meno diretta) con il mondo politico (dal Caso Ruby al naufragio della Costa Concordia). Quanto è stato grande il danno di immagine subito a causa di queste vicende e come queste hanno influito sulle decisioni di politica estera del nostro Paese?
La credibilità di una Nazione si costruisce (e si smonta) molto lentamente. Eventi come quello del tragico naufragio della Costa Concordia o del ‘Bunga bunga’ di Silvio Berlusconi hanno certamente avuto delle conseguenze sulla credibilità dell’Italia e sulla nostra capacità di esercitare il nostro ‘soft power’, ma comunque bisogna considerare che l’impatto è stato abbastanza relativo. Questi non sono eventi che creano problemi gravi e immediati: solo se protratti nel medio-lungo periodo, potrebbero contribuire a modificare in senso negativo l’immagine del nostro Paese percepita all’estero. Il vero problema è un altro: la vera immagine negativa che l’Italia proietta nel resto del mondo è quella collegata alla nostra costante instabilità politica e all’incapacità di portare avanti e concludere le riforme importanti, cosa che sottintende una ulteriore incapacità (culturale, stavolta) che nasce da una inettitudine dei principi morali e politici che sostengono le nostre classi dirigenti. Più che i singoli eventi, che non influiscono se non in minima parte, sono queste le problematiche serie che pregiudicano la considerazione di cui l’Italia gode in ambito internazionale. C’è da sperare che l’attivismo manifestato dal Governo Renzi rappresenti la svolta, il cambio di tendenza. Almeno sulla carta il Governo in carica, infatti, sembrerebbe avere intenzione di dare una sterzata e ridare al nostro Paese un’immagine positiva di leadership, specie a livello europeo. Tengo, però a fare una precisazione.

E cioè?
Tutto il discorso che ruota intorno al ‘soft power’ funziona se c’è anche una controparte politico-economica, se non addirittura militare. Uno dei maggiori studiosi statunitensi della materia, Joseph Nye dice che non è solo il potere ‘soffice’ che conta, ma quello che lui chiama ‘smart power’, ovvero una combinazione tra ‘hard’ e ‘soft power’. E’ vero che bisogna avere l’abilità di persuadere non coercitivamente gli altri Paesi, ma allo stesso tempo bisogna anche essere un Paese che militarmente (ed economicamente) è capace di farsi sentire. Per Nye questi tre elementi (hard, soft e smart power) sono la base della futura leadership americana, che lui non vede affatto in declino. Traslando la discussione sul caso italiano: se non si riusciranno ad ottenere seri risultati in ambito economico, l’apertura di credito che l’Italia e il Governo Renzi hanno conquistato negli ultimi tempi svanirà molto in fretta. E’ fondamentale che siano portate a casa le riforme economiche che permettano di ottenere dei risultati effettivi e di uscire dalla stagnazione nella quale la nostra economia è impantanata ormai da qualche decennio.

 

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