domenica, Giugno 13

Il sionismo e Tangentopoli field_506ffb1d3dbe2

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Del sionismo non si può parlare, del sionismo si deve, in realtà, parlare per capire come gira il mondo. Ma sulla base dei fatti, questo il punto.

Partiamo ad esempio dalla guerra di Gaza: in un quadro più complesso e più esteso, che può comprendere anche il disegno di una ennesima pulizia etnica nei Territori, nell’attacco israeliano dell’agosto scorso è emerso anche il fattore gas, i giacimenti contesi tra lo Stato di Israele e il semi-Stato palestinese, con la Gazprom russa come partner potenziale di Hamas. Ma cosa è successo? Da una parte l’invasione di Benjamin Netanyahu, i bombardamenti, le stragi di 2.000 civili, tra cui 400 bambini; dall’altra George Soros che ci fa sapere attraverso la ‘CNN‘, che è stato lui a ordire il colpo di Stato a Kiev, un golpe e una crisi che almeno fino ad oggi hanno tenuto Vladimir Putin in una posizione di stallo, più difensiva che offensiva. Dunque, ecco il perfetto parallelismo, se non la perfetta intesa, tra il Sionismo territoriale (l’espansionismo di Israele, l’agire del sionismo come Stato), e dall’altra parte il Sionismo a-territoriale e transnazionale della grande finanza laica, quella delle banche spesso egemoni in Occidente, delle rivoluzioni colorate, della weltanschaung sionista diffusa, attraverso Hollywood o certe reti multimediali, ai quattro angoli del mondo, e con contenuti a 360 gradi: dalla Storia alle cronache di guerra, dall’immigrazione ‘inarrestabile’ e chi la blocca è un ‘razzista’, agli Stati-canaglia. Una macchina propagandistica potente, variegata su temi secondari, ma in genere omologata su altri argomenti, ‘sensibili’ per la causa sionista.

Certo Soros e Nethanyau sembrano o sono personalità diverse: il Premier israeliano è stato l’artefice dell’ultima strage dei 2.000 palestinesi, ed è sempre stato il leader del ‘NO!’ permanente a qualsiasi cedimento al Diritto Internazionale: ‘no’ non solo a Bill Clinton (gennaio 1998, l’incontro più burrascoso tra Israele e Stati Uniti -secondo Abraham Yehousha, fonte ‘La Stampa‘), ma anche, l’anno prima, alla Commissione Trilaterale (fonte Arrigo Levi, ‘Corriere della Sera‘).

Soros è anche un intellettuale, ha scritto saggi e libri, è un seguace del filosofo Karl Popper ed è un teorico della ‘Società aperta’, che c’entra dunque con il politico israeliano? C’entra, e ce lo dicono innanziutto i fatti, la convergenza di entrambi, attraverso i due scenari di crisi in Ucraina e in Palestina, in quella che non a torto Papa Francesco ha definito unaterza guerra mondialestrisciante. La società aperta di Soros, infatti, non esclude la violenza golpista in Ucraina, come non escludeva le violenze antiserbe dei musulmani di Bosnia e del Kosovo da lui o da Israele sostenuti, né è in contrasto con le guerre che finiscono per fare stragi di civili contro i dittatori arabi, veri o presunti, con o senza il consenso popolare che esisteva parzialmente per Muʿammar Gheddafi e che sopravvive oggi in Siria. La ‘società aperta’ del finanziere Soros è valida, invece, innanzitutto come simbolo e strumento della capacità di sfondamento della finanza transnazionale dei vecchi e ormai evanescenti confini interstatali, e poi  -lungi dall’essere una categoria universale-  come un principio da applicarsi solo verso quei popoli e Stati da destrutturare e indebolire, ad esempio con la retorica delle minoranze, con i micronazionalismi esaperati, con l’estremismo differenzialista e sessista, con quella che è ormai propaganda gay e non solo la giusta difesa del diritto a vivere con tranquillità la propria specificità sessuale. Il tutto secondo una idea di (presunta) democrazia che è comunque a senso unico. Si guardi al comportamento di Israele in Palestina e in Kurdistan, in Palestina il terrore e l’aggressione genocidiario verso gli autoctoni. In Kurdistan il sostegno dichiarato di Nethanyau all’indipendentismo phesmerga. Schizofrenia? Niente affatto: quella israeliana e sionista è perfetta coerenza. La strategia di Israele verso il resto del pianeta è sempre stata fino ad oggi da una parte la strategia del caos, e dall’altra la balcanizzazione o culturale o territoriale dei Paesinemici‘. Nel 1982, la rivista dell’Organizzazione sionista mondiale Kivunim pubblicò un articolo di un funzionario israeliano, Oded Ynon, in cui si prefigurava una divisione di tutti gli Stati attorno ad Israele, Egitto compreso, lungo linee etniche o religiose. Bene, si pensi a quel che è accaduto da allora ad oggi, il federalismo economico in Iraq preludio al secessionismo curdo, gli scontri tra copti e musulmani in Egitto, quelli tra sunniti e sciiti, tra i sunniti stessi, o per scendere fino al Sudan, la spaccatura del Paese in due con gli israeliani che fin dagli anni Sessanta erano presenti nel sud Anya Anya, o con la guerra del Darfur, i cui profughi e leaders Israele sostiene apertamente, assieme ad Al Qaeda.

‘Democrazia’, dunque? Sì, ma solo quella da esportare in tutti i Paesi del mondo che non accettano il nuovo ordine postbipolare   -ieri la Jugoslavia di Slobodan Milosevic e l’Iraq di Saddam Hussein, nemico acerrimo di Israele, oggi la Siria, la Russia, l’Iran, il Sudan  -e mai in Israele, la cui presunta democrazia presuntamente ‘all’occidentale’ che affascina tanti sia a sinistra che a destra, primo tra tutti Berlusconi-  è in realtà molto chiusa, fortemente venata di totalitarismo -vedi il caso di Ariel Toaff e le persecuzioni degli intellettuali dissidenti- di razzismo e di teocratismo: uno Stato con normative che si ispirano all’halakhah [la parola  -che significa ‘via, percorso’-  indica il corpus di testi normativo-giuridici e giurisprudenziali che regolano la vita fisica, materiale, spirituale degli ebrei secondo la lettera e l’interpretazione della Bibbia ebraica]e che discriminano la minoranza palestinese fino alla morte. Vedi il sabato ebraico in quel di Gerusalemme raccontato da Israel Shaak, l’assoluzione di un Tribunale israeliano a un ebreo che si era rifiutato di chiamare un’ambulanza per soccorrere un arabo ferito in un incidente davanti alla sua casa. Era sabato: la condanna ci sarebbe stata se il ferito fosse stato ebreo. Ma la vita di un arabo non conta, non puo’ interrompere la festività dello Shabbat (Sabato). Questa è la giustizia, questo è il Paese che i vari Giuliano Ferrara, Fiamma Nirenstein, Magdi Allam, VittorioFeltri, Silvio Berlusconi omaggiano come faro della democrazia in Medio Oriente … Orrori nostrani.

E comunque, tornando a Benyamin Netanyahu e George Soros, ecco l’affinità della strana coppia. Tutti e due si rispettano e collaborano: cambia il campo di gioco, ma la squadra è la stessa. Sionismo territoriale e sionismo transnazionale sono due facce della stessa medaglia

Il sionismo e Tangentopoli: una pagina storica da rivedere

Ecco dunque che i due percorsi marciano in parallelo, e se il dipanamento dei due fenomeni si sviluppa in uno stesso arco di tempo, il quasi quarto di secolo che ci separa dalla svolta degli anni Novanta, la coincidenza, ancora una volta, non è solo cronologica. Anche qui emergono alcuni fatti che fanno pensare.
Ripensiamo a Tangentopoli. Tutta quella vicenda che viene letta solo come una rivolta popolare contro la corruzione dilagante, fu attraversata, invero, da una presenza sionista: prima le accuse di corruzione di Edward Luttwak su ‘L’Espresso‘ a tutta la classe politica di Governo, la DC soprattutto, e le pressioni raccontate da Francesco Cossiga a Aldo Cazzullo di non nominare Giulio Andreotti alla guida del Governo dopo la fine del Governo Craxi: pressioni della CIA, svelava Cossiga, ma se da noi i servizi segreti degli anni Settanta si erano spaccati a metà tra il filolibico Vito Miceli e il filoisraeliano Gianadelio Maletti, perché mai negli Stati Uniti della Israel Lobby si dovrebbe credere che tutta la Cia sia stata -e sia- rigorosamente Wasp? [White Anglo-Saxon Protestants indica gli statunitensi discendenti dai pionieri delle origini e -per derivazione attuale- gruppi élitari di potere (di stampo repubblicano) in grado di orientare politica e economia]

Poi, il 2 giugno 1992, il Panfilo Britannia, con George Soros sul trono della City e con tanti ospiti italiani, Mario Draghi in testa, a partecipare a un cosiddetto ‘seminario sulle privatizzazioni’. Poi ancora, a settembre, la svalutazione della lira provocata dalle speculazioni dello stesso Soros. L’anno successivo, il placet dei Rothschild alla ‘rivoluzione’ di Tangentopoli, in una intervista al ‘Corriere della Sera‘, pubblicata il 29 maggio, due giorni dopo l’attentato all’Accademia dei Georgofili. Un caso? Forse, ma negli attentati del 1993, l’allora procuratore antimafia Pier Luigi Vigna aveva ipotizzato una matrice non mafiosa, ma lobbistico-finanziaria (fonte: ‘Il messaggero‘). Chi si ricorda più di tutte queste unità di notizie che allora cadenzavano la cosiddetta rivoluzione di Tangentopoli?
Al seguito della deposizione del pluriomicida Gaspare Spatuzza al Tribunale di Palermo, tutti continuano a parlare solo delle cosiddette trattative Stato-mafia, e scordano fatti che avrebbero meritato e meriterebbero anche oggi un’inchiesta accurata: per esempio la rivendicazione delle bombe del luglio del 1993 fatta da una sedicente organizzazione islamica, ma tramite un cellulare  -questa la denuncia dell’allora Ministro Nicola Mancino, agli atti degli archivi parlamentari-  ‘di proprietà di un cittadino israeliano‘. Nessuno si mosse e nessuno, oggi, cita questa unità di notizia attendibile vista l’autorevole fonte, il responsabile cioè degli Affari interni. Nessuno: nemmeno lo stesso Berlusconi, praticamente accusato da Spatuzza di essere il ‘mandante’ di quelle bombe. L’oblio assoluto, tanto che uno potrebbe dire che la storia vera è quella di oggi e non quella di alcuni indizi rivelatori di quegli anni. Ma Sherlock Holmes non sarebbe d’accordo, perché gli indizi non sono tre, ma qualche decina …

(continua)

 

 

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