martedì, 31 Gennaio
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Il senso simbolico della scomparsa di David Sassoli

Eh sì, bisogna morire a volte per rimettere in linea sentimenti, valori, qualità che la conflittualità quotidiana di qualunque sistema tende a non legittimare in certi momenti della storia.
Non vale per tutti, ben inteso.
Il destinatario di questa aggregazione virtuale deve avere caratteristiche che hanno smesso d’improvviso di essere contro-tendenziali. Deve avere seminato parole, tratti di carattere e modi relazionali che condensano, nel momento in cui il corpo lascia la sua funzione di ‘contenere’, una vita. E diventano appartenenza collettiva. Non succede spesso. Non succede a tutti.
E’ toccata a David Sassoli. Uno di noi. Un giornalista della Rai, che fu un boy scout condividendo valori cristiani e senso dell’etica pubblica in forma coerente tra la sua vita professionale e la sua vocazione civile.

Negli ultimi 13 anni della sua vita ciò lo ha portato all’Europarlamento, che non è ‘first choice’ per chi vuol far politica, almeno in Italia. Si tende a fare il sindaco o il parlamentare. O, grazie all’instabilità governativa, può capitare un incarico di responsabilità istituzionale. Ma in Europa ci va non poche volte chi ha perso la corsa di un collegio, chi non poteva vantare un credito negoziale, chi sceglie un teatro defilato. Oppure chi ha una narrativa sensata per quel compito e che si propone di farla valere finché quella comunità gli riconosce doti di leader e lo sceglie in propria rappresentanza.
E qui inizia una rara restituzione, verso una persona e verso il Paese che quella persona rappresenta.
Per lo più questa restituzione è stata sottostimata in precedenza. Non è stata oggetto di certezze mediatiche e quindi di opinione pubblica.
Non basta passare generalmente per essere una ‘brava persona’.
La memoria dei meriti delle ‘brave persone’ non va spesso al di là di qualche cenno impreciso.
Ma se muori d’improvviso, se lasci una scia di emozionalità che ha bisogno di liberarsi, se si creano le condizioni per enumerare dei meriti, ecco che si forma un’onda.

Sulle prime c’è chi dice: ma non esageriamo, non è morto un Delors, una Simone Veil, un Altiero Spinelli.
Poi affiorano i meriti che capovolgono la maschera tecnocratica dell’Europa e scoprono che la tensione ai diritti, all’equità, ai principi democratici, a valori salvifici rispetto alla degenerazione crescente, ebbene quella tensione ha costituito il percorso quotidiano di chi non ha speso 13 anni della sua vita per un semplice diversivo. Diversivo per diversivo, per i giornalisti vale allora la vecchia battuta di Barzini che fare il giornalista è sempre meglio che lavorare. Qui ci sono 13 anni di conservazione testarda di un’idea della missione della politica al servizio di ciò che per esempio gli italiani hanno visto disperdersi in casa anno per anno.
E nel giorno della sua scomparsa è apparsa l’opportunità di dirlo ad alta voce. Dire che si tratta di materia irrinunciabile. Per le generazioni che ricordano e per le generazioni che debbono tornare a decidere se almeno non abbassare la guardia rispetto al diritto di voto.

Già, nel giorno in cui il collegio elettorale di Roma 1 annuncia che manda alla Camera un deputato (anzi una deputata) con l’11% di partecipazione elettorale, il Parlamento europeo in seduta solenne, trasversale, aperta ai rappresentanti nazionali e dei gruppi politici rappresentati, davanti alla famiglia di David -la moglie Alessandra e i figli Livia e Giulio- con brevi tratti di intenso violoncello, testimonia una storia paradigmatica.
Non l’eroismo di guerra, ma l’eroismo di pace. Quello di tessitura, che i più non percepiscono come propagandistica. E che torna ed essere paradigma. Come era stata paradigma nell’omelia del cardinale Zuppi a S. Maria degli Angeli a Roma, durante il funerale di Stato.

E sono i giorni in cui si deve stringere un patto in Italia sul futuro Presidente della Repubblica. Sul cui profilo è almeno dagli anni della presidenza Pertini che il Quirinale fa il suo dovere di lavorare sull’attualizzazione di un modello di qualità istituzionale riconosciuto dai cittadini.
Dunque sono i giorni in cui l’Europa deve tener duro rispetto alla gestione ideale almeno parallela alla programmazione tecnico-finanziaria. E in cui l’Italia deve fare un passo avanti e non un passo indietro negli equilibri democratici fatti da partiti che partecipano e non che si escludono dal processo di rigenerazione.
Chi l’avrebbe detto che sarebbe stato un bel giornalista dagli occhi celesti a svolgere questo miracolo simbolico. Purtroppo lasciando il campo di gara. Ma non inutilmente. E soprattutto con la percezione che morire invano è una miseria antica prodotta dalle guerre che la nostra Costituzione ha ripudiato.

Stefano Rolando
Stefano Rolando
Stefano Rolando, 1948, laureato a Milano in Scienze Politiche, è docente, manager, comunicatore. Dopo esperienze di management in aziende (Rai e Olivetti) e istituzioni (Presidenza Consiglio dei Ministri e Consiglio Regionale della Lombardia), è stato dal 2001 al 2018 professore di ruolo (Economia e gestione delle imprese) alla facoltà di Scienze della comunicazione dell'Università IULM di Milano, dove continua gli insegnamenti in materia di comunicazione pubblica e politica e l'attività di ricerca applicata Dal 2005 al 2010 è stato segretario generale della Fondazione di ricerca dell'ateneo. È stato anche segretario generale della Conferenza dei presidenti delle assemblee regionali italiane e rappresentante italiano nel comitato scientifico Unesco-Bresce. Dal 2008 è presidente (Melfi-Roma) della Fondazione “Francesco Saverio Nitti” (www.fondazionefsnitti.it). Dal 2021 è anche presidente (Milano) della Fondazione “Paolo Grassi – La voce della cultura” (www.fondazionepaolograssimilano.org/). Attività e pubblicazioni www.stefanorolando.it
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