sabato, Settembre 18

Il senso di Rambo-USA per la democrazia con le armi L’arma non è solo la migliore gestione di un’offesa o di una sopraffazione, diviene, “è” il sostegno con il quale elaborare strategie di difesa o di offesa, in un tessuto sociale fortemente improntato ad un processo immigratorio imponente

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Non crediamo mai abbastanza

a ciò in cui non crediamo

(M. Conte S. 2004)

Nei giorni scorsi ho delineato alcuni tratti vorrei dire antropologico-culturali dei cittadini americani provando a leggere le dinamiche dallo sguardo di Rambo, un reduce buttato via (così è successo per molti) dal Paese che lo aveva eletto ‘eroe’ in Vietnam, in Corea, Iraq, Afghanistan e via guerreggiando.

Ora provo ad osservare quale opzione per la democrazia abbiano i suoi abitanti il cui modello di vita relazionale, economico, culturale, razziale è improntato all’affermazione di modelli di comportamento regolati da una lotta per la sopravvivenza in una nazione detta delle opportunità, per chi, dove, come. Non è secondario partire da questo elemento che dice molto del rapporto che intercorre tra vita individuale, difesa personale e sicurezza collettiva di quanti vivono con accanto i propri fedeli compagni, fucili e pistole, oggi mitragliatori e carabine. Anzi più che compagni. Nella narrazione delle sorti progressive degli scappati, rifugiati, carcerati nella nuova terra promessa, o quelli attirati dal mito della corsa all’oro delle prime confraternite di quaccheri e mormoni, il fucile, come ancora oggi, è ‘lo Stato’, la propria personale ‘istituzione’ che sopravanza Congresso e poteri in America. Così come si faceva nel Far West, oggi il sentire, l’humus culturale orienta ad una vita regolata da un rapporto intenso con le forze della natura, direi a somma-zero con la Teoria dei Giochi (dove uno vince e l’altro perde, antico topospsichico americano) e con cui si gestiscono relazioni sociali lasciate al libero esprimersi di pulsioni sentimenti e valori improntati alla difesa personale di sé regolate da un oppressivo sistema di controllo sociale. Su cui si sono innestate regole codici leggi per incanalare una vita sociale fortemente esposta sul piano individuale, ma sempre governata dall’occhio di Dio. Sarà un caso, forse no, ma le prime università americane (mentre noi ne abbiamo da 800 anni) sono sorte intorno agli anni ’40 dell’Ottocento sono Teologia, Medicina, Diritto. Ovvero cura di anima, corpo e regolazione degli scambi sociali.

A proposito del rapporto cittadini-armi in territori immensi aspri privi di difese dove sparare era l’unica difesa (gli Usa hanno la quarta estensione territoriale al mondo), ma in Cina la più immensa mica succede lo stesso, quindi sono disposizioni psicologico-caratteriali-ambientali-culturali diverse. Secondo stime recenti (Archivio Disarmo, a cura di Maged Srour, 2016) “89 americani su 100 posseggono armi leggere. Gli Usa sono il primo paese al mondo, sia in esportazione che importazione, di armi civili (se è per questo anche il primo per pornografia, mio). Per ribaltare il dettato di Von Clausewitz, per cui la guerra è la prosecuzione della politica con altri mezzi, in America il modo di essere e decidere, di instaurare relazioni tra diversi è a mio avviso regolato dal principio opposto, con Michel Foucault, secondo cui è la politica a costituirsi in prosecuzione della guerra con altri mezzi. Rileggetevi le diverse guerre e conflitti scatenati e la raffinata o bieca propaganda messa in atto per dimostrare ciò che gli americani decidono che sia vero o falso (vero Iraq?) così da giustificare guerre da cui trarre benefici e comando. Basta leggere il modo ‘diplomatico’ di stare al mondo per gli Usa. Se i Paesi collaborano allora si intavolano negoziazioni, altrimenti li si bombarda oppure si decide che suoi cittadini ‘siano’ terroristi, come qualche talebano adesso, oppure si vomitano sanzioni immani attraverso il circuito finanziario-monetario che sono in grado di piegare ai propri desiderata.

Tornando alle armi, il 50% delle vittime sono afroamericani (non avevamo dubbi), poi i giovani tra i 18 ed i 35 anni con 1/3 sotto i 20”. Si tenga poi conto che in 40 dei 50 stati d’America con il secondo emendamento della Costituzione viene garantito il diritto di possedere ed usare armi. Con il che l’America del nord ha il primato mondiale nell’utilizzo di armi (a s-proposito di tutti gli altri paesi “cattivi”). Gli omicidi con armi da fuoco in Usa sono 20 volte maggiori (!) rispetto alla media dei paesi area Ocse: 12942 morti ammazzati nel 2015, 36 al giorno. Dunque, di che cosa stiamo parlando nelle giornate di ordinaria follia americana, democratica ed accogliente? Cosicché l’arma non è solo la migliore gestione di un’offesa o di una sopraffazione, diviene, è il sostegno con il quale elaborare strategie di difesa o di offesa, in un tessuto sociale fortemente improntato ad un processo immigratorio imponente (l’America è al fondo fatta tutta da immigrati, una volta uccisi i nativi americani, quelli che quelle terre vergini calpestavano con i loro cavalli e carovane) la cui composizione etnica non ha uguali nel mondo. Si pensi che a metà Settecento gli abitanti negli Stati Uniti erano 3,9 milioni, poi divenuti 23 milioni a metà del secolo successivo. Oggi la popolazione si aggira sui 331 milioni di suoi abitanti. E stime ci dicono che sono oltre 400 milioni le armi in possesso dei suoi cittadini. Armati fino ai denti, blindati in casa, con una polizia con licenza di uccidere, l’ultimo il simbolico, purtroppo per Lui, George Floyd. “Il 62% ha dichiarato di possedere più di unarma; il 74% sceglie un fucile, il 68% una pistola, il 17% un’arma semi-automatica e l’8% un’altra arma”. Non male come difesa individuale, in un Paese dove è pericoloso vivere. E poi parliamo di Colombia, Messico? Certo, lì i cartelli dei narcos monopolizzano la vita, mentre nella libera America il libero cittadino si fa giustizia da sé. Ed infatti la NRA, National Rifle Association, è una delle più potenti lobbiesmiliardarie che finanziano pure i presidenti che non si azzardino a varare leggi più restrittive sull’utilizzo di armi automatiche.

Né più né meno di ciò che vorrebbero destre forcaiole in Europa ed in Italia. Sparare a tutto ciò che si muove e che si ritiene sospetto. Tra tanti luoghi, pur con un afflato affettivo personale, a New York ho avuto timore a girare a piedi, benché l’abbia percorsa in lungo e molto largo, perché in pieno giorno tra le pieghe delle luccicanti luci della ribalta ho assistito, da lontano, ad assalti tra bande diverse, mentre poliziotti discreti stazionavano poco distanti. Tornando ai giorni nostri, la sconfitta storica della coalizione del mondo ‘libero’ in Afghanistan manifesta palesemente come il ventaglio di problemi e temi che ‘improvvisamente’ sono deflagrati in poche settimane costituiscono l’esito di malpensate malcondotte malfunzionanti strategie per focalizzare un problemaprendere decisioni, attivare temi di politica internazionale,con il concludersi confuso e polifonico dell’alba di un nuovo assetto politico globale. O peggio, l’assenza di altre strategie se non quella di andare sparare uccidere tornare indietro. È il tema dello storico, cioè consueto, approccio su cui la troppo osannata democrazia americana è stata accomunata ad un pensiero liberale in quelle nazioni che hanno preso ad essere/a voler assemblarsi in un sistema di valori e cultura dove si respirasse un senso di libertà, personale e collettiva. Oltre disuguaglianze fratture e condizioni materiali e razziali dell’esistenza che ne mostrano il contrario ma che noi tendiamo a rubricare come effetti secondari. Essendo a tutti gli effetti la struttura portante di una nazione dove certo comunque si può parlare liberamente. Contentiamoci… Uno storytelling, una narrazione, al fondo una propaganda che ha fortemente contribuito a farci ‘appartenere’ ad un campo, quello dei ‘buoni’, in lotta perenne con i ‘cattivi’, sempre gli altri. Al fondo, sempre i cristiani monchi di Gesù mandato a morte dagli ebrei, il Cristianesimo contro l’Impero Ottomano, oggi malamente interpretato da quell’arrogante volgare dittatorello del turco, poi contro l’Islamismo e tout court con i musulmani, sempre loro. Con il non secondario particolare che noi abbiamo devoluto autorità ed anche potere al novello Ottomano, pagandogli profumatamente i non suoi milioni di siriani sulle sue contrade dopo l’altro sciagurato (un altro ancora? le ha perse tutte l’America post seconda guerra mondiale,ci si dovrebbe riflettere) conflitto in Siria non risolto (per quali motivi?) dall’ingigantito Obama, faro negli occhi ottusi di una platea alleata servente che non vede mai oltre la retorica la concreta dura realtà dei fatti. Conflitto pericoloso ma molto più urgente di un Iraq che non faceva paura a nessuno, ma bisognava fargliela pagare perché gli americani erano incazzati dopo l’11 settembre, eccetto ai criminali (Cheney, Powell) del criminale stupid George (Bush jr.), che già il grande regista Oliver Stone avrebbe voluto incriminato per il bagno di sangue a stelle e strisce contro Saddam Hussein, dittatore a cui non fregava nulla a nessuno. Essendo i problemi dell’area l’Iran, il Pakistan dei terroristi dell’11 settembre, l’India stessa. Tutte con l’atomica, che vorrebbe solo l’America perché loro sanno non usarla. Ma poi, chi ha venduto uranio e quant’altro a tutti i Paesi oggi del club nucleare? Vuoi vedere che qualche manina europea.., americana…

Insomma in questo quadro e con questo clima si viene formando un assetto in statu nascenti su cui nessuno dei leaders internazionali, per non dire dei balbettanti amministratori di un’Europa silente da tutti i temi politici e strategici, ha chiaro dove ha portato e dove si orienterà. E quali scorie lascia attorno a noi con questa democrazia militare i cui costi sono sempre maggiori dei benefici. Sono diversi gli elementi che mettono in confusione quanti ritenevano che si fosse trovata la soluzione alle dinamiche mondiali mettendo un ‘silenziatore’ a quanto si è manifestato nel giro di meno di tre settimane tra un disordinato scappare di Usa Nato ed alleati da Kabul e l’insediamento senza sparare un colpo di alcune decine di migliaia di Talebani sunniti. Lo stato di confusione si palesa nei diversi frammenti di una fuga da un teatro divenuto di guerra in virtù dell’orientamento muscolare impresso dagli Usa ad una vicenda ventennale su cui pochi nutrivano dubbi già da una decina d’anni. Ma nessuno avrebbe scommesso che la precipitosa fuga sarebbe avvenuta in modi così sgangherati e caotici, all’insegna del si salvi chi può e nei modi resi possibili dall’acutizzarsi in pochi giorni di un ritiro che avrebbe avuto bisogno di ben altre strategie, comando, progettualità. Si dice che l’attuale declino della potenza ‘imperiale’ americana costituisca l’esito del suo modo costitutivo di porsi dinanzi ai ‘nemici’ ogni qual volta, ovvero sempre, le parole d’ordine siano state decise dal comando politico per passare poi la mano dell’intera partita alla forza muscolare militare. Sganciare bombe indiscriminatamente in fondo è abbastanza facile, come nei videogame della guerra virtuale che già vedemmo-non vedemmo nella prima guerra del Golfo. Preso il potere da parte Talebana, tutti uguali brutti forse sporchi e cattivi, ora si balbettano misteriose strategie del ‘genio’ Blinken per riuscire a tirar fuori dall’inferno da loro acceso e dai Talebani concluso gli ultimi americani, così come tedeschi abbandonati per ora lì. Questo costituirà la ‘merce’ di scambio, oltre tutte le sconfitte, militare, politica, strategica, umanitaria, con ulteriore scorno per il cosiddetto Occidente. E poi si potrà gridare alla perduta libertà, all’ennesimo nuovo “pericolo terrorismo”, sempre deciso dagli americani, come i disgraziati di Guantanamo!,che non c’entravano nulla, alle nuove strategie filo-americane per combattere questo o quello. Nessuno che si alzi e dichiari amicizia e solidarietà all’‘amico americano’ ma anche la propria indipendenza ed autonomia, che tra l’altro non conosce la geografia, con presidenti ignari di come sia fatto il mondo, o che storpia le parole che non impara, come il “Giuseppi”, e tutti ad enfatizzare (!) l’ignorante Trump, all’ex avvocaticchio del popolo italiano. Conferma sottile, per nulla banale, di come l’americano-Rambo-Usa vada per il mondo pieno della sua crassa ignoranza. Tutti gli altri stanno un gradino più giù. Non impara le lingue, porta casino e bombe, oltre a droga e prostituzione. Bell’affare. (Forse) mai antiamericano, certo non filoamericano.

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Sull'autore

PhD Sociologo, scrittore per elezione e ricercatore per vocazione, inquiete persone ancora senza eteronimi di Pessoa. Curioso migrante di mondi, tra cui Napoli, Vienna, New York. Ha percorso solo per breve tempo l’Università, così da preservarlo da mediocrità ed ipocrisie, in un agone dove fidarsi è pericoloso. Tra decine di pubblicazioni in italiano ed in lingua si segnala l’unica ricerca sociologica al mondo sull’impianto siderurgico di Bagnoli, Conte M. et alii, 1990, L’acciaio dei caschi gialli. Lavoro, conflitto, modelli culturali: il caso Italsider di Bagnoli, Franco Angeli, Milano, Pref. A. Touraine. Ha diretto con Unione Europea e Ministero Pari Opportunità le prime indagini sulle violenze contro le donne, Violenza contro le donne, (Napoli 2001); Oltre il silenzio. La voce delle donne (Caserta 2005). Ha pubblicato un’originale trilogia “Sociologia della fiducia. Il giuramento del legame sociale” (ESI, 2009); “Fiducia 2.0 Legami sociali nella modernità e postmodernità” (Giannini Editore, 2012); “Fiducia e Tradimento. In web we trust Traslochi di società dalla realtà diretta alla virtualità della network society”, (Armando Editore, 2014). Ha diretto ricerche su migrazioni globali, lavoro e diritti umani, tra cui 'Partirono bastimenti, ritornarono barconi. Napoli e la Campania tra emigrazione ed immigrazione' (Caritas Diocesana Napoli, 2013 con G. Trani), ed in particolare “Bodies That Democracy Expels. The Other and the Stranger to “Bridge and Door”. Theory of Sovereignty, Bio-Politics and Weak Areas of Global Bίos. Human or Subjective Rights?” (“Cambridge Scholar Publishing”, England 2013). Nella tragica desiderante società dello spettacolo scrive per non dubitare troppo di se stesso, fidarsi un poco più degli altri e confidare nelle sue virtuose imperfezioni. Sollecitato, ha pubblicato la raccolta di poesie Verba Mundi, Edizioni Divinafollia, Bergamo. È Vice Presidente e Direttore Scientifico dell’Associazione Onlus MUNI, Movimento Unione Nazionale Interetnica.

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