sabato, Luglio 24

Il sacro e il profano della sagra field_506ffbaa4a8d4

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La convivialità a tavola è una delle consuetudini più antiche. Mangiare insieme è generalmente un piacere, una tradizione, un momento in cui si condividono valori con compagni e compagne. Non è un caso che ‘compagno’ derivi proprio da ‘cum pane’, perché con lui si spezza il pane.
Con l’arrivo dell’estate, complici le vacanze e il clima favorevole, le occasioni per ritrovarsi insieme a tavola si moltiplicano ovunque in feste gastronomiche e sagre di ogni sorta di cibo, quasi sempre animale.
La sagra è diventata un appuntamento fisso e immancabile di ogni località che fa del suo prodotto tipico un fenomeno di attrazione. ‘Sagra’ è un termine di origine religiosa: dal latino ‘sacra’, propriamente ‘cose sacre’, indica un rito, una funzione o una festa religiosa. In effetti, le sagre antiche erano momenti in cui gli esseri umani celebravano o invocavano un dio ringraziandolo per il raccolto e per la sua magnanimità. Con l’avvento del Cristianesimo, le sagre accompagnavano anche la consacrazione di una chiesa o la celebrazione di un Santo patrono. Le sagre antiche erano celebrate davanti ai templi e, in epoca cristiana, alle chiese (da cui deriva il termine sagrato).
Il carattere profano è arrivato dopo, trasformando la sagra in una festa popolare con fiera e mercato. Ma il concetto di ‘sacer’ (sacro) era già presente nel diritto romano arcaico, secondo il quale la ‘sacertas‘ (sacertà) era una sanzione a carattere giuridico-religioso inflitta a chi infrangesse la pax deorum (pace degli dei), disonorando i vincoli di carattere sociale e religioso. Colui a cui fosse inflitta la sacertà, era espulso dal gruppo sociale e consacrato alla divinità, non con il sacrificio rituale, ma colpito da un influsso negativo da parte degli dei. ‘Sacer esto‘ (sia maledetto) era la formula penale con cui si consacrava qualcuno agli dei, come gli animali del sacrificium. Durante le sagre venivano spesso effettuati sacrifici animali e questo rito simbolico originario rimane come traccia anche oggi nelle diverse sagre gastronomiche.

Ogni luogo d’Italia ha il proprio animale tipico di cui fare unsacrificio‘ appositamente per queste occasioni. Neppure i cuccioli sono risparmiati: agnelli, maialetti e vitelli sono considerati una prelibatezza. Altrettanto vale per animali di piccole dimensioni: lumache, rane e ranocchi, che vengono ‘raccolti’, secondo un termine tecnico che riporta alla categoria merceologica, come fossero frutti che la terra offre generosamente. E poi i pesci, neppure degni di essere contati a numero, ma a peso.
E’ sorprendente che ai giorni nostri, nonostante l’informazione, la sensibilizzazione e la nuova coscienza di rispetto verso gli animali, vi siano ancora luoghi dove certi eventi che si basano sulla crudeltà di una pietanza derivata da uccisioni di animali siano pubblicizzati come grandi iniziative, come appuntamento culturale, con note di encomio e di apprezzamento per una tradizione che ha come radice l’uccisione degli animali. Si piange per il proprio animale da compagnia: lo si elabora come un lutto, e ciò è del tutto comprensibile ma, al contrario, è del tutto incomprensibile che l’animale della cui carne ci si nutre non esista come animale ma solo come cibo, come attrazione gastronomica.

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