domenica, Novembre 28

Il Rwanda di Kagame secondo la UE

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Bruxelles punta la sua attenzione in particolare sui diritti umani.
Il Rwanda è stato accusato  -da Human Rights Watch (HRW), Amnesty International e altre organizzazione umanitarie-  di serie violazioni dei diriti umani tra cui la detenzione arbitraria, la tortura e la sparizione forzata. Secondo gli osservatori interni, centinaia di persone sono scomparse in seguito alle operazioni di sicurezza del 2014. Nell’agosto dello stesso anno sono stati rinvenuti sul lago Rweru, al confine con il Burundi, dozzine di cadaveri legati e torturati, ma il Governo ha escluso che si trattasse di cittadini rwandesi.
Negli ultimi 5 anni ci sono stati diversi episodi di attentati od omicidi di dissidenti politici residenti all’estero, compreso un ex dirigente dei servizi segreti e leader dell’opposizione. Nonostante le accuse, comprese quelle delle autorità sudafricane, sostengano il contrario, il Governo Rwandese ha negato qualsiasi coinvolgimento.

I provvedimenti legali mirati a prevenire il negazionismo e le divisioni etniche hanno giocato un ruolo chiave nella limitazione alla libertà di espressione.
Secondo una legge del 2003 minimizzare, negare o giustificare il genocidio costituisce reato, mentre un’altra del 2008 punisce l’ideologia genocida. Entrambi i provvedimenti sono stati criticati perché troppo vaghi e per i potenziali abusi che ne sarebbero potuti sorgere.
Nel 2013 il provvedimento promulgato nel 2008 è stato corretto: è stata adottata la definizione internazionale di ‘genocidio’ e sono state meglio definite le imputazioni per ideologia genocida. In seguito a tale correzione le imputazioni per ideologia genocida sono diminuite sensibilmente, anche se secondo altri punti di vista potrebbero essere un presupposto per ulteriori e più gravi persecuzioni.
Nel 2013 sono stati adottati graduali cambiamenti alla legge del 2009 sui media, criticata perché troppo restrittiva. Pur avendo ridotto le restrizioni al giornalismo indipendente, è ancora proibito insultare le forze dell’ordine, i vertici del Governo e il Presidente; la violazione di tali proibizioni ha già portato in passato a severe condanne al carcere. Secondo la Freedom House, le libertà di stampa e di espressione sono peggiorate nel 2014, con numerosi casi di giornalisti arrestati, minacciati o molestati. Nella classifica mondiale 2015 sulla libertà di stampa, il Rwanda occupa il 161esimo posto su 181. Lo stretto controllo sui media viene giustificato come necessario ad assicurare l’unità nazionale e a prevenire nuove violenze a sfondo etnico. Molti giornalisti parlano dell’autocensura come di una pratica molto diffusa.
Una legge del 2013 sulle intercettazioni autorizza le autorità a monitorare le comunicazioni dei cittadini considerati una minaccia per la sicurezza.

La politica è in gran parte dominata dal Rwandan Patriotic Front (RPF), il partito al potere. Secondo un rapporto del 2014 degli osservatori ONU sulla libertà di riunione e associazione, ci sono serie restrizioni al diritto all’associazionismo il cui scopo sia il dissenso pacifico. Simili restrizioni valgono anche per le ONG e i partiti politici, ma «la paura di un nuovo genocidio non può limitare le libertà fondamentali». Numerosi prigionieri politici, tra cui anche Victoire Ingabire, sono stati condannati a lunghe pene detentive.
Per assicurare il diritto alla terra è stata messa in piedi una forte struttura legale. Data l’alta pressione demografica e la predominanza dell’agricoltura tra le attività economiche, in Rwanda la terra è un bene fondamentale.

La Costituzione del 2003 prevede che le donne occupino almeno il 30% dei seggi in entrambe le Camere del Parlamento. Attualmente le donne costituiscono più del 50% dei membri del Parlamento, e il Rwanda è il Paese con la più alta percentuale di donne parlamentari al mondo. Il Paese continua a promuovere la rappresentanza femminile nelle istituzioni pubbliche e ha promosso iniziative per prevenire la violenza di genere. Ci sono inoltre stati progressi sostanziali per migliorare l’uguaglianza di genere nell’accesso alla terra.
Altri passi avanti sono riscontrabili nella promozione dell’unità nazionale e nella costruzione di una società post-etnica, ad esempio nell’eliminazione della divisione per etnia: i documenti di identità, spesso utilizzati durante il genocidio per identificare i Tutsi, non indicano più l’appartenenza etnica. Tuttavia, secondo un rapporto della Freedom House del 2014, spesso gli Hutu subiscono discriminazioni quando tentano di accedere al pubblico impiego. Anche la minoranza Twa (pigmei), che rappresenta lo 0,2-0,4% della popolazione, è vittima di marginalizzazione sociale.

Le leggi rwandesi consentono ad alcuni lavoratori di scioperare, ma con numerose restrizioni. La libertà di associazione e di contrattazione collettiva sono quasi sempre disattese. Il diritto universale alle cure mediche previsto dalla Costituzione è stato realmente messo in atto.

Secondo HRW, nel 2014 decine di persone sono state detenute arbitrariamente, segregate e a volte torturate per estorcere confessioni. Alcune sono state incarcerate per presunti motivi di sicurezza, come il presunto sostegno a gruppi ribelli nella Repubblica Democratica del Congo. La Freedom House sostiene che il potere giudiziario deve ancora sviluppare la piena indipendenza da quello esecutivo. Gli ufficiali di Polizia utilizzano spesso la forza in misura eccessiva e le autorità locali ignorano l’obbligo di garantire regolari processi.
I tribunali locali ‘gacaca’, incaricati di giudicare persone accusate di genocidio, hanno completato il loro lavoro nel 2012. Sono stati accusati di aver negato il diritto ad un giusto processo agli accusati, di limitare il loro diritto alla difesa e di aver commesso errori giudiziari.

Kagame dovrà ora gestire la sua terza candidatura in un contesto decisamente complesso, ovvero, con, da una parte il Governo degli Stati Uniti che si è detto ‘profondamente deluso‘ dell’annuncio e sulla stessa linea l’Unione Europea, dall’altra parte, le minacce che vengono dalle Forze Democratiche di Liberazione del Rwanda (FDLR) che vorrebbero consolidarsi in Burundi per poi attaccare il Rwanda. Dalla sua parte resta la Cina, che ha identificato il Paese come il partner privilegiato in Africa per gli investimenti dei prossimi anni, con la consapevolezza che tale appoggio potrebbe essere al centro della nuova stagione di ostilità tra Occidente, Cina e Russia che si sta profilando in Africa per il controllo delle ricchezze del continente.

Traduzione di Marta Abate

 

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