domenica, Aprile 11

Il Rwanda di Kagame secondo la UE

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Il Presidente del Rwanda, Paul Kagame, durante il messaggio di fine anno, ha ufficializzato che si candiderà per un terzo mandato alle elezioni presidenziali del 2017. Lo scorso dicembre, il 98 per cento dei ruandesi, al referendum indetto per siglare la revisione della Costituzione voluta dal Presidente per poter essere eletto per un terzo mandato, si era detto favorevole.

Kagame, Presidente dal 2000, dopo essere stato leader de facto dal 1994, ha fatto uscire il Paese dall’incubo del genocidio del 1994 e lo ha condotto in un percorso di crescita economica che ne fanno uno tra i Paesi più promettenti del continente.
Il terzo mandato non è gradito né  agli Stati Uniti, nè all’Unione Europea.  La modifica della Costituzione che ha permesso a  Kagame di candidarsi per il terzo mandato, «seppur in apparenza sostenuto da una petizione popolare, solleva preoccupazioni circa il miglioramento della democrazia», ha sostenuto Bruxelles.

A più di 20 anni dal genocidio consumatosi nel 1994, il Rwanda ha risolto gran parte dei propri conflitti etnici e il rispetto dei diritti umani è migliorato sotto molti aspetti,  tuttavia le numerose restrizioni alla libertà di espressione e al dissenso politico sono ancora fonte di preoccupazione, sostiene Bruxelles.

Il Paese ha ratificato i punti fondamentali dei trattati sui diritti umani, eccezion fatta per la Convenzione per la protezione dalla sparizione forzata. Secondo il Ministro della Giustizia, il Rwanda ha accettato e messo in atto quasi tutte le raccomandazioni ricevute dall’Universal Periodic Review (UPR) del 2011. Il secondo UPR del Consiglio per i Diritti Umani dell’ONU è iniziato a novembre 2015. Il Rwanda ha ratificato tutti i trattati vincolanti per l’Africa, e la sua Costituzione garantisce che essi abbiano la precedenza sulle leggi nazionali. Nel 2013, il Paese ha consentito ai singoli individui e alle ONG di riferire all’ African Charter on Human and Peoples’ Rights su eventuali violazioni dei diritti umani.

Il National Indicative programme 2014-2020 dell’Unione Europea per il Rwanda, redatto dall’11° European Development Fund (EDF) ha destinato 10 milioni di Euro per gli enti civili attivi nel campo dei diritti umani, del miglioramento amministrativo e dell’accesso alla giustizia.
In una risoluzione del 2013, il Parlamento UE ha condannato la natura politica del processo a uno dei leader dell’opposizione, Victoire Ingabire, e l’uso politico della legge sulla negazione del genocidio durante il processo stesso. Il Parlamento ha inoltre deplorato la mancanza di un’opposizione in un Paese dove la politica è strutturata attorno ad un partito unico, nonché condannato tutte le forme di repressione, intimidazione e detenzione degli attivisti politici; ha quindi indicato il rispetto dei diritti umani e delle leggi come assoluta priorità.

L’eredità del genocidio del 1994, costato la vita a un milione di persone, pesa ancora sull’atmosfera politica del Rwanda. Nonostante le divisioni etniche siano state in gran parte eliminate, le leggi sulla negazione del genocidio e altri provvedimenti anti settarismo hanno contribuito a ridurre la libertà di espressione dei cittadini e dei mezzi di comunicazione.
Negli ultimi vent’anni il Paese è stato teatro di un notevole sviluppo economico, riforme istituzionali e modernizzazione dell’economia, che hanno migliorato la vita dei cittadini e ridotto la corruzione ai più bassi livelli dell’intero continente africano. Questa evoluzione positiva è stata, però, ottenuta attraverso un Governo che i critici definiscono come ‘autoritario’.

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