martedì, Settembre 28

Il ruolo dell'Usaid nella politica estera statunitense field_506ffbaa4a8d4

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Uno degli strumenti più efficaci su cui gli Stati Uniti hanno modo di far leva per valorizzare i propri interessi all’estero è indubbiamente il nugolo di Organizzazioni Non Governative (Ong), le quali hanno tradizionalmente avuto la possibilità di agire con una certa disinvoltura negli Stati in cui operano grazie alla loro apparente indipendenza e alle funzioni filantropiche che dichiarano di svolgere. In realtà, però, una parte consistente di queste Ong tende ad invischiarsi sistematicamente negli affari interni dei Paesi ospitanti, rispetto ai quali persegue finalità quasi sempre contrastanti, ed è quasi interamente finanziata dalle varie agenzie facenti capo al governo di Washington, la più attiva delle quali è indubbiamente la United States Agency for International Development (Usaid).

L’Usaid, costituito allo scopo ufficiale di promuovere lo sviluppo dei Paesi in via di industrializzazione attraverso aiuti economici e consulenze, si è dimostrata una delle armi più funzionali alla strategia statunitense volta al controllo delle nazioni straniere. La collaudata prassi operativa impiegata dall’agenzia Usa prevede la costruzione di una rete che soddisfi le necessità fondamentali della popolazione, istruzione, lavoro, erogazione dei servizi di base, parallelo a quello esistente nei Paesi ’attenzionati’. Nel caso in cui operi in un Paese gestito da un classe dirigente allineata al ’Washington consensus’ ma in crisi di credibilità e priva di sostegno della base, l’agenzia tende a coordinarsi con gli organismi dello Stato ospitante per migliorarne la funzionalità e recuperare quindi la fiducia della popolazione, in modo da isolare le frange ribelli e disinnescare la crisi. Se è invece chiamata a lavorare in un Paese governato da una leadership sgradita a Washington, l’Usaid non aiuta i sistemi-nazione ad adempiere al meglio ai loro compiti, ma di fatto ingaggia una spietata competizione con essi al fine di provocare malcontento e conseguente distaccamento della popolazione dalle istituzioni statali.

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Un esempio tragicamente significativo di questo modo di operare si è avuto nell’Iraq occupato, dove gli Usa imposero il manager Paul Bremer come ’proconsole’ incaricato di guidare l’Autorità Provvisoria di Coalizione. Come ha osservato lo storico ed ex diplomatico Sergio Romano in una sua recente opera, Bremer pensò bene di smantellare quello che fino ad allora presentava «le principali caratteristiche di uno Stato: una burocrazia, una polizia, forze armate, un partito politico (il Baath, fondato in Siria nel 1940 da un intellettuale cristiano, Michel Aflaq), una diplomazia, una magistratura. Era uno Stato visibile e tangibile con cui era sempre possibile, all’occorrenza, parlare e trattare [Bremer e i suoi collaboratori] sciolsero il partito, le forze armate e i corpi di sicurezza, trasformarono soldati e funzionari in una massa frustrata, irrequieta, improvvisamente impoverita, disposta a tutto pur di sopravvivere. Molti sopravvissero organizzandosi militarmente per rendere difficile la vita agli occupanti: qualcuno sotto le bandiere del nazionalismo sunnita, altri sotto quelle dei movimenti islamisti. La guerra combattuta e vinta in meno di 30 giorni fu soltanto il breve prologo di un conflitto fra sunniti e sciiti che sarebbe durato per oltre un decennio e avrebbe generato altri conflitti in Siria, in Libia, lungo le frontiere meridionali dell’Algeria, della Tunisia e del Marocco, nel Sinai e nelle montagne del Kurdistan».

È questo il risultato di della gestione statunitense dell’Iraq occupato, con la privatizzazione radicale dell’economia, la ricostruzione affidata a società straniere (tra cui spicca Halliburton) e la riorganizzazione degli interessi nazionali orientata ad aprire profonde spaccature interne. Non a caso, le crepe provocate dalla gestione di Bremer nella struttura portante dello Stato iracheno hanno indotto alcuni strateghi statunitensi a suggerire la tripartizione dell’Iraq in un ’sunnistan’, un ’sciistan’ e un Kurdistan; tre micro-Stati indipendenti ed in costante conflitto tra loro sprovvisti della forza necessaria a nuocere agli interessi di Israele. Le modalità di ’nation-building’ applicate all’Iraq post-Saddam Hussein sono state introiettata nel modus operandi dell’Usaid, che proprio dal 2003 in poi è stato dietro, assieme all’immancabile George Soros, a tutte le ’rivoluzioni colorate’ sorte anche al di fuori dell’area geopolitica che la Russia considera il proprio estero vicino.

Lo stesso John Perkins, autore di un libro-inchiesta fondamentale  sul mondo dei  ’sicari dell’economia’ , ha rivelato che i dipendenti di agenzie come l’Usaid riversano denaro «nelle casse di grandi multinazionali e nelle tasche di quel pugno di famiglie che detengono il controllo delle risorse naturali del pianeta. I loro metodi comprendono il falso il bilancio, elezioni truccate, tangenti, estorsioni, sesso e omicidio. Il loro è un gioco vecchio quanto il potere, ma che in questepoca di globalizzazione ha assunto nuove e terrificanti dimensioni». Obiettivo fondamentale di questi funzionari, spesso facenti parte di particolari ’reti di esperti’ e di ben noti centri-studio, è quello di spingere i Paesi in via di sviluppo all’indebitamento così da porre le economie locali sotto il controllo effettivo degli Stati Uniti.

 

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