martedì, Aprile 20

Il romanzo è morto? Lo Stato dell’Arte della narrativa in Italia tra editoria tradizionale e digitale

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Libri

«Qual è la risposta? E in caso, qual è la domanda» avrebbe risposto Gertrude Stein, con ogni probabilità, a chi le avesse chiesto un’opinione sulle condizioni delromanzoin Italia in questo scorcio di inizio secolo. Il romanzo è morto?
gertrude-steinIl romanzo, questo componimento in prosa del quale si trovano le prime tracce, in lingua armena, già nel 6° secolo a.C., e che, come tutti sappiamo, dovrà, però, attendere al metà del 16° secolo per avere uno sviluppo davvero universale, arriverà ad essere composto nella lingua italiana solo nei decenni successivi. Anche se dovremo attendere ‘I Promessi Sposi’ di Alessandro Manzoni per avere un racconto di riconosciuto valore e a grande diffusione.
Il successo del romanzo, peraltro, si ha nel Novecento in correlazione con il processo di alfabetizzazione di intere popolazioni che, subito, si avvicinano e si appassionano a questa forma di intrattenimento. Ma fin da subito si creò un’insanabile frattura tra quelle che furono definite la letteratura alta e la narrativa popolare.
La ‘letteratura alta‘ si alimenta di sperimentalismo e ricerca stilistica, tecniche che sono alla base di autori quali James Joyce e Virginia Woolf, Marcel Proust e Robert Musil, solo per citare alcuni dei capostipiti, e che avranno nelle opere di Gertrude Stein quell’ultimo acrobatico salto che tutti possiamo ancora leggere in ‘Teneri Bottoni’ o ripetendo il tantrico ‘Rose is a rose is a rose is a rose
Non ho citato, di proposito, alcun autore italiano, perché anche se qualche illustre penna vi è stata in passato, tale sforzo creativo non ha coinvolto un numero appena decente di lettori, tanto da creare un elemento di un qualche valore. Qui da noi, la cosiddetta letteratura alta è rimasta un fenomeno di élite, per pochi estimatori, lontano dal cuore del popolo.

La ‘narrativa popolare‘ ha subito, invece, una larga diffusione anche grazie ad alcuni tra i generi più denigrati e snobbati, quali ad esempio il ‘rosa‘, il ‘giallo‘ o il ‘noir‘. Buffo che per definire un genere letterario, in Italia, si sia ricorsi ad un codice colore ante litteram.
Ma frattura o meno, ‘alto’ o ‘basso’ che fosse, il romanzo ha continuato a mietere il proprio successo di pubblico per gran parte del secolo scorso. In Italia, dove nessun Governo è mai riuscito a comprendere il valore della cultura per i propri cittadini, la lettura non ha mai brillato per raccogliere grandi seguaci, ma questo è un altro discorso…
Arrivando al collo di bottiglia, le domande che si pongono oggi, sempre più di frequente, sono: il romanzo è morto?
Ha ancora senso scrivere un
componimento in prosa?
Un romanzo risponde alla nostra necessità di conoscenza, sia essa di luoghi, situazioni o di altre esistenze?

E poi in molti, anche all’estero dove la lettura di romanzi è invece una consuetudine molto frequentata, hanno iniziato un lamento funebre in onore del ‘caro estinto’.
Su quali basi, perché?
Perché, dato che oggi tutto si misura soprattutto in base ai dati di vendita, i romanzi vendono sempre meno e il numero dei lettori risulta in calo vertiginoso. Quindi se manca il pubblico, critici e analisti, ovviamente, considerano inutile anche la stesura di questi componimenti, dichiarando la morte del romanzo, e dandone comunicazione ad esequie avvenute.
Ma sarà vero?
Ma possiamo davvero fidarci di questo giudizio tranchant?

libraioOldOsservando i dati di vendita diffusi da una ricerca della scorsa primavera, a cura di Nielsen, in effetti non c’è da stare molto allegri, e forse a qualcuno potrebbe persino venir voglia di suffragare l’idea di tumulare il romanzo sotto due metri di terra grassa, ma…
Ma a un’analisi più realistica risulta evidente che questo calo negli acquisti (che a nostro personale avviso non corrisponde necessariamente tout court a un calo della lettura) risente di un generale abbassamento delle vendite che la crisi e la successiva recessione/deflazione hanno determinato nel comparto libri come in altri settori. Inoltre, stiamo sempre e comunque parlando dei risultati di un’indagine statistica, una di quelle metodologie, per intenderci, che offre opinioni ma non certezze. Ed in ultimo, ma non da ultimo, occorre leggere nelle pieghe della ricerca, e vi si troverà un riferimento all’editoria digitale (ai celebri e-book quindi) della quale si registra una crescita tra il 14 e 17%.

Certo che per un critico letterario è sicuramente più d’effetto scrivere un articolo sulla morte del romanzo, che promette di attirare l’attenzione sia di catastrofisti che di cassandre, ma certo non di fotografare la realtà né di assicurare alcuna imparziale analisi della situazione. Raro più di una mosca bianca, inoltre, è il caso di un recensore impegnato a commentare un libro pubblicato solo in versione digitale, tant’è che a molti potrebbe venire il sospetto che per codesti uomini di cultura l’e-book non abbia dignità alcuna.
Già, perché arrivando a chiudere il cerchio del ragionamento sullo Stato dell’arte del romanzo, oggi è imprescindibile prendere in esame anche questa nuova forma di pubblicazione che in questa provincia dell’Impero, che ha nome Italia, è ancora snobbata e disprezzata dalla maggior parte dei nostrani opinion leader, maître à penser e intellettuali, mi riferisco of course all’e-book.
Spesso sono stata costretta a difendere, da coloro che avevano dichiarato la loro guerra all’e-book, il contenuto rispetto al contenitore, sottolineando come il primo fosse indipendente dal secondo; ma oggi è arrivato il momento di approfondire le posizioni acquisite perché sembra giunto il tempo in cui contenuto e contenitore possano coincidere.

 

Il romanzo digitale
Da un paio d’anni, anche in Italia, chi legge ha la possibilità di acquistare libri in formato digitale, anziché nella tradizionale veste cartacea. E, in questo stesso arco di tempo, trainati dalle opportunità offerte da Amazon, molti ‘aspiranti scrittori‘ si sono trasformati in Self Publisher, editando in forma digitale i loro romanzi.
Il fenomeno dell’autopubblicazione si amplia di giorno in giorno, e nel presente non siamo assolutamente in grado di stabilire se questa nuova possibilità, scevra da controlli ma anche da verifiche, riceverà nel tempo una conferma riguardo il suo effettivo valore letterario.

 

Marcel ProustIl valore letterario
Per decenni si è dibattuto sull’autorevolezza di chi dava giudizi su opere letterarie ed autori, il dito veniva spesso puntato sugli errori marchiani compiuti da alcuni editori, che avevano rifiutato la pubblicazione di libri che poi erano entrati di diritto nella nostra storia letteraria (uno per tutti il tragico caso di Guido Morselli).
Oggi, invece, sembra che i Self Publisher possano procedere a passo di marcia anche senza alcuna investitura dall’alto, sono autosufficienti sia in merito all’edizione dei loro scritti sia in merito alla diffusione, con uno scambio di favori che ha quasi del settario; a leggere le recensioni pubblicate in calce a certi romanzi, sia sui social network sia sulle pagine di Amazon, si ha l’impressione di essere al cospetto di migliaia di talentuosi autori che la ridotta schiera dei lettori dovrebbe senz’altro acquistare e leggere.

Tornano in mente le recensioni pilotate di critici compiacenti, quelle celebrazioni di opere algide e mediocri, perché la storia e i difetti dell’uomo immancabilmente si ripetono. Quindi nulla di nuovo sotto il sole, ma è importante osservare che l’impegno di molti continua, ancora in tanti sacrificano l’esperienza del vivere per rinchiudersi in una stanza a scrivere, a intrecciare plot e caratteri umani per dar vita a romanzi.
La maggior parte adotta proprio la forma del romanzo, scegliendo poi il genere di predilezione: fantasy, rosa, giallo, esoterico, ecc…
E qui non possiamo esimerci dall’interrogarci ancora: dunque il romanzo doveva solo affidarsi a una nuova generazione di scrittori per sopravvivere?
Passare dalla carta al digitale?

Quella che alcuni chiamano morte era soltanto una trasformazione, un rito di passaggio?
Il contenuto romanzo ha realmente ripreso
a correre nel nuovo contenitore digitale?

Dipende…

Così come non è vero che tutti i romanzi pubblicati da una casa editrice tradizionale hanno un indiscusso valore letterario, sono una valida fiction o una buona lettura di intrattenimento, così non possiamo, pur considerando valida la filosofia del Self Publishing e la parallela rivoluzione dell’e-book, promuovere tutti questi esordienti‘ a pieni voti.
E poi vi è anche da considerare che, grazie all’impegno e alla passione di molti, il romanzo ha ripreso slancio, ha senz’altro acquistato nuova linfa, e suscitato interesse anche nel pubblico dei più giovani. Ma a prescindere dai giudizi di merito, è certo che l’e-book sta introducendo numerose novità, non ultima quella della misura.

 

La misura del romanzo

«Mercoledì 17 aprile 1912, alle prime ore del mattino, un uomo chiamato Pilgrim avanzava a piedi nudi nel giardino della sua casa di Londra, al numero 18 di Cheyne Walk. Era vestito come qualunque uomo della sua condizione a quell’ora: pigiama bianco e vestaglia di seta blu. Blu reale, tasche profonde, colletto rovesciato. I piedi, che non calzavano pantofole, erano freddi. Non che avesse importanza.
Nel giro di pochi minuti, nulla avrebbe avuto importanza. L’erba era intrisa di rugiada, e vedendola – pur nella fioca luce che filtrava dalla casa – Pilgrim mormorò verde come se la parola gli fosse venuta in mente solo allora.
Un cane abbaiò, lontano, forse nella King’s Road. Da sud, oltre il fiume, proveniva il rumore dei carri che dalle fattorie si dirigevano a Covent Garden. Accanto a lui, la colombaia ronzava e fremeva nell’oscurità.
Cadde una foglia.
Pilgrim giunse  attraverso un prato a un acero alto come una casa di tre piani, anche se nel buio era impossibile stabilire la sua altezza. In una mano portava il cordone di seta della sua veste da camera, nell’altra una sedia Sheraton di dimensioni accuratamente controllate.
Nonostante l’età, Pilgrim montò sulla sedia e si arrampicò con l’energia di un uomo che avesse trascorso l’intera vita sugli alberi. Non guardò sotto.
Non c’era niente lì che volesse vedere.
Annodò il cordone e lo gettò attorno a un ramo robusto.
Passò un gufo. Le sue ali emettevano deboli crepitii.
Per il resto, tutto era silenzio.
Pilgrim guardò le stelle e saltò.
Erano le quattro del mattino.
La sedia cadde di lato.»

È questo il prologo del romanzo ‘L’uomo che non poteva morire’, dello scrittore canadese Timothy Irving Frederick Findley, che fu edito in lingua originale nel 1999, a fine secolo dunque, e consta di 486 pagine. In Italia arrivò nel 2001, grazie al lavoro dell’editore Neri Pozza, e fu allora che lo acquistai e lo depositai nella mia libreria, in attesa del suo momento. La storia di un immortale, è così che viene definita la vicenda di Pilgrim, il protagonista del romanzo di Findley, è splendida ma è difficile nelle contemporanee modalità della vita trovare una giusta collocazione per una lettura di così ampie dimensioni. Occorre un tempo particolare, un tempo lento nel quale trovare lo spazio che questo libro merita. Tra le sue pagine, oltre la vicenda dell’uomo che non poteva morire, incontreremo un inedito Carl Gustav Jung casualmente capitato sulla strada di un immortale che aveva chiacchierato con Leonardo da Vinci ma anche con Oscar Wilde. Ci innamoreremo tutti di Lady Sybil Quartermaine e faremo nostre le sue domande, il suo amore per l’amico Pilgrim.

Tra i più recenti esempi di romanzo, ho scelto questo perché gli appartengono tutte le stimmate che fanno grande questa forma di narrazione, dal disegno sicuro e profondo dei protagonisti all’ampio e ben definito plot, e la scrittura di Findley è così lieve che sa diventare trasparente e con agilità spesso riesce a compiere un passo indietro per lasciarvi senza intermediari sul proscenio della sua storia.
Questo, per mia opinione, è un romanzo.
Ma alla luce della realtà, nella definizione di ‘romanzo’ vi è anche ‘il carattere della sua misura’. E a questo proposito leggo sulla Treccani: «Il romanzo (…) può assumere talvolta le dimensioni e i caratteri di un racconto più o meno lungo (romanzo breve), o essere invece assai ampio e dare la narrazione continua delle vicende di un ambiente, di una famiglia, o addirittura di più generazioni (rfiumerciclico).»

E parlare oggi – nei primi anni della Rivoluzione dell’e-book e della diffusione del Self Publishing -della misura del romanzo, quello stesso romanzo che si era dichiarato morto, acquista un carattere di necessità ineludibile.
Diritti del lettore di Daniel PennacPer curiosità, ma anche per lavoro, ho seguito l’evolversi delle scritture di questi autori indie (indie significa, nell’accezione comune: autori indipendenti, che non usano l’intermediazione di un editore, sia nel campo della scrittura che in quello della musica o di altra espressione artistico-culturale) per molti anni, li ho letti, alle volte fino in fondo, e recensiti con piacere, cercando di dare loro una mano, ma altre volte, appellandomi al decalogo del Lettore di Daniel Pennac,  li ho abbandonati, gettati via di malumore, infastidita da scritture trasandate, sgrammaticate e da percorsi narrativi incongruenti.
Parlo di questi autori a proposito della misura del romanzo, colpita da una particolarità che contraddistingue la maggior parte dei loro lavori: la brevità.
Nelle definizioni di ‘romanzo’, tra l’altro vi è compresa la dimensione, così che in certuni casi si parlerà di romanzo breve, quando non addirittura di racconto lungo. Queste misure sembrano calzare alla perfezione alla maggior parte delle produzioni digitali dei nostri Self Publisher.

Facciamo il punto: quindi il romanzo trova nuovo slancio grazie alla passione dei Self Publisher, i Self Publisher scrivono romanzi di una misura adeguata a questo tempo contemporaneo, e allora? Come mai allora questi romanzi auto pubblicati non svettano in cima alle classifiche di vendita dei maggiori Bookshop online? Perché non sono recensiti sulle pagine culturali delle principali testate? Come mai recensori e commentatori non dedicano a questo fenomeno rivoluzionario l’attenzione e lo spazio che meriterebbero? 
C’è da riflettere su una particolarità: in Italia non hanno mai avuto molta fortuna né le raccolte di racconti né i romanzi brevi. A quello scrittore che prova a proporre dei racconti, l’editore è uso rispondere: «Non vanno!». Quasi che il lettore italiano, ‘pigro e svogliato’, quando però prende principio a leggere ami soprattutto darsi a una lettura lunga, lunghissima.
Una delle tante contraddizioni degli abitanti di questo Bel Paese che, indifferenti a ciò che è ‘cool’ all’estero, vanno amabilmente controcorrente, anche in un tempo, quello in cui viviamo, così contratto e dinamico, che si coniuga perfettamente proprio con una forma di romanzo breve o persino brevissimo!

A ben osservare, poi, ci si accorge che questa tendenza alla brevità è molto diffusa tra gli scrittori italiani, dove le eccezioni (e penso a ‘Le confessioni di un Italiano’ di Ippolito Nievo o alle oltre mille pagine di ‘Horcinus Orca’ di Stefano D’Arrigo) si contano sulle dita di una mano.
E così questa passione tutta italica per i romanzi fiume finisce per portare i nostri lettori a leggere narrativa straniera, e i librai hanno ben presenti questi long seller che tanto a lungo hanno continuato a vendere e ad essere richiesti. Chi non ricorda le oltre 800 pagine del celebre ‘Bella del Signore’ di Albert Cohen

Perché non è possibile coniugare questa rivoluzione dei Self Publisher italiani con romanzi lunghi o addirittura romanzi fiume, oltreché con racconti e romanzi brevi?
I cosiddetti lettori forti italiani (coloro che leggono più di un libro al mese… sic!) che avessero voglia di iniziare a leggere e-book si trovano oggi di fronte a una sterminata prateria di autori slim, scrittori da 50 pagine o giù di lì, che mettono in vendita i loro lavori a prezzi irrisori (da 0,99 a 1,99 euro cadauno), e spesso lasciano perdere. In alcuni auto pubblicati c’è la convinzione che il formato digitale mal si adegui al romanzo fiume e questa idea, insieme spesso a poca fiducia in se stessi nelle proprie forze (tanto comune anche ai grandi scrittori pluripubblicati, figurarsi in uno scrittore-fai-da-te) diventa un boomerang che impedisce il completamento del circolo virtuoso tra autore e lettore.

Che fare?

A conclusione di questo lungo ragionamento, permettetemi di entrare con la mia esperienza di lettrice onnivora… Da quando ho scoperto l’e-book, ho iniziato ad alternare le mie letture di libri cartacei con e-book, prima indifferentemente e poi, sempre più spesso, privilegiando il libro digitale. Sono senza dubbio una lettrice superforte (circa 6/8 libri al mese) ed apprezzo sia i romanzi brevi (quelli che definisco: fulminanti!) sia quelli fiume, nei quali mi accomodo con estremo piacere.
Bene. Quando ho caricato il primo romanzo fiume sul mio e-reader (il dispositivo che utilizzo per leggere e-book) dubitavo.
Una lettura tanto lunga (più di 800 pagine), magari con la necessità di tornare indietro, di rileggere certi passaggi, un particolare paragrafo, sarebbe stata agevole su un e-reader?
Il risultato, invece, è stato eccellente…
Ho goduto della mia lettura senza alcuna conseguenza fisica (nessun risentimento muscolare, tipico nel sostenere un libro di tante pagine in formato cartaceo) e, soprattutto, una lettura senza alcuna forma di handicap.
Quindi, senza tema di essere smentita, posso affermare che l’e-book ha brillantemente superato anche la prova più difficile, quella del romanzo-fiume.
E allora?
E quindi?

e-bookArrivando a tirare le conclusioni di questa lunga riflessione, possiamo affermare che anche grazie ai Self Publisher il romanzo non è affatto morto, e riguardo alle sue dimensioni, ad un’ipotetica sua  congrua misura… l’importante, ancora una volta è il contenuto. Romanzo breve o lungo, fiume o corto, quello che veramente conta, che può conquistare l’attenzione del lettore, smuovere la sua passione, l’empatia e l’entusiasmo è la narrazione, la capacità di un autore al di là di misure e tecniche di sviluppare una narratologia in grado di avvincere e stimolare il lettore, incitandolo ad uscire da una situazione di passività, nella quale alcuni MassMedia si sforzano invece di ingabbiarlo.

 

Il progetto XYZ

Ma i benefici , ancora poco sviluppati e condivisi, insiti nell’Editoria Digitale non si limitano a una fruizione diversa di un apparato testuale. A scorrere, seppure velocemente, i progetti e il dibattito in corso per lo sviluppo dell’Epub3, il nuovo formato standard per gli e-book, si può comprendere che disponiamo allo stato embrionale di un progetto rivoluzionario, che offrirà ai suoi fruitori un XYZ in grado di coniugare la narrazione con tutte le creazioni artistiche della specie umana. E mi riferisco alla musica, al disegno di cartoon ma anche ai dipinti, ai film, all’espressione teatrale e a quella del ballo classico e della danza moderna. Ho in mente un prodotto multimedialenel quale realmente immergersi ma, non come nei postulati minacciati dai soliti gufi «un luogo nel quale passivamente subire l’oggetto XYZ», bensì una creazione dove il fruitore possa arricchire e integrare il ‘prodotto’ proposto con la sua personale esperienza ed empatia.
Poi, in un giorno neanche tanto lontano, a XYZ sarà offerta l’opportunità di avere profumi ed odori, ed anche i più nostalgici, quelli che oggi continuano ad esprimere la loro negatività contro l’e-book rimpiangendo il profumo della carta, saranno costretti alla resa.
Ma di questo, insieme alle complesse e rivoluzionarie idee sottese al progetto XYZ, avremo modo di parlare estesamente nei prossimi mesi.

p.s.
Per chi fosse curioso di conoscere il titolo del romanzo di oltre 800 pagine cui si fa cenno nell’articolo, e relativa recensione, non ha che da raggiungere questo link.

 

 

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