sabato, Maggio 15

Il risiko di palazzo Chigi e Berlusconi field_506ffb1d3dbe2

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Non è che al vertice del cosiddetto ‘Quintet’ (Stati Uniti, Germania, Francia, Regno Unito, Italia) il nostro Paese abbia granché da dire; e visivamente lo si vede e percepisce: l’Amministrazione americana, prima del vertice, fissa un incontro a due Barak Obama con l’omologa Angela Merkel; e non solo perché è la ‘padrona di casa’. Comunque si trovano in cinque, nel castello Herrenhausen di Hannover; Obama, Merkel, François Hollande, David Cameron e Matteo Renzi, sul loro tavolo di lavoro si trovano parecchie patate bollenti: la crisi migratoria, il sostegno al nuovo Governo, più che mai traballante, in Libia; la lotta per sconfiggere lo Stato Islamico e la difficile situazione in Siria; Russia e la situazione dell’Ucraina e dell’implementazione del protocollo di Minsk. Tutte questioni aperte, delicatissime. I margini di manovra (e incidenza), per palazzo Chigi non sono molti. Il Presidente del Consiglio si deve per forza di cose produrre in una quantità di pacche sulle spalle, selfie e sorrisi. Ma se l’obiettivo dichiarato è quello di conquistare un seggio al consiglio di sicurezza alle Nazioni Unite, all’Italia conviene limitarsi a questa politica di sorrisi e condiscendenza. Inutile dire che se il seggio venisse finalmente conquistato, palazzo Chigi avrebbe una significativa medaglia da appuntare sul suo petto; e di questi tempi la cosa avrebbe il suo peso.

Nelle scrivanie di Palazzo Chigi numerosi dossier. Le elezioni amministrative, innanzitutto; coinvolte numerose città, ma quelle che faranno ‘tendenza’ sono due in particolare: Roma e Milano. L’opposizione di centro-destra gioca tutto su Milano, con non remote possibilità di farcela. Stefano Parisi, nei sondaggi, è ancora sopravanzato dal candidato di Renzi, Giuseppe Sala; ma ha buone possibilità di recupero. E’ quanto spera Silvio Berlusconi, che in tasca ha già scritto la dichiarazione: “Dove il centro-destra si presenta unito, dietro il candidato da me scelto, si vince”.
A Roma la situazione è più complicata, e i ragionamenti sono più complessi. Il centro-destra si presenta frantumato in almeno quattro componenti. A Berlusconi va benissimo, e non per un caso punta ostinato su Guido Bertolaso, pensando al massimo a un ticket con Alfio Marchini, facendo andare su tutte le furie Giorgia Meloni di Fratelli d’Italia, e Matteo Salvini della Lega (ma anche Francesco Storace de La Destra, che a Roma ha una sua piccola, ma compatta ‘quota’ elettorale).
Per capirci qualcosa, teniamo presente che a Berlusconi conviene perdere: perché Roma è una città allo stremo, e per farla tornare al rango e ruolo di capitale e città unica al mondo, non basterebbe un ‘console’ con pieni e discrezionali poteri. E’, per dirla brutalmente, una rogna che non si capisce perché si dovrebbe accollare. Meglio non caricarsi di questa responsabilità, e poter dire in un futuro non lontano, rivolto a Meloni e Salvini: “A differenza di Milano, dove avete seguito la mia indicazione, a Roma abbiamo perso perché avete voluto fare di testa vostra”. Questo almeno uno dei ragionamenti di Berlusconi; ma non il solo.
Gli scenari possibili sono tre: un ballottaggio Virginia Raggi (Cinque Stelle) e Roberto Giachetti (Partito Democratico); un ballottaggio Raggi e Giorgia Meloni (centro destra più destra che centro). Nel caso del primo ballottaggio sicuramente una gran parte della destra romana, pur di non votare PD e Giachetti, dirotterà i suoi voti sulla candidata grillina; così da soddisfare, una parte la ‘pancia’ dell’elettorato; dall’altra contribuire a una sconfitta, che sarebbe umiliante per Renzi e il PD. Berlusconi potrebbe a sua volta cantar vittoria, senza pagar alcun dazio: lo sfascio romano lo eredità il movimento di Grillo; la sconfitta è di Renzi e lo ‘scorno’ di Berlusconi perché il suo candidato non ha vinto, passerebbe in secondo piano. Se il candidato del PD dovesse vincere, Berlusconi si potrebbe ‘consolare’ dicendo che la sconfitta è della coppia Meloni-Salvini. In questo risiko, lo scenario peggiore, per Berlusconi può solo essere un ballottaggio Raggi-Meloni con la vittoria di quest’ultima; in questo caso dovrebbe e potrebbe solo tacere e ingoiare il rospo. Per quanto improbabile, è possibile, come tutte le cose in politica.

Ma questo è solo il primo slam. A seconda di come finisce, si apriranno i delicatissimi dossier relativi a essenziali nomine nei principali gangli del potere reale di questo Paese: una quantità di enti e istituzioni tutte da contrattare, una per una, ferocemente, perché quando si tratta di nominare un capo della Polizia o un altro responsabile istituzionale, i colpi bassi volano a non finire.
Nel frattempo l’economia reale arranca, il malcontento e l’insoddisfazione, nonostante misure tampone, rimane stabile, le tasse nonostante le promesse, restano tali e quali, se non aumentano.
E siamo all’autunno: referendum confermativo della riforma costituzionale che a tanti non piace e che molti, per convenienza, contrastano. Renzi ha già trasformato questo referendum in un plebiscito: o con lui, o va a casa. Era una pratica usuale, per esempio, di un padre della patria francese, Charles De Gaulle. Gli è sempre andata bene, meno l’ultima volta: nel 1969 perde, con un minimo scarto, il referendum sul trasferimento di alcuni poteri alle regioni e la trasformazione del Senato in sede di rappresentanza di organizzazioni professionali e sindacali regionali. Troppo affidamento sul suo personale carisma, annuncia che in caso negativo ne avrebbe tratto tutte le conseguenze. Ma bisogna essere De Gaulle, per avere la forza di mantenere quello che si dice, e accettare di finire i propri giorni nell’amarezza e nella solitudine di Colombey-les-Deux-Eglises. Se quest’autunno vinceranno i NO, l’attuale inquilino di palazzo Chigi lo ritroveremo a Rignano sull’Arno a scrivere le sue memorie? Chi scrive si concede qualche dubbio.

 

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