venerdì, Settembre 17

Il rischio del ‘terricidio’ Già nel 1970, c’era una voce che parlava dell’uccisione del pianeta per mano dell’uomo: era quella di Pietro Prini (1915-2008), allora ordinario di filosofia alla Sapienza e presidente del Comitato Direttivo della Rai

0

Siamo nel ‘lontano’ 1970. Si parla poco o nulla di ecologia. Eppure c’è una voce che già allora lancia un allarme: il rischio del TERRICIDIO, dell’uccisione del pianeta per mano dell’uomo. E’ la voce di Pietro Prini (1915-2008), ordinario di filosofia alla Sapienza e presidente del Comitato Direttivo della Rai, che promuove a Perugia il convegno su ‘Il mondo di domani’ con il titolo terribile e inquietante ‘VERSO IL TERRICIDIO’. Abbiamo avuto la fortuna di un colloquio con lui proprio in quella circostanza.

“Effettivamente c’è una ragione più profonda di questa assenza della filosofia attuale da questo genere di problemi. Questa ragione, secondo me, sta in quella generale concezione della realtà come oggetto del lavoro dell’uomo, oggetto trasformabile dalla sua attività. E’ unaconcezione per cui la natura viene a perdere, in un certo senso, la sua solidarietà con l’essere dell’uomo, per diventare puramente il ‘materiale’, cui si applicano gli interventi umani; per diventare soltanto cioè l’elemento-base di quelle trasformazioni che sono frutto del lavoro dell’uomo. A partire dal grande slancio di tutta la cultura moderna verso il mondo fisico, verso la sua trasformazione, a partire cioè da quella che potremmo chiamare ‘la civiltà del fare’, la ‘civiltà del lavoro’, è avvenuto che l’antico concetto (ripreso anche dai nostri grandi filosofi del Rinascimento) della ‘natura come madre delle cose’, come la generatrice dei nostro stesso essere, ha subito una progressiva corruzione. Si è perduto così il significato originario della natura come physis, nella sua antica accezione greca. Con tale termine i Greci intendevano la “generazione”di cui sono partecipi tutti gli esseri, di cui partecipa l‘uomo stesso, frutto della natura, figlio dellaterra, figlio della materia. Si è perduta questa concezione per strumentalizzare in sostanza la natura, obiettarla, renderla il principio di operazioni costitutive di risultatidiremmo così – artificiali, di frutti dell’arte, della produzione,della tecnica dell’uomo stesso”.

Secondo lei, quindi, l’uomo non avrebbe più riconosciuto la natura in se stesso.

“Questo è il vero problema: l’uomo moderno si è alienato dalla natura. E’ un problema riconosciuto non solo da Hegel, ma anche da Marx. La natura viene intesa come avere, come possesso, come oggetto del fare dell’uomo e perciò distaccata da lui. Perciò, la “cifra” di questa concezione, forse Iacifra più significativa, è in fondo il dualismo cartesiano: l’uomo considerato come «sostanza pensante» che ha di fronte a sé il proprio corpo come «sostanza estesa». La natura, dunque, viene vista come « sostanza estesa », e l‘uomo ne risulta separato, alienato dalla intrinseci della natura. Questa concezione dualistica di fondo è in sostanza la concezione ispiratrice della tecnica e della scienza moderna e costituisce la filosofia fondamentale dell’uomo moderno, dell'” homo faber “.

Come si salda questa diagnosi sulle attuali interpretazioni del rapporto uomo-natura , con quella che lei stesso ha chiamato la minaccia della catastrofe ecologica?

“Mi riallaccio, per rispondere, alla concezione strumentalista di cui parlavo prima. E’proprio questa concezione che porta a considerare le conseguenze dannose, anche disastrose di una certa applicazione delle nostre tecniche, di una certa espansione ed intensificazione della produttività, porta, dicevo, a considerare queste conseguenze come tali da non essere incidenti sul destino stessodell’uomo. Perciò fondamentalmente le sottovaluta”.

Ora, come pensa che una consapevolezza nuova, introdotta da una filosofia rettamenteintesa, possa innescarsi con il sistema nervoso della società per giungere a proporsi a ciascuno di noi? Come cioè si possa creare una simbiosi tra il sistema nervoso individuale e sistema nervoso sociale, che consenta di parlare anche a quello che lei ha chiamato il piccolo uomo, cioè il singolo attore del corrompimento della natura?

“Per quanto si voglia parlare della società come “organismo sociale”, è certo che questo organismo è costituito di cellule autonome, in quanto ogni individuo ha una sua autonomia, una sua responsabilità. E’ fuori di dubbio che questo sia il fondamento di qualsiasi concezione morale e democratica, propria di qualsiasi posizione politica che voglia far capo a un concetto di libertà e di responsabilità”.

Sicuramente, il problema del ‘Terricidio’ e un problema che investe la responsabilità della società e del singolo. Intendiamoci: parlare della responsabilità del singolo potrebbe parere un discorso piuttosto retorico o velleitario. Il singolo, infatti, che cosa può fare di fronte alle gravi distruzioni che si operano nella natura, nel patrimonio ecologico, nellerisorse effettive della natura, da parte dei grandi trusts, della mobilitazione industriale e finanziaria del mondo, che avviene inqualunque forma politica, sia essa totalitaria o democratica?

“Ecco, il singolo, il ‘piccolo uomo’, è un consumatore, è un produttore di rifiuti, è – in questo senso – un distruttore, nella misura in cui non sceglie i propri beni da consumare e si abbandona acriticamente alla suggestione pubblicitaria, che è determinata dalla dialettica della produzione e del mercato. Il « piccolo uomo » segue dunque acriticamente questa dialettica, questa imposizione e accetta questa scala di consumi sempre più elevati non solo, ma anche sempre più lontani dalle necessità effettive della sua stessa natura, e quindi tali da essere puramente artificiosi, puramente convenzionali, per ragioni, ad esempio, di prestigio sociale, di status symbol, come dicono gli psicologi. Il piccolo uomo, di fronte a questa guerra in atto contro il patrimonio naturale, ecologico, può reagire imponendosi un certo ‘ascetismo’, di consumi, una scelta che, questa volta, non è suggerita in forma predicativa, per ragioni, diremmo moralistiche, ma dalla realtà delle cose, dalla profonda minaccia portata al suo stesso essere, in quel prolungamento dei suo stesso essere che è la natura.

L’informazione che non paghi per avere, qualcuno paga perché Ti venga data.

Hai mai trovato qualcuno che ti paga la retta dell’asilo di tuo figlio? O le bollette di gas, luce, telefono? Io no. Chiediti perché c’è, invece, chi ti paga il costo di produzione dell'Informazione che consumi.

Un’informazione che altri pagano perché ti venga data: non è sotto il Tuo controllo, è potenzialmente inquinata, non è tracciata, non è garantita, e, alla fine, non è Informazione, è pubblicità o, peggio, imbonimento.

L’Informazione deve tornare sotto il controllo del Lettore.
Pagare il costo di produzione dell’informazione è un Tuo diritto.
"L’Indro" vuole che il Lettore si riappropri del diritto di conoscere, del diritto all’informazione, del diritto di pagare l’informazione che consuma.

Pagare il costo di produzione dell’informazione, dobbiamo esserne consapevoli, è un diritto. E’ il solo modo per accedere a informazione di qualità e al controllo diretto della qualità che ci entra dentro.

In molti ti chiedono di donare per sostenerli.

Noi no.

Non ti chiediamo di donare, ti chiediamo di pretendere che i giornalisti di questa testata siano al Tuo servizio, che ti servano Informazione.

Se, come noi, credi che l’informazione che consumiamo è alla base della salute del nostro futuro, allora entra.

Entra nel club L'Indro con la nostra Membership

Condividi.

Sull'autore

End Comment -->