giovedì, Settembre 16

Il riformismo socialdemocratico del Cile field_506ffb1d3dbe2

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 chile president michelle bachelet wins election

La promessa di Michelle Bachelet di realizzare 56 riforme nei primi 100 giorni di governo durante il suo secondo mandato non consecutivo alla presidenza del Cile verrà probabilmente disatteso. Eletta nel dicembre del 2013, il Presidente aveva lanciato, fin dalla campagna elettorale, un’agenda improntata a uno spiccato riformismo di stampo socialdemocratico. Un programma ambizioso che si proponeva di completare, nelle intenzioni della ex pediatra, il ciclo iniziato nel suo primo mandato (2006-2010) e trasformare profondamente il Paese.

Si è parlato del terremoto che ha recentemente colpito la nazione andina come uno degli elementi che hanno impedito al Governo di partire col piede giusto, ma anche senza questo intoppo, è difficile pensare che un programma così vasto e profondo si potesse realizzare senza fare i conti con grandi difficoltà. Infatti, le riforme che Bachelet vuole compiere presentano una sfida enorme, soprattutto se prese nella loro totalità.

La missione storica del Partito Socialista, secondo Bachelet, è cambiare radicalmente la struttura del Cile, ancora legata, a suo parere, a una concezione di scarso intervento dello Stato nell’economia ereditato dal periodo del Miracolo Cileno e, ancora prima, dall’impronta liberista e non interventista (almeno da un punto di vista economico) adottata nel periodo della dittatura di Augusto Pinochet (1973-1990).

Questo senso di rottura definitiva col passato è alla base del riformismo di Bachelet, che non a caso vuole, anche a livello simbolico, adottare una nuova Costituzione. Quella attuale, anch’essa risalente al periodo della dittatura, malgrado sia stata entrata pienamente in vigore nel 1990 e più volte emendata, è considerata un’eredità scomoda. «Abbiamo bisogno di una Costituzione nata in democrazia. Quella che abbiamo ora è illegittima», ha dichiarato il Presidente poco dopo essere stata eletta.

Date le evidenti difficoltà che presenta l’adozione di una nuova Carta, per cui sarà necessario un consenso più ampio della maggioranza parlamentare di cui dispone il PS, la riforma costituzionale verrà approcciata con prudenza ed è per il momento un semplice intento. Ben più attuale è l’adozione di un nuovo sistema fiscale, che sta occupando i cileni in un importante dibattito.

Se è vero che il Cile fa parte dell’Organizzazione per la cooperazione e lo sviluppo economico (OCSE) e ha il privilegio di essere l’unico Stato sudamericano a vantare l’appartenenza a questo club di paesi considerati avanzati, è anche vero che all’interno dell’istituzione è anche l’ultimo per disuguaglianza di reddito tra ricchi e poveri. Nonostante infatti non sia la nazione con la maggior percentuale di poveri, che rapresentano comunque il 18% della popolazione, è quella con il coefficiente di Gini (che misura la distanza di reddito tra ricchi e poveri) peggiore.

Proprio l’abbattimento di questa disuguaglianza è alla base del disegno dei socialisti, che vedono la povertà delle fasce più basse come il vero nemico da vincere, eredità, anche questa, delle politiche economiche liberiste adottate negli ultimi vent’anni. Anche se ben prima del ritorno dei socialisti nel 2006 si era ridotta l’adesione sfrenata al Washington Consensus, l’impianto fiscale cileno, e non solo quello, rimane legato a una concezione di Stato poco interventista.

È sulla base dell’insoddisfazione storica da parte delle sinistre che Bachelet ha avuto la possibilità di essere rieletta. Quell’insoddisfazione che ha portato le sinistre a dominare nel continente. Nonostante il suo predecessore, Sebastian Piñera, abbia condotto il Paese verso un sostenuto trend di sviluppo economico, grazie a una politica di apertura commerciale e una tassazione molto blanda sull’impresa che hanno reso il Paese molto appetibile per gli investimenti stranieri, questa crescita economica non ha, agli occhi dei critici, favorito una distribuzione equa della ricchezza generata.

Ma in cosa consiste la riforma, che sta faticosamente facendosi strada in Parlamento e ci si aspetta venga approvata a fine maggio? In sostanza, si prevede un incremento dal 20% al 25% della tassa sulle imprese, che andrebbe così a riallinearsi con quelle in vigore negli altri Paesi dell’OCSE. Inoltre, verrà soppressa la FUT (Fondo de utilidades tributarias), un’imposta che esentava le imprese dal pagamento di una parte dei loro profitti allo Stato e si eliminerà anche il Decreto Legge 600, che regola gli investimenti stranieri a condizioni estremamente vantaggiose.

A compensare questo colpo alle imprese, che ha scatenato le proteste specialmente di chi ritiene che possa influire negativamente su quelle piccole e medie, è stato inserito un meccanismo di deprezzamento istantaneo, che consente alle aziende di avere degli sgravi sugli investimenti realizzati nel primo anno di attività. Inoltre, sempre a scopo di mitigare l’impatto della riforma, è previsto che l’aliquota più alta si abbassi dal 40% al 35%.

L’amministrazione Bachelet stima, in ogni caso, che la riforma raddoppierà la pressione fiscale sul 10% più ricco della popolazione, passando dal 10% attuale al 23,8%.

Questi provvediamenti, nel loro insieme, forniranno allo stato ingressi pari al 3% del PIL, che, nelle intenzioni del governo, verranno usati nella seconda riforma in programma, quella dell’istruzione. L’obiettivo, assai ambizioso, è passare da un sistema che oggi privilegia notevolmente l’educazione privata a uno che offra formazione gratuita e di qualità. L’importanza politica di quest’ultimo impegno è ben evidente se si guarda ai forti legami che uniscono questa nuova maggioranza ai movimenti studenteschi che si battono per un sistema più inclusivo per le fasce più povere. Ben quattro sono infatti gli studenti presenti nella variegata composizione del centrosinistra.

Alcuni economisti, insieme all’opposizione, considerano questa imponente tassazione una mossa sbagliata, che potrebbe ripercuotersi sull’economia del Paese, già in calo dopo le alte performarce degli ultimi anni. Le stime di crescita dell’economia cilena sono già state abbassate al 3,5%, un valore mai così basso dal 2009, dopo che le politiche pro-mercato avevano spinto a sfiorare il 6%.

Naturalmente, sia la crescita passata che il rallentamento sono da inserire in un contesto fortemente determinato dalle performance e dalle scelte delle superpotenze. Il periodo di bonanza che ha contraddistinto tutte le economie emergenti basate sull’esportazione di materie prime si è generato grazie alle richieste cinesi. Ora che l’economia cinese sta subendo un fisiologico rallentamento, queste economie ne risentono. Inoltre, la politica monetaria degli USA ha aggravato questa congiuntura.

A maggior ragione, sostengono gli avversari della riforma, non è il momento per imporre ulteriori fardelli alle imprese nazionali e a quelle estere che operano in Cile. La paura è che, in una congiuntura negativa, le aziende siano costrette a consumare i propri risparmi e limitare gli investimenti, aggravando la situazione.

Il Governo e i suoi sostenitori sono invece convinti, e non perdono occasione per farlo presente, che la crescita non verrà sacrificata in nome della giustizia sociale. Si tratta semplicemente, a loro parere, di trovare il giusto equilibrio tra sviluppo economico e istanze redistributive. Secondo il Presidente ‘la ridorma fiscale è necessaria e ha senso nel lungo termine. Non si tratta solo di spremere i contribuenti, ma di compiere passi in avanti in termini di giustizia sociale’.

Il fatto che gli inasprimenti fiscali vengano implementati in modo progressivo (si parla di un percorso di quattro anni) dovrebbe rendere il loro impatto più digeribile. Inoltre, è stato fatto notare, il Cile godrà, anche una volta innalzati i livelli di tassazione, di un clima favorevole per le imprese, specialmente se paragonato ai suoi vicini.

Dunque, nonostante qualcuno abbia addirittura messo in discussione l’effettiva efficacia redistributiva del disegno di legge a fronte delle ripercussioni negative in termini di creazione di posti di lavoro e di crescita nel suo complesso, è certo che l’impatto sarà notevole. Che più deboli avranno qualcosa da guadagnare, è fuori di dubbio. Quali saranno gli effetti sull’economia nel suo complesso, è invece difficile da prevedere.

 

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