domenica, Settembre 19

Il riflusso isolazionista, da Nixon a Trump

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Con l’avvicinarsi della conclusione del suo primo mandato, Nixon pensò di guadagnarsi la rielezione con una strategia altrettanto inusuale. Decise quindi di affrontare l’indebolimento del dollaro come valuta di riferimento internazionale causato sia dalla natura intrinseca del Gold Exchange Standard sia dall’approfondirsi dei deficit commerciale e federale abolendo con un colpo di spugna il sistema monetario sancito a Bretton Woods nel 1944, ed introducendo tariffe del 10% sulle importazioni. Grazie a questa mossa unilaterale l’amministrazione repubblicana ebbe modo di ristabilire i rapporti di forza interni alla ‘triade capitalistica’ consolidando la leadership politico-economica statunitense.

Nixon era però consapevole di non poter voltare le spalle al mondo esterno, essendo il sistema produttivo statunitense dominato da quelle imprese multinazionali che necessitano da sempre di materie prime a basso costo reperibili in Asia, Africa e America Latina. Per questo l’amministrazione Nixon aprì alla Cina, e nel momento in cui il presidente cileno Salvador Allende annunciò l’intenzione di nazionalizzare le miniere di rame, entrò in contatto con il generale Augusto Pinochet per esprimere il proprio appoggio a un golpe militare teso a rovesciare il governo democraticamente eletto di Santiago. Era la consapevolezza di questo stato di cose che aveva indotto lo stesso Nixon ad affermare, in un suo discorso dell’agosto 1968, che sotto la sua presidenza gli Usa sarebbero rimasti «un faro per tutti coloro che nel mondo cercano libertà e opportunità».

Trump sembra inserirsi nel solco tracciato da Nixon, perché la sua ricetta mira anch’essa a ribadire il primato capitalistico statunitense attraverso l’applicazione di una politica di segno protezionistico, che contempli l’introduzione di sanzioni per le imprese che de localizzano, l’affossamento dei trattati di libero scambio con Europa (Trans-Atlantic Trad and Investment Partnership) e Asia (Trans-Pacific Partnership). «È tempo di emanare la nostra dichiarazione d’indipendenza economica», ha dichiarato Trump, suscitando forte irritazione in seno agli establishment sia democratico che repubblicano e spingendo una serie di economisti a rievocare lo spettro del 1930, quando l’entrata in vigore dello Smoot-Hawley Tariff Act – che impose sanzioni altissime su qualcosa come 20.000 beni d’importazione – innescò una durissima guerra commerciale che approfondì gli effetti della crisi scoppiata l’anno precedente contribuendo ad esacerbare l’escalation che avrebbe condotto alla Seconda Guerra Mondiale.

Se da un lato è impossibile immaginare quali effetti siano destinati a produrre politiche di questo genere, d’altro canto va riscontrato la sfiducia nei trattati di libero scambio modellati sul calco del Nafta ha avuto una forte risonanza anche nelle primarie democratiche, in particolare nella campagna elettorale di Bernie Sanders. Segno che la società statunitense è diventata molto più ricettiva al messaggio neo-isolazionista rispetto a qualche anno fa.

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