martedì, Agosto 3

Il renzismo, la morte degli intellettuali e la nascita delle psico-sette La morte dell’intellettuale italiano, avviata durante il berlusconismo, ora trova il suo epilogo tombale con il renzismo, due fenomeni che si limitano a portare alla luce i cortigiani, mostrandoceli per quello che sono. Aria fritta, ambizione allo stato puro e risentimento. Una tragedia dove l’altro è semplicemente cancellato o usato come sgabello

0

Nei giorni che precedevano l’intervento a un convegno su Gianni Rodari, nella ricorrenza dei cento anni dalla nascita, mi domandavo con insistenza se il grande scrittore per l’infanzia fosse anche un intellettuale. Un apparentamento non scontato.

Se penso all’atteggiamento verso l’Unione Sovietica, con sviste e conseguente delusione finale, mi verrebbe da rispondere negativamente. Ma forse questo è un personale eccesso di zelo, considero, infatti, che il primo requisito dell’intellettuale dovrebbe essere una discreta dose di preveggenza, una certa capacità dianticipare il decorso degli eventi. A questo servono gli intellettuali, per il resto si può farne a meno, posto che diversi tra loro, posso garantire, non sono neppure in grado di prendere la metropolitana.

Tuttavia, non posso limitarmi a questo singolo aspetto, che certo non è marginale, per misurare eventuali falle nella capacità predittiva di un autore così straordinario, capace di osservare con cura angoli risposti del cuore e della mente dei bambini, incrementandone il potenziale, compresa proprio la loro capacità di predire. L’impulso fornito dal maestro di Omegna allo sviluppo della letteratura per l’infanzia è stata una leva di libertà per molte menti in divenire.

Se poi considero il suo coraggio nell’assumere posizioni libere e audaci sullo stato del mondo, senza badare a eventuali svantaggi personali. Se penso alla sua limpida scelta a favore di una società rispettosa e solidale, veicolata in tutta la sua opera nonché nella sua vita privata e pubblica (ecco, la coerenza è un altro dei requisiti che caratterizza il vero intellettuale), concludo che Gianni Rodari è stato un adulto, che è la materia prima per costruire un vero intellettuale. Uno degli ultimi intellettuali nel nostro Paese, dopo c’è un paesaggio discretamente desertificato, dove vagano figure velleitarie, sovente costruite e auto costruite a tavolino, una bella compagnia che già sotto il berlusconismo aveva dato una misera prova di sé.

Mi piace ripeterlo proprio in questi giorni, in cui altri presunti intellettuali si esibiscono nell’arte della razionalizzazione a posteriori, per giustificare le proprie responsabilità rispetto alla nascita di un fenomeno grave per la vita civile del nostro Paese. Parlo del renzismo, una delle tante malattie della politica, questa piuttosto seria, materializzatasi come risposta ad un’emergenza vera, l’involuzione del progressismo italiano, smarrito e disorientato, abitato da vecchi e nuovi gruppi di potere sempre meno centrati sull’interesse collettivo. Un progressismo che, tuttavia, data la sua importanza nel gioco degli equilibri comunitari, necessitava della cura di medici sapienti e adulti, non certo di finire in mano a una corte dei miracoli infantile, presuntuosa e per giunta, in diversi casi, umanamente problematica. Dunque, a un’emergenza vera si è contrapposta una risposta peggiore della stessa.

È stato come affidare a Rocco Siffredi la direzione di un master sulla vita monastica.

Una squadra risoluta a cercare risposte ai propri immotivati disegni di potenza, a frequentare teatri dove esibire tutta la propria natura vanesia, che progressivamente si è rivelata ai cittadini come un vuoto immenso, popolato di materia oscura, senza uno straccio di corpo celeste che ne giustificasse l’esistenza. Il populismo italiano prende slancio da questa profonda delusione, dalla percezione che il nuovo era immensamente peggio del vecchio e che, alla fine, tutti sono uguali, una terribile assimilazione che giustifica molti degli effetti collaterali successivi.

Non si passa per caso dal quaranta per cento a niente in una sola stagione, ma quel niente, purtroppo, ora si è fatto vendetta e terrà accesi, chissà per quanto tempo, i motori del rancore all’interno di un nucleo che, più del partito politico, si va ogni giorno di più conformando come una psico setta, posseduta da un’emozionalità distruttiva, proiezione esatta di quella che alberga nell’animo del santone, tutti lucidamente vocati all’eliminazione degli avversari complanari, quelli che nel piano di sotto, dove sono condannati a rimanere per mediocrità, interferiscono con le loro piccole ambizioni condominiali. Per questo, ciò che era dirimente poche settimane fa, è dimenticato, ora che tutto si azzera, ora che la politica è consegnata alla tecnica e le graduatorie di prima sono scombussolate. Ora si può ambire a un ritorno. L’esito sperato era la distruzione di quel mondo progressista, vecchio e nuovo che, pure con tutti i limiti, appare come l’unico antidoto alla politica darwiniana e discrezionale del liberismo, all’uso del potere come fatto personale.

Mi chiedo cosa avrebbe fatto Gianni Rodari, lui che intellettuale lo era per davvero. Mi chiedo cosa dovrebbe fare un’intellettuale.

Di certo dovrebbe eccepire, porre domande scomode, offrire analisi di interesse generale, questo è il suo compito, non quello di prendere le difese del proprio principale, del proprio datore di incarichi, retribuiti o meno che siano. Se un intellettuale non è libero diventa organico, in tutte, ma proprio tutte, le accezioni del termine, anche le meno nobili, e finirà per ispirare nefandezze, compreso il culto della personalità dell’idolo nascente, anche quando quella ‘personalità’ non è altro che un’accozzaglia di pose, di atteggiamenti, di slogan e di tentati ragionamenti dello spessore culturale della carta velina, che possono andare bene quando si deve fare il pavone sui giornali stranieri, evocando Machiavelli, o compiacere a pagamento un dittatore sanguinario. Potenza del mutuo.

Il pupazzo di neve può stare in piedi solo a temperatura controllata ma soprattutto grazie al supporto di certificatori esterni che, assai più del diretto interessato, sono stati responsabili di una delle più grandi truffe politiche, un raggiro alla credulità popolare, esausta e bisognosa di promesse, consumato a colpi di violenza verbale e intenti distruttivi.

Ma le trappole si innescano anche per i cantori, perché quando si commette l’errore di legittimare certi personaggi, con la propria compiaciuta e compiacente presenza, si è costretti a commettere errori in serie, per giustificare il primo, quello fatale, con argomentazioni tanto acrobatiche quanto patetiche, peraltro costruite esibendo la propria qualifica come un esoscheletro e spostando sugli oscuri sentieri di quella un dibattito che dovrebbe invece, con limpidezza, coinvolgere tutti perché di tutti sono le faccende politiche.

Invece, si cade in cosmiche concessioni al vizio solitario, fasti di un tempo che evidentemente non passa per tutti.

Usare astruserie contorte, continuando a esibire la propria specialità, per impallinare chiunque, novantotto italiani su cento, esibisca pensieri diversi sulla materia del contendere, è un atto di servile arroganza. Un conto è mettere al servizio di un’analisi disinteressata il proprio sapere, un conto è impiegarlo acriticamente a favore del Duca di Mantova.

La morte dell’intellettuale italiano, avviata durante il berlusconismo, ora trova il suo epilogo tombale con il renzismo, due fenomeni in rigida continuità culturale, che per loro stessa natura generano cortigiani di tutte le fatte e spengono quello spirito critico indispensabile al progresso dei gruppi umani e delle persone stesse. Forse, però, non li generano, quei cortigiani, semmai si limitano a portarli alla luce, mostrandoceli per quello che sono. Aria fritta, ambizione allo stato puro e risentimento. Una tragedia dove l’altro è semplicemente cancellato o usato come sgabello.

L’informazione che non paghi per avere, qualcuno paga perché Ti venga data.

Hai mai trovato qualcuno che ti paga la retta dell’asilo di tuo figlio? O le bollette di gas, luce, telefono? Io no. Chiediti perché c’è, invece, chi ti paga il costo di produzione dell'Informazione che consumi.

Un’informazione che altri pagano perché ti venga data: non è sotto il Tuo controllo, è potenzialmente inquinata, non è tracciata, non è garantita, e, alla fine, non è Informazione, è pubblicità o, peggio, imbonimento.

L’Informazione deve tornare sotto il controllo del Lettore.
Pagare il costo di produzione dell’informazione è un Tuo diritto.
"L’Indro" vuole che il Lettore si riappropri del diritto di conoscere, del diritto all’informazione, del diritto di pagare l’informazione che consuma.

Pagare il costo di produzione dell’informazione, dobbiamo esserne consapevoli, è un diritto. E’ il solo modo per accedere a informazione di qualità e al controllo diretto della qualità che ci entra dentro.

In molti ti chiedono di donare per sostenerli.

Noi no.

Non ti chiediamo di donare, ti chiediamo di pretendere che i giornalisti di questa testata siano al Tuo servizio, che ti servano Informazione.

Se, come noi, credi che l’informazione che consumiamo è alla base della salute del nostro futuro, allora entra.

Entra nel club L'Indro con la nostra Membership

Condividi.

Sull'autore

End Comment -->