martedì, Maggio 18

Il referendum scozzese condiziona positivamente i mercati field_506ffb1d3dbe2

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I 2.001.926 voti contrari all’indipendenza della Scozia ha pesato molto e non solo in termini politici quanto anche in termini economici. Se per la Scozia l’esito del referendum ha portato alle dimissioni da primo ministro scozzese di Alex Salmond, per i mercati tale notizia ha portato solo esiti positivi.

Per quanto riguarda le borse europee, ad eccezione di Parigi e Piazza Affari, il “no” degli scozzesi è stato con un sospiro di sollievo viaggiando al rialzo. Andamento migliore di quello ottenuto dalle borse europee lo ha fatto registrare Wall Street. Sui mercati monetari, c’è da registrare la Sterlina in rialzo. Soprattutto dopo aver appurato l’esito del referendum, la moneta britannica è arrivata a toccare 78,1 pence verso l’euro per poi assestarsi intorno a quota 79,4. La moneta unica, dal canto suo, verso il dollaro è in leggera discesa.

L’effetto referendum ha interessato anche la Borsa di Tokyo che in mattinata ha chiuso in crescita facendo registrare risultati che mancavano dal 2007. La spinta è arrivata, in particolare, dallo yen debole, un fenomeno che favorisce i gruppi focalizzati sull’export. Per quanto concerne invece il reddito fisso,  lo spread BTp- Bund viaggia intorno a quota 128 punti base, con un rendimento del buono italiano al 2,39%; mentre Il differenziale tra il decennale spagnolo e quello tedesco si assesta intorno a 107 punti base.

A tener banco in queste ore è la questione Telecom. E’ di poche ore fa la notizia che Vivendi avrà il 5,7% di Telecom Italia nell’ambito dell’accordo definitivo siglato con Telefonica sulla cessione della filiale brasiliana Gvt al gruppo spagnolo. L’intesa, raggiunto e firmato nella giornata di ieri, prevede che il gruppo francese presieduto da Vincent Bolloré ottenga 4,66 miliardi di euro in contanti, da cui dedurre un debito bancario di 450 milioni, il 7,4% del capitale di Telefonica Brasil, il cui valore in Borsa è di 2,02 miliardi al 18 settembre e come indica la nota diffusa da Vivendi, “il 5,7% di Telecom Italia, il cui valore di Borsa e’ di 1,01 miliardi al 18 settembre”.

Come confermato da un comunicato stampa emesso da Vivendi, l’accordo verrà finalizzato entro il primo trimestre del 2015. In merito a tale accordo, il gruppo francese dovrà successivamente pagare imposte sulla plusvalenza e tasse stimate a circa 500 milioni di euro.

Sempre nell’ambito dei mercati finanziari, a destar scalpore il colosso cinese dell’e-commerce, Alibaba, che ieri sera ha fissato il prezzo definitivo, 68 dollari, rastrellando almeno 21,8 miliardi di dollari. Alibaa, potrebbe segnare un rally nel primo giorno di quotazione oggi a Wall Street arrivando a raggiungere una capitalizzazione di 217 miliardi di dollari. Nonostante il grande entusiasmo, sull’azienda cinese incombe comunque qualche incertezza e ciò deriva da due indicatori fondamentali: la trasparenza e la governance. Nonostante la quotazione, il controllo della società rimarrà in mano a un ristretto gruppo di 30 partners, tra cui il fondatore e amministratore delegato Jack Ma. Saranno loro a poter nominare la maggioranza degli esponenti del board.

Cosa ci guadagna in tutto ciò però l’Italia dal punto di vista economico? In base all’accordo siglato tra ministero dello Sviluppo economico e Alibaba in occasione della visita di Stato del premier Matteo Renzi a Pechino, il Bel Paese dovrebbe guadagnarci un bel po’. L’esperimento pilota scatterà con una maxivendita di prodotti italiani, il prossimo 11 novembre, che per i cinesi è il giorno dei single (1+1), una sorta di contraltare alla classica festa degli innamorati, San Valentino. Da tre anni il colosso cinese dell’e-commerce ha lanciato una politica di supersconti proprio in occasione dell’11 novembre, il giorno dei single, diventato in pratica l’Alibaba day. Quest’anno l’offerta di prodotti italiani sarà rafforzata.

Intanto in Europa nel mirino della Bce ci finisce la Germania alla quale è stata chiesta di ridurre il cuneo fiscale e di rilanciare gli investimenti pubblici. A rilanciare tale tesi, presentata già in precedenza dal presidente della Banca Centrale Europea, Mario Draghi, sono stati Joerg Asmussen, sottosegretario al Lavoro nel Governo Merkel ed esponente del partito socialdemocratico tedesco, e Benoit Coeuré, membro del comitato esecutivo della Banca centrale europea. Entrambi hanno scritto un articolo per il “Berliner Zeitung” di ieri, in cui hanno illustrato una strategia riguardante la politica monetaria, fiscale e riforme strutturali per la zona euro, chiedendo esplicitamente un maggiore sforzo alla Germania.

Nel suddetto articolo, i due politici hanno sostenuto anche che «la Germania ha bisogno di aumentare la concorrenza e la produttività nei settori protetti dalla concorrenza internazionale, il che avrebbe anche un impatto positivo sulle prospettive di crescita del Paese e lo renderebbe meno vulnerabile agli shock che colpiscono il commercio mondiale».

Per il momento il governo tedesco non ha mostrato nessun interesse verso le richieste effettuate dalla Bce dimostrando chiaramente che il suo obiettivo principale nel medio periodo è quello di azzerare il deficit pubblico. Dunque, solo il tempo potrà dire se a spuntarla sarà Mario Draghi o Angela Merkel. 

 

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