martedì, Ottobre 26

Il re del Mondo

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soldi

 

Money makes the world go round. Questo lo sappiamo almeno dal 1972, quando un refrain ipnotico, ammiccante alla potenza assoluta del denaro, bucava il grande schermo in tutto il mondo. Il film era Cabaret, capolavoro immortale di Bob fosse, le corde vocali e le mossettine del duo Liza Minnelli-Joel Gray.

Lo sapevamo già, che il denaro è importante, importantissimo, che è l’unico avversario serio del sesso, come candidato al ruolo di motore del mondo.

Quello che ancora non sapevamo però, era che chi fa girare lui, the money, può diventare il Re del Mondo, e non in pur delizioso numero di raffinato avanspettacolo, ma dirigendo valzer vorticosi e travolgenti, menando la danza dei flussi, il balletto dei listini, l’incomparabile coreografia degli operatori finanziari sullo sfondo scenografico, austero e ammonitore, di Banche e Borse inespugnabili come moderni castelli incantati.

Chi è costui? L’economista. Il re dei salotti televisivi, il principe dei ministri, il burattinaio nemmeno occulto dei fili universali.

Non ci sono dubbi sul fatto che l’Economia, con la emme maiuscola, sia la scienza del momento, e prometta di restarlo per parecchio. Ha mille yards di vantaggio su qualunque altra disciplina, e un solo handicap.

Intanto, è ampiamente passato sui media il concetto che essa, l’Economia, non sia da ritenersi una scienza esatta. Il che conferisce all’esperto facoltà di dichiarare tutto e il suo contrario nel breve volger di una settimana. E senza il fastidio di dover smentire, insopportabile spada di Damocle incombente sui politici.

Poi, vantaggio di portata incommensurabile, l’esperto discetta in una lingua che nessuno conosce, e per giunta che tutti devono far finta almeno di masticare nei suoi rudimenti. Quanti colleghi giornalisti abbiamo visto giocarsi in diretta tv un termine come “bund”, metabolizzato nervosamente una mezz’ora prima del talk show con l’Economista e speso subito, senza rete di protezione? Il gioco a quel punto è fatto, un complice sorriso, una strizzatina d’occhio verso l’eminenza grigia di turno e via.

Si era accennato a una sola, piccola condizione sfavorevole, soprattutto per i giovani che, a frotte, assediano gli atenei alla conquista del magico passepartout per la ricchezza e la celebrità, la laurea in Economia: è’ una facoltà noiosa. Anni ben investiti, ma di estremo sacrificio. Essenziale non  cedere a languori emotivi, suggestioni artistiche che possano intaccare il duro cuore di chi ha scelto lo studio del soldo come scopo di vita. Follow the money, dicono gli americani, e gli altri tutti dietro.

Si è scherzato un po’.

Ciascuno ha certamente la propria rispettabile opinione sull’influenza di Smith, Marx, Keynes o Modigliani sull’andamento delle cose nel mondo, almeno dal settecento in poi.

Anche se resta, maligno e beffardo, il retropensiero che l’Economia, scienza regina del terzo millennio, spieghi sì tutti gli avvenimenti cruciali del pianeta. Ma solo dopo che essi si sono dipanati per conto loro, maleducatamente, senza chiedere il permesso a nessuno. Nemmeno al re del Mondo.

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