sabato, Settembre 25

Il razzismo dei ‘furbi’ italiani L’ubriacatura di retorica demenziale che ha accompagnato gli 'eroi' delle Olimpiadi con la ciliegina sulla torta dello ius soli sportivo al passaporto verde: esempi di 'furbizia' e razzismo all'italiana

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Volendo riflettere rapidamente su quanto accade, è accaduto, in questi quindici giorni di ‘riposo’ quasi ufficiale della politica, e non solo, che volgono al termine, si possono ripercorrere gli avvenimenti e le considerazioni che, non giorno per giorno ma quasi, aiutano a chiosare questo periodo di ‘ferie’. Mi limito a due contesti.


Non si può non cominciare dall’ubriacatura di retorica demenziale che ha accompagnato gli eroidelle Olimpiadi. Che hanno conquistato più medaglie del previsto, anche con qualche piacevole ‘sfizio’, che mostra, in fondo, come l’imbecillità sia universale come la pandemia. Il ridicolo, per non dire altro, degli ‘atleti’ e loro organizzatori, statunitensi e britannici (la ‘razza’ è quella!) che mettono in dubbio la stessa possibilità che un europeo possa vincere sui 100 metri. Ho apprezzato il commento contenuto del vincitore, che non è andato molto oltre un sorriso; è dovuto intervenire Bolt, per acquietare gli strillatori stranieri.
Mi hanno colpito due cose, anzi, tre, come vedremo subito.
Il ‘saltatore‘ -non importa e non ne ricordo il nome- che hapattatola medaglia d’oro. Che è la pura e semplice verità: hanno saltato la stessa altezza, lo spareggio sarebbe stata una cosa come i rigori nel calcio, mettere in gioco tutto con un azzardo, un gioco alla carta più alta. Mi è piaciuto, in particolare, per la frase di sincero apprezzamento per l’avversario non battuto, ecco il punto, e al quale e con il quale si sono riconosciuti il fatto: l’uno non ha battuto l’altro, non mancheranno occasioni per riprovarci, ma oggi si sono presi la soddisfazione di portarsi a casa una medaglia d’oro, alla faccia dei soliti critici da salotto, che borbottano perché ‘si deve vincere’: lo ‘sport’ come prevaricazione, il contrario dello sport. E l’uso delle virgolette non è casuale, ci siamo capiti.
E mi ha divertito, da buon napoletano, il gesto di soddisfazione … contro il malocchio del co-vincitore, Tamberi (lo ricordo il nome, tranquilli, lo ricordo!) … come lo capisco, la soddisfazione di avere battuto ‘gli occhi’ altrui, evvia!, e vuoi fare lo spareggio, macché, ‘tie’, t’ho fregato’ malocchio!

Colpisce anche, alla fine, che abbiano prevalso nel medagliere gli sport piùpoveri‘, come si dice. Non solo, certo, ma molti di essi. Colpisce, positivamente, perché sono gli sport dove ha vinto, e vince, lo sforzo individuale, la fatica, l’impegno, la cocciutaggine di voler continuare … con pochi soldi. Quello è sport più vero dello ‘sport’ ricco. Non per sminuire gli ‘sportivi ricchi’, che pure hanno vinto, ma per sottolineare che lì si è mostrato quello spirito italiano che si pensava perduto: lo spirito della rivincita contro tutto e tutti. È, o era, la vera forza di questo Paese, in cui pure così forte è il pressapochismo, l’arrangiarsi, la prevaricazione, la tendenza all’imbroglio.
Ecco la differenza tra il campione costruito in laboratorio -ne abbiamo visto uno lasciare piangendo (puah!) la propria squadra del cuore ‘comprato’ per soli 115 milioni di euro, però, appunto, comprato, venduto: un oggetto, un prodotto- e quella ragazza che batte tutti, inattesa, sconosciuta, in 20 km di marcia, e che se ne torna al suo paese tranquilla e felice tra i suoi paesani, Antonella Palmisano. Poi, certo, cominceranno le interviste, le storie delle famiglie, degli amori, insomma il solito ciarpame: vedremo chi saprà sottrarsi. Intanto, forse, la smetteremo di occuparci degli amori e dei giochi spiritosi della signora Federica Pellegrini, che, detto fra di noi, avrebbe fatto meglio a non partecipare (come avrebbe dovuto fare da tempo Valentino Rossi) o limitarsi ad una partecipazione simbolica … ma è una questione di stile!

E accanto a quelle che sono cose accettabili e buone, anzi per certo versi più che buone, che delusione, che vergogna, che disgusto per l’immediato tentativo del re del CONI, tronfio come se avesse corso lui i 20 km, di straparlare di ius soli sportivo.
Sorvolo, beninteso, sulle volgari e prevedibili, banali urla del solito Matteo Salvini, che non perde occasione per strillare, anche a vanvera. Sì, a vanvera, perché, scusatemi se mi permetto di dirla così, a vanvera perché non capisce, lui razzista alquanto anzi che no, non coglie non solo l’opportunismo della proposta, ma specialmente il volgare, maleodorante razzismo di essa.
L’ho già scritto ‘a caldo’. Che vuole fare quel signore? scegliere dei negretti in giro per il mondo, allevarli in batteria e poi, se vanno bene, dargli la cittadinanza per contrabbandarli come italiani? E gli altri? Beh, il deserto è grande, c’è spazio lì. Noi intanto fingiamo che siano degli improbabili ‘sportivi’ italiani.
Ma come si fa a non rendersi conto della volgarità e della bruttezza di una cosa del genere? chiamata poi, a vanvera ancora di più, ‘ius soli’. Che c’entra? Lo ius soli, una cosa di alta civiltà, è quello per cui se nasci in un posto sei cittadino di quel posto, subito e senza discussioni. Qui si propone tutt’altra cosa (solo Salvini non la ha capita): si propone (per di più dando del ‘tu’ a Draghi!) di allevare -letteralmente ‘allevare’- degli stranieri e vedere se riescono a vincere medaglie e … poi dargli la cittadinanza. A suo tempo, e fece abbastanza scandalo, c’erano gli ‘oriundi’ più o meno inventati, ma almeno erano tre o quattro. Ora no. Ci sono degli individui, degli ‘sportivi’ si autodefiniscono, che stanno proponendo di farne proprio una sorta di mercato. Magari di incitare gli stranieri presenti (‘clandestini’, direbbe Salvini) a fare ‘sport’ e poi, se funzionano, li ‘facciamo’ cittadini italiani e così l’Italia ‘prende’ qualche medaglia in più.

Basta così: è una vergogna, ma vedrete che avrà successo: noi siamo il Paese istituzionalmente dei furbi‘, anzi, questa ‘furbizia’ (che è parente stretta della illiceità) spesso è portata a modello, viene gestita come tale.
Prendiamo ora il caso del passaporto verde (green pass dicono quelli che ‘sanno’ l’inglese), quella cosa inventata da Emmanuel Macron e adottata da Mario Draghi, che serve a due cose, non solo una, come dice con la sua solita aria di conoscitore di tutto il dottor Paolo Mieli: indurre a vaccinarsi chi ancora non lo abbia fatto, e garantire (o almeno provarci) che in situazioni di maggior pericolo, come in un locale da ballo, vi siano solo persone vaccinate, che quindi non si trasmettono la malattia. Ma naturalmente la cosa va gestita con furbizia‘. E quindi la signora Ministro Luciana Lamorgese, un burocrate messo lì proprio perché tale, dice che la Polizia non farà controlli, con quel tono da sindacalista di terz’ordine che dice che hanno già molto altro da fare. Ma, non solo, perché aggiunge anche che i gestori dei locali non devono controllare che il certificato sia vero e della persona che lo impugna. Che, tradotto in italiano corrente, significa: non vi preoccupate di controllare, lasciate perdere, se qualcuno non ce l’ha chiudiamo un occhio. Tesi vividamente condivisa sia da Mieli che, con qualche mia sorpresa, da Andrea Crisanti.
La stessa logicafurba‘, per la quale nessuno o quasi va a salvare i migranti a rischio di affogare, sia perché la Marina italiana ha altro da fare, sia perché le navi che lo fanno sono in gran parte sotto sequestro amministrativo. La burocrazia usata per mascherare una scelta politica (tendenziale) di non accoglienza.
Sarebbe interessante vedere come la lungimiranza della signora Lamorgese (e, ahimè, di Draghi, quando si complimenta con la guardia costiera libica che spara alle nostre navi) potrà conciliarsi con la geniale proposta di Giovanni Malagò. Magari faranno analisi del DNA o che so io ai migranti sulle navi residue o sui barchini, e se il risultato è positivo li portano in Italia, se no li ributtano a mare.
Sono eccessivo? Forse. Forse non faranno proprio così, perché magari qualcuno protesterebbe, magari perfino qualche sindacato che oggi sbraita contro il passaporto verde. Ma, cari miei Lettori, questa è la mentalità che sta sotto, chiara e limpida, a certi discorsi e a certi atti. Lo vedremo alla ripresa, temo.

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Sull'autore

Giancarlo Guarino, ordinario, fuori ruolo, di diritto internazionale nell’Università degli Studi di Napoli Federico II, è autore di numerose pubblicazioni su diverse tematiche chiave del diritto internazionale contemporaneo (autodeterminazione, terrorismo, diritti umani, ecc.) indagate partendo dal presupposto che l’Ordinamento internazionale sia un sistema normativo complesso e non una mera sovrastruttura di regimi giuridici gli uni scollegati dagli altri.

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