sabato, Giugno 19

Il (quasi) supporto indiano per Mosca field_506ffb1d3dbe2

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Mosca India

«La grande questione è riconciliare contese piuttosto vaste, ma ci sono, oggettivamente, interessi legittimi della Russia nella crisi in corso che vanno mediati con altri in gioco». Queste  la risposta data il 5 marzo scorso dal National Security Advisor Shivshankar Menon ai giornalisti che lo interpellavano sulla posizione indiana rispetto alla crisi in corso in Ucraina. La figura di consigliere per la sicurezza nazionale, è stato notato, non fa tecnicamente parte delle personalità legate all’esecutivo in carica e l’opinione espressa da Menon potrebbe non essere assimilata strettamente a quella del governo indiano. Nessuna tra le massime autorità di Delhi ha però smentito le parole tanto sbilanciate del proprio diretto collaboratore.

L’apparente supporto indiano per la posizione russa nella crisi in Crimea non è però emerso solo dall’intervista ad un singolo consigliere. A partire dall’inizio della crisi, fonti vicine al Premier Singh hanno più volte ribadito la contrarietà di Delhi alle sanzioni approvate dai governi dell’UE e degli Usa contro la Russia in modo unilaterale. Come fatto notare però dal medesimo esecutivo, la risposta di Delhi alla crisi è in linea con la tradizione neutralista che continua a caratterizzare la politica estera indiana anche decenni dopo il tramonto del non-allineamento promosso da Nehru.

L’India ha sempre aderito a campagne sanzionatorie contro singoli Paesi solo a condizione che fossero adottate in via multilaterale e convalidate dalle istituzioni internazionali. Essendo però la Russia un membro permanente del Consiglio di Sicurezza ONU, è stato fin da subito ovvio che in questa sede nessuna risoluzione di condanna contro Mosca sarebbe mai passata. Durante la conferenza stampa tenuta al Cremlino del 12 marzo scorso, Putin ha pubblicamente ringraziato il governo di Delhi per aver boicottato la campagna sanzionatoria dell’Occidente.                          

La morbidezza, se non l’indiretto supporto, sull’incipiente annessione russa della Crimea ha sollevato non poca sorpresa in Occidente. Non tanto per l’atto in se e per sé, quanto in una prospettiva comparata a quella di altri attori più o meno influenti sulla scena internazionale. La stessa Cina, solitamente molto vicina diplomaticamente a Mosca nel condannare gli interventismi diplomatici e militari occidentali, ha proclamato la propria contrarietà ad azioni che “minassero l’integrità territoriale dell’Ucraina”. In occasione della risoluzione ONU di condanna all’annessione di Sebastopoli, Pechino si è limitata all’astensione, lasciando solo il veto di Mosca. Uno statement molto simile è stato pronunciato anche dai Ministeri degli Esteri di Iran e  Azerbaidjan, mentre dall’Uzbekistan sono venute vere e proprie accuse di aggressione. Tutte nazioni solitamente vicine al Cremlino o addirittura – nel caso iraniano- supportate dalla Russia in controversie internazionali.

L’ambiguo posizionamento di Delhi nella contesa in corso è stato valutato con sorpresa anche per altre ragioni soprattutto negli Stati Uniti. La politica di riavvicinamento promossa da Washington fin dall’Amministrazione Bush, che ha portato in dote la fine delle sanzioni Usa alle forniture di componentistica nucleare verso l’India, sembrava aver riavvicinato Delhi all’orbita statunitense. Una sensazione diffusasi, specularmente, anche per il raffreddamento dei rapporti tra Usa e Pakistan e le crescenti preoccupazioni dell’India per l’assertività della politica estera della Cina in Asia Centrale e Meridionale.

Le ragioni che hanno spinto Delhi a queste considerazioni sono di natura multipla. Anche il tramonto dell’URSS e la fine della special relationship Mosca-Delhi (sviluppatasi soprattutto durante i governi di Indira Gandhi) non hanno mai demolito del tutto i buoni rapporti tra i due Paesi. Con limitati scambi commerciali, i comuni interessi tra Russia ed India si sono però rafforzati sulla cooperazione in materia di Difesa e nel comune impegno contro terrorismo e fondamentalismo islamico in Asia Centrale. Mosca rimane di gran lunga il primo fornitore di armamenti anche altamente tecnologici per le forze armate di Delhi, come sottomarini nucleari, apparecchi radar e per comunicazioni, cacciabombardieri a lungo raggio e missili anti-nave ed anti aerei. I due Paesi assistono militarmente ed economicamente il piccolo Stato del Tagikistan, dove l’India ha anche la sua unica base militare estera, contro le infiltrazioni integraliste dal vicino Afghanistan.

Questa relazioni sostanziali spiegano in parte il parziale assenso di Delhi sulle scelte del Cremlino, che la crisi ucraina non è il primo caso a palesare. Già nel 2008, durante il conflitto russo-georgiano, Delhi si era distinta tra le potenze mondiali per il suo totale silenzio sulla guerra in corso; un segnale da molti interpretato come un silenzio-assenso. La co-esistenza di politiche amichevoli sia con gli Usa che con la Russia è spiegabile come una naturale evoluzione del neutralismo radicato nella tradizione indiana di politica estera. Nell’era post-1991, le relazioni internazionali di Delhi si sono evolute in senso più utilitaristico ed assertivo. Intese e cooperazioni si avviano con multipli attori anche ostili tra loro, a seconda della minaccia presente o percepita o dell’opportunità da sfruttare.  

A guidare le scelte di Delhi in occasione di questa crisi c’è però una dinamica ben più complessa, che spiega anche alcune delle inaspettate critiche piovute su Putin da parte di Paesi tradizionalmente vicini a Mosca. Le reazioni diplomatiche alle crisi internazionali sono infatti sempre più spesso dettate dalle rassomiglianze tra la controversia in corso e quella che vede coinvolto il Paese pronunciante, in particolar modo quando ad essere coinvolte sono rivendicazioni territoriali e separatismi.

La posizione indiana sulla Crimea riflette infatti appieno le rivendicazioni di Delhi sui territori del Kashmir pakistano e le aree dell’Himalaya occupate dalla Cina: l’altipiano dell’Aksai Chin ed il versante settentrionale dell’Arunachal Pradesh. Rivendicazioni sulle quali Delhi continua a mantenere una posa unilaterale, ma che riflettono anche un nazionalismo territoriale sempre presente nella politica indiana e rafforzato dal clima della campagna elettorale in corso. La classe politica indiana rivendica così, implicitamente, l’indipendenza delle sue scelte dalle pressioni delle potenze più forti. 

Viceversa, l’atteggiamento della Cina è speculare alle inquietudini di Pechino per i focolai separatisti interni ai suoi confini, cioè il Tibet ed il Turkestan Orientale a maggioranza musulmana. Appoggiare una Russia che rivendica la sua paternità su un territorio estero sulla base della maggioranza etnica e linguistica, può rivelarsi un precedente pericoloso, ed una contraddizione in grado di attizzare le rivendicazioni con cui essa stessa ha a che fare. Il diffondersi dei regionalismi nel mondo globalizzato ridisegna così anche l’atteggiamento delle potenze emergenti nei confronti delle tensioni internazionali, sconvolgendo logiche di alleanza o intesa prima inamovibili. Gli “interessi” politici, economici e strategici delle potenze emergenti non sono più gli unici veicoli del loro posizionamento internazionale.

 

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