venerdì, Maggio 14

Il Qatar fuori dall’OPEC: continua lo scontro tra Doha e Riad La disputa politica con i sauditi dietro le ragioni formalmente economiche

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L’annuncio è arrivato senza preavviso ed è stato accolto con sorpresa dagli addetti ai lavori: il Qatar lascerà la Organisation of Petroleum Exporting Countries (OPEC: Organizzazione dei Paesi Esportatori di Petrolio) a partire dal 1° gennaio 2019.

Il piccolo emirato, costituito da una penisola nel Golfo Persico, fa parte dell’organizzazione fin dall’anno seguente la sua fondazione. L’OPEC, infatti, è stata fondata nel 1960 da cinque Stati ricchi di petrolio: Arabia Saudita, Iraq, Kuwait, Iran e Venezuela. L’anno successivo, nel 1961, il Qatar fu il primo Stato ad aggiungersi alla neonata organizzazione; dopo l’entrata di Doha, molti altri Paesi entrarono a far parte dell’OPEC, tanto che oggi l’organizzazione è composta di quindici membri (oltre ai sei già citati, Emirati Arabi Uniti, Libia, Algeria, Angola, Repubblica Democratica del Congo, Nigeria, Guinea Equatoriale,  Gabon, ed Ecuador). Il peso di questi Paesi è notevole in quanto da soli essi posseggono circa il 78% delle riserve petrolifere accertate del pianeta e circa i 50% di quelle di gas naturale. Agendo come un cartello di interesse, l’OPEC è in grado di esercitare un considerevole peso politico a livello internazionale: la grande crisi energetica del 1973, ad esempio, fu provocata dalla decisione dei Paesi OPEC di fornire petrolio agli Stati Uniti e ai Paesi europei che avevano sostenuto Israele durante la Guerra del Kippur.

Come era prevedibile, l’annuncio dell’uscita di Doha dall’OPEC ha creato scompiglio nei mercati con un’impennata dei prezzi del petrolio che varia dal +3% a oltre il +5%. Gli effetti della notizia sono stati mitigati dalla decisione di Russia ed Arabia Saudita di estendere al 2019 l’accordo sulla gestione del mercato del petrolio e, in parte, anche dalla tregua raggiunta, durante il G20 di Buenos Aires, da USA e Cina sulla guerra commerciale.

Non è la prima volta che un Paese abbandona l’OPEC: l’Ecuador, entrato nel 1973, ne uscì nel 1992 per rientrarvi nel 2007; il Gabon, entrato nel 1975, ne uscì nel 1994 per rientrarvi nel 2016; l’Indonesia, infine, entrata nel 1962, ne uscì nel 2008 per rientrarvi nel 2016 e riuscire nello stesso anno. Questa volta, però, la situazione sembra differente soprattutto a causa della posizione del Paesi in questione: il Qatar non si trova né nell’America centrale, né nell’Africa sub-sahariana, né nell’Asia sud-orientale; il Qatar di trova nel Golfo Persico e,da circa un anno e mezzo, è impegnato in uno scontro diplomatico con il principale Stato membro dell’OPEC, ovvero l’Arabia Saudita.

Ufficialmente, la decisione qatarina di uscire dall’organizzazione non ha nulla a con i dissapori che da tempo contrappongono Doha a Riad. Il Ministro per gli Affari Energetici del Qatar, Saad Sherida al-Kaabi, ha annunciato che la decisione è motivata da ragioni esclusivamente economiche, in quanto il Paese, considerando il proprio basso potenziale petrolifero, avrebbe deciso di aumentare gli sforzi nel campo del gas naturale che costituisce il vero patrimonio dell’emirato.

Al di là delle dichiarazioni ufficiali, però, è impossibile non vedere un legame tra lo scontro politico che contrappone il Qatar ad una coalizione di Paesi dell’area capitanati dall’Arabia Saudita (ne fanno parte Egitto, Emirati Arabi Uniti e Bahrein). Nel giugno 2017, infatti, questi quattro Paesi accusarono le Autorità di Doha di finanziare e dare asilo a gruppi terroristici di matrice islamista ed imposero un ultimatum al Governo qatarino (una delle condizioni dell’ultimatum era di prendere le distanze dall’Iran). Quando da Doha è arrivato il rifiuto delle condizioni dell’ultimatum, la coalizione guidata da Riad ha imposto un embargo all’emirato; ad un anno e mezzo dall’inizio della crisi, ancora non si è giunti ad una soluzione. Con queste premesse, sembra impossibile non vedere una connessione tra lo scontro di potere che vede opposti iraniani e sauditi per il dominio nel Golfo Persico e per una posizione predominante all’interno della stessa OPEC.

Le tensioni tra Iran ed Arabia Saudita, d’altronde, hanno già assunto il carattere di guerra per procura in diversi scenari: in Yemen, in Iraq e in Siria gruppi finanziati dai due Paesi si sono scontrati e continuano a scontrarsi. Se all’interno dell’OPEC Riad sembra essere in vantaggio, sul piano militare la bilancia pende a favore di Teheran: la decisione del Qatar di ritirarsi dall’OPEC, dunque, acquisterebbe un senso maggiore se analizzata alla luce del contrasto per il predominio sul Golfo tra la fazione filo-saudita e quella filo-iraniana. In aperto contrasto con l’Arabia Saudita, il Qatar si ritirerebbe da un’organizzazione che è fondamentalmente in mano ai propri avversari. Si tratterebbe effettivamente di una novità, in quanto persino durante le Guerra tra Iran ed Iraq (1980-88) o la I Guerra del Golfo (1990-91), Paesi tra loro in conflitto continuarono a far parte dell’OPEC senza mettere in dubbio il cartello petrolifero. Allora, però, gli scontri avvenivano in uno scenario internazionale polarizzato attorno al sistema dei due blocchi (statunitense e sovietico) e l’appartenenza ad un cartello basato sulla principale risorsa energetica del tempo era, per i Paesi del Golfo, più importante di qualsiasi rivalità interna. Oggi, nell’epoca della crisi del multilateralismo e degli equilibri internazionali, è possibile pensare che le cose non stiano più allo stesso modo e che i due contendenti, assieme ai loro alleato, possano prendere in considerazione altre vie.

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