giovedì, Dicembre 2

Il progetto RIRVA Il sistema che permette di ritornare in modo volontario e consapevole nel proprio Paese d’origine

0

RIRVA

C’è chi ha aperto un allevamento di pulcini, chi un negozietto di alimentari, altri ancora un negozietto di abbigliamento e chi si è reinventato vendendo piatti tipici italiani: sono solo alcune delle storie dei protagonisti del progetto RIRVA (Rete Italiana per il Ritorno Volontario Assistito). Si tratta di migranti che, spesso a causa della perdita del lavoro in Italia senza possibilità di ulteriore occupazione, hanno deciso di rientrare nel proprio Paese d’origine, appoggiandosi all’aiuto concreto fornito da questo programma.

Il network Rirva è il sistema di riferimento italiano sul Rva (Ritorno Volontario Assistito) creato nel giugno 2009 e a cui attualmente aderiscono oltre 300 realtà pubbliche e private di tutto il territorio nazionale. Il Rva permette ai cittadini di Paesi terzi di ritornare in modo volontario e consapevole nel proprio Paese d’origine in condizioni di sicurezza e con l’assistenza adeguata, ossia un aiuto logistico e finanziario consistente in assistenza per l’organizzazione, pagamento del viaggio e, in alcuni specifici progetti, anche nel supporto alla reintegrazione sociale e lavorativa nel Paese d’origine. 

Rirva è finanziato dal FR (Fondo europeo Rimpatri) e Ministero dell’Interno (az. 7 FR AP 12) ed attuato dal Consorzio Nazionale Idee in Rete in partnership con il Cir (Consiglio Italiano per i Rifugiati), OXFAM Italia, GEA coop Sociale e la collaborazione di Fondazione Ismu e CNOAS (Consiglio Nazionale Ordine Assistenti Sociali).Vogliamo che queste persone riprendano in mano la loro vita nel proprio Paese d’origine”, ci spiega Carla Olivieri, responsabile progetto Rirva.Si tratta di ritorni definitivi: è importante che il rientro comporti una condizione di sostenibilità. Il progetto vuole proprio creare una situazione di autonomia economica, sociale ed abitativa per chi ne usufruisce”. Dal 2009 ad oggi i numeri parlano chiaro: per il 2013 – 2014 sono previsti 1.900 Rva. Un buon numero, se si considera che tra il 2009 e il 2010 i Rva sono stati 228, aumentando di anno in anno: 344 nel 2010 – 2011, 704 nel 2011 – 2012  e 815 nel 2012 – 2013.

La dotazione del FR per il 2013, tra risorse comunitarie e cofinanziamento nazionale, è stata di 14.705.345,80 euro; di questi 6.770.056,44 sono stati utilizzati per il Rva, il restante per il Rimpatrio Forzato. Il costo unitario per ogni ritorno dipende dal progetto: tutti prevedono la copertura dei costi di viaggio, mentre possono variare i servizi di assistenza economica e reintegrazione offerti.

Nel dettaglio, il contributo in cash al momento della partenza varia dai 100 a 400 euro a persona, mentre il contributo per il progetto di reintegrazione, concordato prima della partenza del migrante, varia da 1.000 a 2.400 euro.

Diverse le ragioni che spingono i migranti a decidere di rientrare nel proprio Paese d’origine: possono essere riassunte nella cosiddetta teoria del ‘push & pull factors’. I ‘Pull factors’ sono quegli elementi che attirano il potenziale migrante di ritorno verso il Paese di origine: i legami familiari, la nostalgia e le ragioni socio – patriottiche. I ‘Push factors’ spingono il migrante a lasciare il Paese ospitante: insufficienza dei mezzi economici, condizioni di irregolarità e insicurezza sociale, discriminazione, difficoltà dell’integrazione. Per i ritorni effettuati finora, nel 70,96% riguardano uomini e nel 52,99% gli usufruenti hanno ricevuto un supporto alla reintegrazione sociale e lavorativa. Più della metà, il 50,82%  ha lasciato il territorio italiano con un permesso di soggiorno per motivi di lavoro non rinnovabile, il 14,47% con un ‘permesso di protezione internazionale’, oltre il 23% complessivamente per necessità di assistenza o vulnerabilità (cure mediche, casi umanitari o vulnerabili).

Diciassette i programmi finanziati da giugno 2009 a giugno 2013  -i dati degli Rva realizzati da luglio 2013 a giugno 2014 sono in fase di acquisizione-, per un totale di 2.204 ritorni. I ritornati provengono da 81 Paesi terzi, con in testa Ecuador, Tunisia, Marocco e Perù; le regioni prevalenti di partenza sono Lazio (500 partenze ad oggi), Lombardia (487), Emilia Romagna (230) e Piemonte (187). Sei i progetti Rva attualmente attivi nel Belpaese, approvati in relazione agli avvisi dei contributi del FR 2013 ed operanti fino al 30 giugno 2015: ‘Partir VI’ e ‘Ausilium’, attuati da OIM (Organizzazione Internazionale per le Migrazioni);  ‘Integrazione di ritorno I’, attuato da Cir in partnership con Oxfam Italia e Cisp (Comitato Internazionale per lo Sviluppo dei Popoli); ‘Remploy III’ attuato da Oim in partnership con Patronato San Vincenzo ed Etimos Foundation onlus; “Ermes” attuato da Cies Onlus (Centro Informazione e Educazione allo Sviluppo), Cefa Italia (Comitato Europeo per la Formazione e l’Agricoltura), Virtus Italia onlus e Coopas (Cooperativa Attività Sociali) ed infine ‘Sahel Sviluppo’, attuato da Sviluppo 2000.

Il primo progetto che abbiamo attuato nel 2011, Remida (Reinserimento MIgranti in Difficoltà e loro Accoglienza)”, ci riferisce Alice Fanti, responsabile Cefa Rva, “è stato in Marocco: l’obiettivo era far ritornare 40 persone: ne sono rientrate 28. Si è trattato principalmente di partenze di singoli, tutti uomini, a parte due famiglie con bimbi piccoli. I casi più problematici sono proprio quelli con i figli: spesso sono nati in Italia o arrivati da piccoli, per cui non sanno l’arabo e fanno fatica a riabituarsi. L’anno scorso invece i ritorni sono stati 93”.

Rachid Warir, 34 anni, è tra i beneficiari di Remida: nel 2012 è tornato in Marocco, vicino ad Agadir: “In Italia lavoravo in fabbrica” racconta, raggiunto telefonicamente, “ma nel 2008 sono stato licenziato. Per otto mesi ho trovato lavoro in un’altra fabbrica, ma per la crisi non mi hanno rinnovato il contratto. Ho poi lavorato nel settore agricolo, ma non era niente di fisso: tre mesi lavoravo, due mesi no. Non potevo andare avanti così, nel 2010 mi sono sposato e volevo portare mia moglie in Italia, ma non avevo i requisiti necessari. Così ho deciso di tornare in Marocco”. Ora Rachid grazie a Remida ha avviato un’attività di allevamento e vendita di pulcini: “Mio zio lavora nel campo e avevo notato che l’attività andava bene. Guadagno sui 400/500 dirham al mese, anche se i mesi estivi il guadagno cala. Ma è un progetto che per questa zona è buono riesco a viverci bene”.

La tipologia dei beneficiari è varia”, spiega Stefania Carrara, responsabile Oxfam Rva, che si è occupata della realizzazione dei percorsi di ritorno e reintegrazione di migranti in Ecuador nel contesto del progetto ‘Integrazione di ritorno I’: “da chi ritorna perché in Italia non trova più lavoro, alle donne che hanno alle spalle storie di violenza, a chi è irregolare da tempo e, nonostante i vari sforzi per cambiare la propria situazione, mangiava alla Caritas e dormiva per strada. Ora queste persone hanno attività in proprio, che vanno dalla ristorazione, all’edilizia, al settore estetico, grazie anche al sostegno in loco della ong Fondazione Esperanza”.

Tra i beneficiari del progetto di Oxfam, J.V., 26 anni, ecuadoregna, arrivata in Italia all’età di 9 anni a seguito della famiglia, ritornata nel Paese d’origine lo scorso dicembre. Rimasta incinta all’età di 17 anni, si sposa, lascia la scuola e cerca lavoro. Nel 2012 il marito viene rimpatriato forzatamente e lei si trova sola con i figli, e con dei lavori saltuari: va a vivere con la madre, che cerca di aiutarla, ma il lavoro, quasi sempre in nero, scarseggia. J.V., per non pesare ulteriormente sulla madre, decide così di tornare in Ecuador. Lì si ricongiunge al marito e si mette in società con lo zio, che ha un’officina per la riparazione di biciclette, per la vendita di pezzi di ricambio. Nel frattempo il fine settimana cucina piatti tipici italiani, talmente apprezzati dai vicini, che sta pensando di iniziare un’attività di vendita vera e propria di questi piatti. Piccole storie di rinascita, di chi è riuscito a riprendere in mano la propria vita.

 

L’informazione che non paghi per avere, qualcuno paga perché Ti venga data.

Hai mai trovato qualcuno che ti paga la retta dell’asilo di tuo figlio? O le bollette di gas, luce, telefono? Io no. Chiediti perché c’è, invece, chi ti paga il costo di produzione dell'Informazione che consumi.

Un’informazione che altri pagano perché ti venga data: non è sotto il Tuo controllo, è potenzialmente inquinata, non è tracciata, non è garantita, e, alla fine, non è Informazione, è pubblicità o, peggio, imbonimento.

L’Informazione deve tornare sotto il controllo del Lettore.
Pagare il costo di produzione dell’informazione è un Tuo diritto.
"L’Indro" vuole che il Lettore si riappropri del diritto di conoscere, del diritto all’informazione, del diritto di pagare l’informazione che consuma.

Pagare il costo di produzione dell’informazione, dobbiamo esserne consapevoli, è un diritto. E’ il solo modo per accedere a informazione di qualità e al controllo diretto della qualità che ci entra dentro.

In molti ti chiedono di donare per sostenerli.

Noi no.

Non ti chiediamo di donare, ti chiediamo di pretendere che i giornalisti di questa testata siano al Tuo servizio, che ti servano Informazione.

Se, come noi, credi che l’informazione che consumiamo è alla base della salute del nostro futuro, allora entra.

Entra nel club L'Indro con la nostra Membership

Condividi.

Sull'autore

End Comment -->