sabato, Settembre 18

Il problema Iraq di Erdogan false

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Istanbul
– Non dorme certo notti tranquille Recep Tayp Erdogan, Primo Ministro della Repubblica di Turchia e leader incontestato dell’Akp, stretto in una terribile morsa, la piu’insidiosa della sua carriera e a soli due mesi dalle presidenziali che lo vedranno candidato. Dall’11 giugno 80 cittadini turchi (49 dello staff diplomatico di Mosul, tra cui il Console Generale Yilmaz Ozturk e 31 camionisti che trasportavano diesel dal porto di Iskenderun) sono divenuti ostaggio dell’Esercito sunnita dell’ISIS (Stato Islamico dell’Iraq e del Levante), che lotta per la costituzione di un califfato tra Iraq e Siria.
L’incontro con il Segretario Nato, Anders Fogh Rasmussen, ad Ankara, non ha sortito granchè, se non la generica ‘condanna’ al rapimento.
Il gruppo terroristico tra i piu’ sanguinari, legato ad AlQaida, dal 9 giugno ha preso la città irakena di Mosul espandendosi in pochi giorni fino alla Provincia di Telafal, a soli 80 chilometri dal confine turco. Il Premier turco ha, da un lato, un evidente ricatto delle milizie ISIS contro ogni possibile intervento militare della Turchia sul confine o velleità di attacco, dall’altro, la richiesta disperata di aiuto che arriva dalle famiglie dei rapiti e persino dalla comunità dei 5.000 turcomanni in prevalenza sciita (etnia di origine turca del Turkmenistan) di Telafel, in Iraq, che chiede con forza un intervento armato della Turchia.

Secondo il racconto di testimoni, i membri del Consolato turco sarebbero stati prelevati all’interno del compound al termine di un raid armato. In particolare è stata attaccata la residenza privata del Console, dove abitava con la famiglia. Un edificio simbolo per i sunniti perchè era la sede del Ministero della Difesa durante il regime di Saddam Hussein, affittata poi al Governo turco dall’Amministrazione postbellica.
Agli 80 ostaggi se ne sono aggiunti altri 15 il 17 giugno, operai edili rapiti a Dor vicino Tikrit, città recentemente liberata dall’assedio ISIS dai ‘peshmerga‘ dell’Esercito dello Stato curdo in Irak.  «Noi vogliamo l’intervento della Turchia. I 100 mila peshmerga curdi non possono resistere da soli contro l’ISIS», ha dichiarato Al Mahdi, portavoce dell’Iraqi Turkmen Front in videoconferenza da Kirkuk, città che, avverte sempre Al Mahdi, «sta di nuovo per cadere nelle mani dell’ISIS». Ma la notizia del rapimento di quasi un centinaio di cittadini turchi trattenuti come ostaggi in località segrete passa ancora nell’indifferenza generale del mainstream mediatico in Italia ma anche Europa. Lo stesso Governo turco ha firmato un decreto con il quale si impone ai media nazionali il silenzio stampa sulla vicenda  «per ragioni di sicurezza»: sarebbe in corso, infatti, una trattativa per il rilascio, mentre è stata smentita la richiesta di un riscatto per 5 milioni di dollari.
Uno dei camionisti rapiti, miracolosamente fuggito due giorni dopo e già in salvo in Turchia, ha raccontato di aver patito fame e sete insieme a una ventina di suoi compagni sequestrati in un magazzino.

Ma perchè, dunque, il rapimento di 95 cittadini turchi in Iraq da parte di ISIS, nel pieno della battaglia finale contro l’Esercito regolare irakeno del Primo Ministro Nouri Al Maliki?
Secondo alcuni osservatori, il rapimento è un messaggio contro l’inizio di un cambio di rotta che la Turchia ha avviato, proprio nelle ultime settimane, nei confronti della guerra civile in Siria, oggi praticamente uno scontro settario, tra i sunniti dell’ISIS e gli sciiti alewiti del Presidente siriano Bashar Hafez al-Assad rispetto a quella che era una vasta reazione antiregime esplosa tre anni fa con i moti di piazza nel 2011. Un conflitto che ha visto sin dall’inizio la Turchia apertamente schierata a favore dei ribellianti Assad, offrendo Istanbul come sede logistica sia dei comandi dell’Esercito Free Syrian Army  (Fsa) della Coalizione dell’Opposizione siriana, con il suo Governo e Parlamento in esilio. Fuoriusciti dell’Fsa, sono anche confluiti nell’ISIS, in lotta certo con Al-Nusrah, per il predominio su alcune postazione sia in Siria che in Iraq, ma organizzazioni sempre sotto l’ ‘ombrello’ di Al-Qaida, pronte a combattersi o allearsi a seconda della convenienza.
Il tre giugno scorso la Turchia ha definitivamente messo fine ad ogni ambiguo equivoco inserendo nella lista delle organizzazioni terroristiche legate ad Alqaida in Iraq, anche il fronte AlNusra, che combatte in Siria contro Assad. Lo ha fatto a distanza di due anni rispetto Usa e Onu, alimentando le accuse, sempre respinte, di appoggi logistici all’organizzazione, soprattutto consentendo il passaggio di militanti dall’Europa al confine.  
La Polizia turca ha appena arrestato in questi giorni ad Adana, nel sud est, 12 militanti di Al-Nusra che trasportavano due kg di gas sarin, diretti verso la Siria. Nel settembre 2013 proprio l’11° divisione dell’FSA, sostenuta dalla Turchia insieme a tutte le Nazioni dell’associazione Friends of Syria,  aveva stretto una alleanza con il fronte Al Nusrah a Raqqah, al confine con la Turchia mentre lo stesso Zakarya, portavoce dell’Fsa, confermò in quel periodo un accordo di collaborazione militare con Al-Nusrah.

 

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