sabato, Luglio 24

Il problema invisibile image

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C’è un problema, in Italia. Un problema strano, perché a forza di crescere, crescere, crescere, è diventato quasi invisibile. E invece è forse,tra tutti gli enormi problemi che abbiamo qui, il più atroce. Quello che non si risolve né con dieci riforme e nemmeno con la rivoluzione.

Spesso sui giornali si parla dell’ultima invettiva di Totò Riina, o della brillante operazione effettuata dalle forze dell’ordine che ha portato ad arresti, quasi sempre eccellenti nell’organigramma della malavita organizzata. Notizie a cui siamo abituati,notizie che raramente occupano un posto di grande rilievo sulle prime pagine dei quotidiani. Già, perché la sensazione che si prova, vivendo in Italia, non è quella di una ventina d’anni fa, quando mafia e camorra facevano stragi ben mirate,o regolavano i conti per strada con sparatorie da far west. Qualcuna ce n’è ancora, d’accordo, ma non più di ciò che accade all’esterno degli stadi tra presunti tifosi.

Il fatto è che, come tutti sappiamo almeno da quando Roberto Saviano ha pubblicato il suo “Gomorra”, la malavita organizzata di matrice mafiosa ha edificato pazientemente uno stato parallelo, con un suo Pil, ricavi enormi da attività in tutti i campi dell’economia e la possibilità concreta di offrire posti di lavoro anche all’estero.

Si è arrivati a questo grazie all’abilità dei capi e al potere che i grandi capitali hanno, direi per loro natura, su chi gestisce il potere “ortodosso”.

I capi attuali non somigliano più al pittoresco Riina, sono giovani manager a tutti gli effetti, che comprano e vendono immobili e aziende intere, trattano da pari a pari coi manager dello Stato, gestiscono attività commerciali dai nomi ben conosciuti e che di conseguenza sono fiscalmente note e contribuiscono pertanto al gettito erariale. Stando paradossalmente ben più attenti di altri a non farsi cogliere in fallo per motivi che non c’è bisogno di spiegare.

A Roma tutti vanno a mangiare in questa o quella pizzeria, pur sapendo in modo vago che i proprietari hanno aperto il locale, spesso una catena di locali, contando su cifre di cui nessun commerciante può ragionevolmente disporre. Tutti possono facilmente notare che ci sono esercizi sempre a corto di clienti, per non dire costantemente e desolatamente deserti, che vendono giacche a 500 euro e cravatte a 70 ma restano lì, indifferenti alla crisi. E’ ovvio che questi esercizi se ne fregano bellamente del proprio volume d’affari, essendo in piedi esclusivamente per l’esigenza di riciclare capitali poco puliti. Mentre altri commercianti, i cui negozi non raggiungono il necessario rapporto costi di gestione-smercio dei beni in vendita sono costretti a chiudere dopo poco tempo di attività.

Un altro esempio: nella capitale sono proliferate nello spazio di pochi mesi decine e decine di frutterie, gestite per lo più da immigrati nordafricani, bravi lavoratori che vendono la loro merce a prezzi fortemente concorrenziali. E altri immigrati di provenienza invece asiatica, in genere Pakistan e dintorni, hanno aperto simultaneamente, in zona centralissima, piccoli supermarket aperti senza sosta, né settimanale né oraria. Una bella comodità per i cittadini, e un esempio di dedizione al lavoro per i commercianti nostrani, senza dubbio. Ma chi ha sostenuto i costi rilevanti dell’avvio di queste imprese? E cosa ci guadagna? Non varrebbe la pena, sindaco Marino, di fare qualche controllo approfondito sulla situazione fiscale e documentale di qualche esercizio invece di piangere sulla chiusura ormai giornaliera delle attività artigianali che caratterizzavano il centro storico, garantendo la sopravvivenza di antichi mestieri come il fabbro, il falegname, il restauratore?   Perché l’inarrestabile marea delle botteghe cinesi nel rione multietnico dell’Esquilino, ormai insufficiente a contenerne l’espansione, induce al retropensiero, magari errato e ingiusto, che dietro questa onda impetuosa ci sia magari qualche connivenza poco trasparente? La presenza di vigili urbani e di unità della Guardia di Finanza in questo vastissimo rione appare praticamente nulla, almeno per quello che si può percepire a vista d’occhio,naturalmente.   

Ci si potrebbe aspettare, al termine di questo sconsolato articolo, qualche suggerimento o qualche ipotesi di provvedimento da adottare per correggere e poi invertire tendenze silenziosamente  rovinose per un paese che aspiri a diventare civile, ma non ne ho. La situazione è compromessa a tal punto che la lotta condotta sul piano militare al crimine organizzato, indispensabile e sacrosanta, appare come un corollario di routine quotidiana. Nessuno sembra realmente più credere che l’arresto di questo o quel boss sia davvero risolutivo per il problema invisibile. L’unica strada percorribile è quella recentemente intrapresa per controllare lo scandalo di proporzioni terrificanti venuto alla luce (per fortuna ci sono ancora magistrati e servi dello Stato integerrimi e combattivi) nella fase ormai finale della realizzazione del Mose veneziano e dell’Expo di Milano. E cioè la collocazione strutturale di controllori inflessibili nei ruoli chiave dello svolgimento almeno degli appalti di grandi proporzioni, nei quali certe presenze sono così assiduamente costanti da suggerire la battuta, amarissima, che la mafia sia permeata da infiltrazioni statali.

Che il Cielo gliela mandi buona, a Raffaele Cantone e a chi lo affiancherà.  E, soprattutto, non lasciamoli soli questi eroi del nostro tempo, in attesa che lo Stato dimostri di aver capito come si combatte la guerra al problema invisibile.  

 

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