giovedì, Luglio 29

Il primo creativo, l'ultimo dandy Mario Lanfranchi, ‘profeta del noir’, sperimentatore della tv, ideatore dei ‘caroselli’

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«Eravamo convinti di cambiare il mondo, e forse, ahimè, è stato così». Mario Lanfranchi, maestro d’arte e d’ironia, è l’ultimo dei grandi registi che tra i ’60 e i ’70 rinnovarono a fondo il cinema italiano nell’ultima grande stagione di gloria, quando i film ‘Made in Italy’ rivaleggiavano con le ricche produzioni a stelle e strisce, superandole, molto spesso, in originalità e vitalità. Oggi quella storia è finita da un pezzo, ma ascoltando il regista parmense, un vero e proprio cosmopolita, vissuto tra Londra, Roma e New York, sembra che quel periodo, illuminato dalle incredibili storie di un’Italia che cresceva, e faceva crescere anche le sue arti, non sia mai finito; catturati dalle mirabolanti narrazioni di Lanfranchi, noi – attori non protagonisti di un presente assai più grigio – possiamo ancora perderci in quella primavera di sogni collettivi e speranze, in quel mondo denso di fascinazione estetica.

Oggi Lanfranchi ha 88 anni, vitalità e ironia che sprizzano da tutti i pori, attraverso un’aneddotica infinita, che seduce e non risparmia nulla. Ogni suo racconto evoca un’atmosfera. Della sua vita privata ci regala uno sprazzo che la dice lunga sul tipo: “Quando stavo con Eleonora Giorgi, un giorno lei entra in casa e mi dice: “Esco con Claude”. Io la guardo, un po’ incuriosito da quell’affermazione, e le chiedo: “In che senso ? Vuoi dire che vai a fare una passeggiata con Claude ?” “No”, risponde lei. “Vado proprio via, ho già fatto le valigie. Ciao”. E giù una risata”.

In quegli anni Lanfranchi e altri autori riscrivono le regole del cinema ‘noir’ attardatosi un po’ stancamente sui personaggi dei film americani, i detective falliti e le bellezze fatali, Humphrey Bogart e Lauren Bacall. Totalmente nuovo è stato il modo, insieme realistico e visionario, con cui Lanfranchi ha saputo trasfigurare quella materia incandescente.

«Noi abbiamo rivitalizzato un genere che sembrava, così, un po’ fossilizzato e inamidato. Abbiamo cercato, attraverso i colori locali e i sapori italiani, di dare nuova linfa, uno scatto in più sul piano della spietatezza, della crudeltà più assoluta. Abbiamo rivisitato e promosso il male al rango di bene». (Lanfranchi, nel 1976, girò ‘Genova a mano armata’ ndr). Un’operazione stilistica, che in seguito, ha contaminato beneficamente anche il cinema d’oltreoceano.

Lanfranchi ha diretto anche un western, ‘Sentenza di morte’ del 1968. “Anche nel western americano, che era appiattito su ingredienti che tutti conosciamo – il bianco e il selvaggio, l’eroe buono e il cattivo stereotipato, il cowboy della civiltà e il nativo pellerossa – improvvisamente si è scoperta questa freddezza e questo rigore. Il principio base fu la rinuncia ad ogni sentimentalismo, come dovrebbe essere ogni opera d’arte; gli antichi maestri, in tutte le arti, erano freddi: asciugare e impoverire per rendere l’opera essenziale”.

Inevitabile il passaggio sul regista americano, che più volte, pubblicamente, ha elogiato i film e gli attori di quella stagione dei ‘polizieschi all’italiana’: Quentin Tarantino. Il ‘profeta del noir’, così viene ancora definito Lanfranchi, non è certamente né diplomatico, né tenero nei confronti del regista di ‘Pulp Fiction’:

“Non sono un ammiratore di Tarantino, lo sono per la sua capacità commerciale di vendersi bene. E’ un ladro, molto bravo, di idee altrui, pur riuscendo a rappresentare questi furti sublimi come invenzioni del suo genio. E’ bravo, ma non lo amo. In un recente libro sul genere western ho letto che Tarantino, per il suo ‘Django Unchained’, avrebbe preso a modello, come struttura, il mio ‘Sentenza di morte’. La cosa, dopo aver visto il suo film, non mi lusinga affatto. Tutto è già stato scritto e rappresentato, troppo difficile trovare qualcosa di nuovo da dire. Quando vedi un nuovo film, hai sempre l’impressione di averlo già visto. Hai la sgradevole sensazione di assistere a qualcosa di costruito artificialmente al computer. Per aggiornarmi sulla situazione italiana, ho comprato quattro dvd di film italiani recenti, e in tutti e quattro, nei titoli di testa, appariva come produttore Rai Cinema. La Rai, la televisione ! Che c’entra la televisione con il cinema ? Parlo di produzione. La tv deve produrre tv, non modestissimo cinema con i soldi dei contribuenti. Ho tentato di guardare ‘La grande bellezza’ di Paolo Sorrentino, che ha vinto l’Oscar per il miglior film straniero, ma non ci sono riuscito, ho dovuto smettere dopo un quarto d’ora. Mi domando che cosa dovevano essere gli altri film candidati, se questo era il migliore. Il fatto che una volta all’anno esca un film guardabile non modifica la mia opinione. Uno scenario da fine del mondo? Credo di sì. Dovremmo inventarci una nuova forma di spettacolo, ma ormai è stato sperimentato tutto”.

Poliedrico, alla ricerca continua di stimoli, inesauribile narratore, artista trasversale, una vita autenticamente avventurosa, Lanfranchi fu tra i giovani registi che ebbero il compito di ‘inventare’ la tv ai suoi albori.

Avevo frequentato l’Accademia dei Filodrammatici di Milano. Il saggio finale, dove era presente tutta la Milano teatrale, fu un disastro, ma alla fine sentii un suono per me incredibile: quello degli applausi. Venne verso di me il critico del ‘Corriere della Sera’ Raul Radice con la mano alzata, pensavo volesse schiaffeggiarmi, invece mi diede una pacca sulla spalla e, incredibilmente, si complimentò: “Bravo, quelle pause, quelle sospensioni…geniali !”; in realtà erano i miei attori che si erano dimenticati le battute. Piovvero elogi anche dal prim’attore del Piccolo Teatro di Milano, Gianni Santuccio. Mi chiamò e disse: “Bravo, ti scritturo e ti faccio debuttare in teatro come regista e come attore”. Poi seppi cos’era accaduto: Santuccio aveva attaccato lite con Giorgio Strehler, il direttore del Piccolo, e andandosene, così da divo, gli aveva promesso: “Giorgio, io ti dimostrerò che avrò successo anche senza di te col primo ‘coglioncello’ uscito dall’Accademia”. Ero io”.

“In quell’occasione era presente anche un altro personaggio, fondamentale per la radio, e soprattutto, per la nascente televisione, Sergio Pugliese; mi cercò e avanzò una proposta: “Stiamo sperimentando la televisione, le interessa ?” “Come no !” Ovviamente accettai. Fu un’avventura affascinante, pensavamo di rivoluzionare il mondo con questo nuovo mezzo, cosa che è realmente avvenuta, in negativo però, e quindi mi scuso”.

Ma c’era una linea editoriale, una missione per questa tv, nuovo mezzo di comunicazione per allora?
“Nel periodo sperimentale si faceva davvero di tutto. Certamente era una buona televisione costruita sulla cultura con la c minuscola, ma non sussiegosa. In quella fase eroica spaziavamo dal telegiornale a Shakespeare. Io, che venivo dal mondo del melodramma, portai in televisione l’opera lirica, fiore all’occhiello della Rai degli esordi. A Milano, lo Studio 2, che era il più grande d’Europa, non bastava; il mio piacere era pensare che queste opere arrivavano anche sulle montagne del Molise a gente che mai più nella vita si sarebbe aspettata di assistere a ‘La Traviata’ di Giuseppe Verdi. La tv faceva entrare nelle case l’opera, la musica e il teatro, una missione culturale che purtroppo è stata abbandonata da un pezzo”.

L’opera lirica, per il regista, è stato il primo amore, l’ambito attraverso cui la sua creatività è successivamente esplosa.

“L’opera ? Beh, nell’opera ci sono nato. Mio padre, che era sovrintendente del Regio di Parma, mi portò in teatro quand’ero ancora in fasce, per mostrarmi ai suoi dipendenti. Ero bellissimo, dicevano, poi mi sono leggermente guastato. L’opera mi ha fatto girare il mondo. Arrivai persino a Cuba, nell’inverno del ‘58, scritturato per la stagione lirica invernale a L’Avana. La città era gestita dai gangster italo-americani che dominavano l’Isola in combutta col presidente dittatore Fulgencio Batista. L’Avana dell’epoca era una specie di capitale del piacere e dei traffici, il regno dell’illecito e dell’azzardo. Il divertimento era ovunque, perfino nelle strade, a qualsiasi ora del giorno e della notte. Una festa continua. Ogni albergo era anche Casinò, compreso quello di gran lusso dove abitavo io, il mitico ‘Hotel Nacional de Cuba’. Al mattino facevo colazione molto presto, prima di andare in teatro per le prove de La Bohéme, e contemporaneamente, con una brioche in mano, puntavo centinaia di pesos e dollari alla ‘roulette’ o al ‘baccarat’. La mia paga era principesca, potevo permettermelo. I gangster venivano spesso ad assistere alle prove, amavano molto l’Opera, erano educati e silenziosi. Charles Gambino, che aveva sulla coscienza una ventina di omicidi, alla scena finale, la morte di Mimì, si commosse e pianse. Ma il Natale di quell’anno fu segnato da un fatto che cambiò la Storia: a l’Avana era in arrivo un signore con la barba di nome Fidel Castro con i suoi ‘Barbudos’. L’esercito di Batista stava cedendo. I gangster ci caricarono precipitosamente su un aereo e fuggimmo tutti verso Miami. La stagione lirica non si fece mai”.

In Italia, Lanfranchi si dedicò alla nascente televisione. L’attività dello sperimentatore diede impulso all’attività del cineasta: “Con la televisione realizzai i primi documentari e in questo modo presi confidenza con la macchina da presa; ho imparato a girare i film praticamente senza un maestro, così, con l’esercizio. Dal cinema ero già attratto per una questione di pelle e di richiami che mi venivano da dentro, ma in realtà lo assimilai nei primi anni della televisione”.

Lanfranchi non è solo un rigoroso professionista, è un uomo a tutto tondo, con simpatie e debolezze; molto vicino al mondo britannico (ha vissuto a Londra sino a pochi anni fa), il regista è un grande scommettitore. Tra una battuta e l’altra sui suoi successi televisivi, teatrali e cinematografici, racconta l’episodio di una sua ‘puntata’ quanto meno eccentrica e dissacrante: “Ho scommesso su tutto perché in Inghilterra scommettono su tutto: una volta venne in visita a Londra Madre Teresa di Calcutta che si sentì male; era giovedì e io scommisi che sarebbe morta entro il sabato successivo. Ottenni una quota discreta, ma Madre Teresa non morì”.

La passione per le corse dei cavalli e dei cani è un altro argomento imprescindibile nelle divagazioni di Lanfranchi: “Ho avuto molta fortuna con i levrieri. Con uno di questi, si chiamava ‘El Tenor’, ho guadagnato tantissimo; si rivelò il più grande campione di corse ad ostacoli di ogni tempo (102 vittorie, record tuttora imbattuto nella storia dello sport ndr). Era un cane straordinario, tanto che nel 1999 venne indicato dalla stampa inglese come sportivo dell’anno, battendo la concorrenza degli atleti umani. Era talmente popolare tra i ‘bookmakers’, che una sera, il mio amico editore Franco Maria Ricci, presentandomi a degli amici, disse: “Ecco l’unico caso conosciuto di un uomo mantenuto da un cane”. Oggi ‘El Tenor’ è impagliato al Museo della Scienza di Londra. Persino il ‘Corriere della Sera’ gli dedicò un articolo in prima pagina, con tanto di foto. Per l’unica volta ero riuscito ad avere la prima pagina del ‘Corriere’, ma non per le mie regie, bensì per il mio cane”.

Dici Mario Lanfranchi e dici tutto: storia del cinema, della lirica, del collezionismo di opere d’arte, del teatro, della televisione italiana. Ecco, la televisione, una tappa fondamentale segnata dalla creazione di uno di quei programmi rimasti indelebilmente impressi nella memoria degli italiani: ‘Carosello’, la culla della pubblicità in tv, andato in onda sul Programma Nazionale, e poi sul Primo Canale della Rai, dal 3 febbraio 1957 al 1º gennaio 1977, per un totale di 7.261 episodi.

Prima di allora si poteva procedere solo per garbate allusioni, riferimenti artistici, richiami subliminali. Il fascismo prima, la Dc dopo, vegliavano sui costumi degli italiani. Quando scoppia il boom della pubblicità, la Rai inventa, appunto, Carosello e attorno a quel formidabile propulsore economico costruisce un teatrino barocco, con una sigla entrata nell’immaginario, arricchita da una fanfara di trombe e mandolini, di angeli e sipari. Carosello veniva trasmesso quotidianamente dalle 20.50 alle 21.00, tranne il Venerdì Santo e il 2 novembre. Un orario che contribuì all’enorme successo del programma; per molti anni rimase infatti fra le trasmissioni televisive più amate, un tipico appuntamento della famiglia italiana, tanto che ancora oggi la frase ‘a letto dopo Carosello’ è parte del linguaggio comune. Un rigido ‘format’, diremmo oggi, congegnato in maniera tale, da attrarre e condizionare in modo impeccabile.

Si calcola che la trasmissione fosse seguita da circa 19 milioni di telespettatori, un indice d’ascolto e un gradimento del pubblico ancora oggi stratosferici, soprattutto se raffrontati agli apparecchi in circolazione.

Guai, soprattutto nel primo decennio di messa in onda, a parlare di sesso, guai a mostrarlo. L’unico a rompere il tabù fu proprio Mario Lanfranchi, ideatore dello ‘sketch‘ più conturbante tra i ‘caroselli’ che accompagnarono le serate degli italiani negli anni ‘60: protagonista la modella tedesca Solvi Stubing, la bionda di ‘Chiamami Peroni, sarò la tua birra’. “Non so come, non so in che modo, ma quella pubblicità passò” ricorda oggi Lanfranchi. “La commissione di vigilanza, la censura, non si accorse o forse fece finta di non accorgersi di quell’ammiccamento sexy”.

Tuttavia, le immagini shock, costruite su atteggiamenti e modelli sessuali molto più espliciti e seducenti, arriveranno solo intorno agli anni ’70, con la campagna di un jeans e lo slogan, al limite della blasfemia, “Chi mi ama mi segua”. Nell’era Lanfranchi, escluso il caso della ‘bevanda bionda’, siamo ancora nel regno di ‘Papalla’, ‘Calimero’ e ‘Jo Condor’.

Erano gli anni del rapidissimo mutamento della società italiana. La pubblicità accompagnò il passaggio, da uno stato di arretratezza culturale ed economica, a una fase di benessere diffuso e scolarizzazione elevata. Di questo cambiamento la pubblicità è stata lo specchio, anche anticipando e legittimando modelli, che per la loro accessibilità, hanno finito con l’assumere la forma della naturalezza. La pubblicità, proprio allora, diventando espressività, ha sancito l’ingresso degli italiani nella civiltà dei consumi.

Con il socio Sandro Bolchi, il più celebre regista della Rai degli inizi, autore di tutti i grandi sceneggiati di allora come ‘Anna Karenina’, ‘Il Mulino del Po’ e ‘I fratelli Karamazov’, Mario Lanfranchi dà vita ad una società di produzione creativa per realizzare le scenette.

Proprio per via del format, la Rai ne aveva appaltato l’intera ideazione e produzione a privati, sotto la supervisione della Sipra, coinvolgendo il fior fiore della cultura nazionale del tempo. Gli sketch di Carosello erano girati con le caratteristiche e le tecniche cinematografiche, su pellicola 35 mm, rigorosamente in bianco e nero: secondo Jean-Luc Godardil prodotto migliore del cinema italiano“, giudizio forse un po’ troppo sprezzante, ma sicuramente rapportabile al fatto che le 42mila scenette andate in onda coinvolsero circa 160 case di produzione, con un lavoro stimato, equivalente alla realizzazione di 80 film, il 57% della produzione cinematografica italiana di quegli anni.

Tra i registi che si cimentarono nei ‘caroselli’ il gotha del cinema italiano: Pupi Avati, Ermanno Olmi, Gillo Pontecorvo, Paolo e Vittorio Taviani, Sergio Leone, Pier Paolo Pasolini e Federico Fellini, solo per citarne alcuni, che si avvalsero di alcuni grandi attori della scena italiana e dello star system hollywoodiano.

“Siccome la Rai pagava  poco”, ricorda Mario Lanfranchi, “dovevamo arrotondare, e ci venne l’idea di una società creativa che fornisse alle grandi aziende, che volevano fare pubblicità, un pacchetto completo, un prodotto finito, senza troppi passaggi e senza la mediazione di agenzie. I clienti erano molto diversi e con ciascuno bisognava adottare una certa tattica, ma eravamo attori e sapevamo il fatto nostro. L’imprenditore Michele Ferrero, quando cominciò ad investire sulla pubblicità, stanziò una cifra molto alta. Ferrero aveva la preoccupazione di far dimenticare suo padre che si era reso colpevole di un ‘crimine di guerra’: era stato il creatore del famigerato ‘nocciolato’, una specie di salame fatto con farina di carruba, fagioli e nocciole che veniva venduto nei negozi a centimetri. Per questo Michele Ferrero aveva il problema di cancellare la memoria del nocciolato e la sua cattiva qualità e noi gli esponemmo l’idea per elevare il tono e l’immagine dell’azienda: nacque così l’idea del ‘Volto Amico’, un personaggio strano, a metà tra il giustiziere e l’angelo salvifico, interpretato dall’attore Charles ‘Van’ Johnson. Nelle scenette dei ‘caroselli’ questa entità interveniva per aiutare il bambino in difficoltà. Si realizzava, così, una simbiosi positiva con l’azienda. Ferrero pensò, tuttavia, che fosse un’idea troppo sottile. Ricordo che era solito riunire tutti i dipendenti in una sala di proiezione, dal fattorino al direttore generale, invitando ognuno ad esprimere un parere sulla pubblicità appena creata. Al termine di una proiezione, l’osservazione di una dattilografa sulla cravatta troppo elegante del ‘volto amico’, fece virare verso un’impostazione più popolare e si pensò al genere del cartone animato da cui scaturirono i fortunatissimi ‘Gigante Amico’ e il suo avversario ‘Jo Condor’, un avvoltoio vestito da militare, con un mirino sulla punta del becco. Insieme al fedele ‘Secondor’, disturbava la vita della ‘Valle Felice’, distruggendo le cose amate da tutti gli abitanti. Alla fine i bambini chiedevano aiuto al Gigante che interveniva riportando la pace e punendo ferocemente l’avvoltoio. Il messaggio, insomma, voleva essere rassicurante e a tratti con pretese persino pedagogiche”.

L’attività di Mario Lanfranchi, sul versante della creatività pubblicitaria, restituisce un affresco delle dinastie industriali italiane, protagoniste, e in buona parte artefici, del miracolo economico dei primi anni ’60.

“Uno degli imprenditori più ostici che riuscimmo a conquistare fu Aristide Merloni, capostipite del grande gruppo industriale di Fabriano, allora a conduzione familiare, attivo nel settore degli elettrodomestici con la linea di punta rappresentata dall’Ariston. L’idea era quella di immaginare una natura portatrice della novità più ‘ecologica’ di sempre: gli elettrodomestici. Bolchi, che esponeva l’idea, rivolgendosi a Merloni, disse: “Se io le proponessi una casa dove si aprono quattro pareti e improvvisamente entra la natura circostante che poi si condensa in elettrodomestici Ariston lei cosa direbbe ?”. Merloni, a quel punto, rivolse la domanda al suo cane, un ‘bassethound’ che lui chiamava Luigi: “Luigi cosa ne pensi ?” Dopo qualche secondo, traducendo l’espressione dell’animale, l’imprenditore sentenziò: “E’ chiaro anche a lui, mi sembra una gran stronzata!” Allora Bolchi, prontissimo disse: “Appunto!” e indicò me, come se tenessi in serbo qualche jolly, qualche asso nella manica. Io mi sentii svenire perché non avevo alternative, ma guardando il cane mi venne un’idea brillante: “Ecco”, indicai Luigi, “i fedelissimi”. E nacque così il motto di Ariston, uno ‘slogan’ basato sul concetto assolutamente vincente della fedeltà. Grazie al bassotto dell’imprenditore Merloni che mi ispirò quel lampo di creatività”.

La regola principale del Carosello era che la parte di spettacolo, la ‘scenetta’, della durata di 1 minuto e 45 secondi, doveva essere rigidamente separata e distinguibile da quella puramente pubblicitaria, il ‘codino’, della durata di 30 secondi. Questa struttura esigeva un grande lavoro.

“La creazione richiedeva forse più attenzione di un film”, spiega Lanfranchi. “Per ogni carosello dovevamo realizzare la ‘storyboard’, ovvero una rappresentazione grafica, sotto forma di sequenze delle inquadrature, riprodotte in ordine cronologico. Una vera e propria sceneggiatura disegnata. La tempistica condizionava il lavoro, quasi sempre impostato su codici teatrali. Alla parte artistica doveva poi affiancarsi il messaggio pubblicitario. Si trattava di un programma televisivo che doveva bilanciare una duplice valenza: la prestazione artistica ed ovviamente il contenuto promozionale. Gli italiani ricordavano i prodotti attraverso la scenette. Fu una rivoluzione del costume”.

Tra le ‘perle’ firmate da Lanfranchi ‘I futuribili’ per la Mobil, raffinato carosello, diretto da Mario Bava, per la cui realizzazione vennero utilizzati per la prima volta effetti speciali. E, ancora, tra i più noti, il Cynar con l’imperturbabile Ernesto Calindri che seduto a un tavolino assediato dal traffico, suggeriva lo slogan diventato celebre: “Contro il logorio della vita moderna”.

A 88 anni Mario Lanfranchi non smette di incuriosirsi e sorprendersi, di suggerire ed esplorare, di giocare con l’ironia e l’humor inglese, con l’intelletto e la passione. Medicine contro il tempo. Un uomo assetato di vita fino allo spasimo. “Sono un ottimista, per cui non ho paura del futuro, penso sempre che mi porti qualcosa di interessante”. Il suo sguardo è rivolto al domani, ancora una volta, alla ‘sua’ Genova dove girò una delle opere ‘cult’ della sua carriera: “Genova a mano armata”.

“Genova è la città più bella del mondo, la più cinematografica, seducente come una donna, perché piena di misteri. A Genova c’è tutto. Dico tutto. Gli stili architettonici sono rappresentati al massimo livello qualitativo, dal romanico al barocco, dal liberty al super-moderno. C’è il mare e la montagna, il turpe e il sublime. Trovi tutte le atmosfere, le più disparate, l’eleganza raffinata di palazzi e gallerie e l’artistico degrado dei ‘caruggi’. Giri per la città a piedi, o meglio ancora in macchina, ed è una continua sorpresa. Sfrecci su una di queste meravigliose sopraelevate (ai tempi del mio film ce n’era una sola), immergendoti in una infinita varietà di agglomerati urbani. Improvvisamente, da un gruppo di case popolari, spunta di slancio, esplode verso l’alto, un meraviglioso campanile gotico. Ti inerpichi per una stradina a gradoni, circondato, e quasi soffocato, da bellissime case di varie epoche, ti giri un attimo e sbam !, vieni investito da una vista sterminata che toglie il fiato, una visione panoramica della città bassa e del porto”.

Proprio a Genova, Mario Lanfranchi sogna di poter girare ancora un film, rinverdendo, al fianco di giovani collaboratori, il genere ‘noir’, e dare magari una scossa al cinema italiano.

“Se posso fare una critica a me stesso, alla mia vita già abbastanza lunga, è di aver cercato troppo spesso il gioco, l’avventura, il nuovo. Ho pagato per questo, ma mi sono anche molto divertito. Il mio sogno ricorrente ? Finire al cospetto di un Tribunale per qualche crimine, ed essere condannato a rivedere per l’eternità i miei caroselli. Esiste una pena più atroce ?”.

 

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