sabato, Settembre 25

Il Presidente in un vicolo cieco Il rischio di un conflitto razziale che coinvolge tutta la regione dei Grandi Laghi

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Il 21 marzo scorso il parlamento burundese ha bocciato la proposta presidenziale della revisione della Costituzione per un voto, impedendo così al Presidente Pierre Nkurunziza di potersi candidare al terzo mandato e di istituzionalizzare il progetto di dominio razziale hutu sul Paese.

Il partito al potere, CNDD-FDD è stato “tradito” da un Parlamentare tutsi che all’ultimo momento ha votato contro. I principali partiti di opposizione hanno boicottato la seduta parlamentare in segno di protesta.

Secondo fonti diplomatiche il Presidente Nkurunziza era certo di un voto favorevole grazie alla meticolosa opera di intimidazione e corruzione svolta durante le due settimane che hanno preceduto il dibattito parlamentare. La votazione del 21 marzo 2014 doveva rappresentare solo un atto formale.

A grande sorpresa il parlamentare tutsi, forse anch’esso precedentemente corrotto, all’ultimo momento ha votato contro facendo mancare il quorum necessario per la modifica della Costituzione.

«Il Parlamento ha votato per non modificare la Costituzione mantenendo il limite di due mandati presidenziali. Tuttavia il Presidente Pierre Nkurunziza sta individuando altre vie per ottenere la revisione costituzionale. Ci sono delle persone che amano pensare che la questione sia chiusa. Purtroppo per loro la revisione costituzionale rimane un obiettivo da raggiungere», afferma lo scorso 5 aprile Edouard Nduwimana, Ministro degli Interni, al settimanale ‘The East African.

La bocciatura ricevuta dal Parlamento è un duro colpo per i piani di potere assoluto nutriti dal Presidente Nkurunziza. La legge burundese prevede la possibilità di ripresentare la proposta di riforma Costituzionale dopo un anno dall’attuale discussione parlamentare.

Una soluzione non fattibile in quanto la proposta sarebbe ripresentata al Parlamento due mesi prima delle elezioni previste nel giugno 2015. Anche se il Presidente Nkurunziza ottenesse il successo negatogli ora, non vi sarebbe il tempo necessario per costituire una Commissione di Revisione Costituzionale, costringendo il Governo ad approvare la possibilità di accedere ad un terzo mandato e promulgare una nuova Costituzione senza i necessari e obbligatori studi della Commissione, rendendo il nuovo testo non valido sotto il punto giuridico e politico.

Esperti regionali concordano che la sola possibilità di ottenere la revisione della Costituzione sia quella di attuare un colpo di stato istituzionale che metterebbe però il Presidente Nkurunziza in una posizione di illegalità a livello internazionale.

Il Burundi è un paese considerato a livello continentale e mondiale importante solo per la sua posizione geostrategica e politica, essendo il nodo principale della conflittualità tra tutsi, hutu e bantu non ancora risolta a livello regionale. Il minuscolo paese africano non ha giacimenti di petrolio o minerali preziosi di rilievo. La produzione, il mercato interno e l’economia generale del Burundi  sono totalmente irrilevanti a livello regionale. Questi dati di fatto rendono estremamente difficile un eventuale appoggio della Comunità Internazionale o dell’Unione Africana ad un colpo di stato, che dovrebbe basarsi su calcoli puramente politici.

Tali calcoli esporrebbero ogni potenza regionale o straniera al rischio di essere identificata come una sostenitrice del progetto di realizzare una dittatura razziale hutu nel Burundi di cui esiti ed epilogo sono stati già osservati in Rwanda nel 1994.

Al momento il tentativo di creare un fronte unito di opposizione popolare intersociale che esca dalla trappola del confronto tra hutu e tutsi sembra subire un congelamento. Il principale partito di opposizione tutsi, l’UPRONA, sta incontrando serie difficoltà dopo la violenta repressione delle manifestazioni avvenute a Bujumbura (capitale del paese) il 8 marzo 2014, in occasione della Festa della Donna.

Attualmente l’opposizione ai piani del Presidente Nkurunziza si manifesta presso la diaspora burundese all’estero. Alla fine di marzo varie proteste sono state indette dalle diaspore burundesi che vivono a Toronto (Canada), Washington D.C. (Stati Uniti) e a Brussel (Belgio). La diaspora burundese in Belgio ha protestato in massa in occasione del meeting tra l’Unione Europea e l’Unione Africana.

Pur essendo importanti per sensibilizzare l’opinione pubblica internazionale sulla situazione esplosiva del paese, le manifestazioni della diaspora hanno un impatto limitato e negativo in quanto composte per la maggioranza da cittadini burundesi di origine tutsi, creando involontariamente la sensazione che il problema in Burundi riguardi esclusivamente le due classi sociali e non la struttura politica ed economica del Paese.

Il Presidente Pierre Nkurunziza sembra essere stato completamente disorientato dalla sconfitta riportata in Parlamento lo scorso 23 marzo. Questo lo sta spingendo ad attuare scelte politiche regionali contraddittorie e controproducenti.

Dopo una timida presa di distanze dall’asse bantu con la Tanzania, proposto dalla Cellula Africana del Eliseo, nota anche come France-Afrique e il riavvicinamento ai tre Paesi più importanti della Comunità Economica dell’Africa Orientale (East African Comunity): Kenya, Rwanda e Uganda, il Presidente Nkurunziza è ritornato sui suoi passi proprio il giorno della commemorazione del Ventesimo anniversario del genocidio in Rwanda.

Come il suo omologo tanzaniano, il Presidente Kikwete, Nkurunziza ha scelto di non partecipare alle commemorazioni tenutesi a Kigali, Rwanda, lunedì 07 aprile 2014, inviando personaggi politici di secondo ordine.

Un errore considerato a livello regionale estremamente grave in quanto innesca un intreccio ideologico estremamente pericoloso. La mancata partecipazione dei due presidenti alle commemorazioni offre il fianco alle critiche dei loro detrattori che li accusano di voler promuovere una politica regionale razziale basata sulla supremazia dei hutu e bantu a danno delle popolazioni di origine tutsi. Il fatto che la loro assenza sia coincisa con quella dell’Ambasciatore francese in Rwanda, rafforza il sospetto che Burundi e Tanzania abbiano scelto di abdicare alla loro politica estera, ponendosi sotto l’ombrello della Francia ed attuando decisioni geostrategiche non prese a Bujumbura o Dodoma (la capitale della Tanzania) ma a Parigi.

Messaggi estremamente pericolosi che si innescano nella difficile e delicata fase contemporanea della Regione dei Grandi Laghi dove la polarizzazione etnica viene artificialmente esasperata dalla Francia desiderosa di ripristinare il suo impero coloniale nella regione.

Questa fase storica, se non abilmente gestita dai Paesi dei Grandi Laghi per rafforzare la necessità di integrazione sociale, economica e politica dei diversi popoli, potrebbe portare ad una serie di violentissimi conflitti inter stato e guerre civili tutti collegati tra di loro dal comune denominatore dello scontro tutsi bantu e dal desiderio di regolare i conti in sospeso.

Da una parte il desiderio di rivincita e di riconquista del potere dei partiti razziali nazisti hutu e della Francia, che tentano di appagare attraverso una guerra di invasione in Rwanda e un dominio assoluto in Burundi. Dall’altra l’esigenza di difendere la sopravvivenza dei tutsi, sterminando ogni opposizione militare politica con chiare tendenza razziali di Hutu Power, attraverso avventure militari al est del Congo e esecuzioni extra giudiziarie di oppositori politici al estero e riconquisto del potere perduto in Burundi.

Una simile contrapposizione, se divenisse un dato di fatto, creerebbe un conflitto bellico regionale caratterizzato da una frammentazione in sottoconflitti e guerre civili di una violenza e brutalità inaudita ma già osservate in Rwanda nel 1994.

Gli avvenimenti in Burundi e al est del Congo stanno contribuendo a rafforzare l’eventualità di una escalation di biblica violenza: occhio per occhio, dente per dente. La tensione è evidente ovunque così come gli ingenti acquisti di armi e munzioni, da Kampala a Kigali, da Bujumbura a Kinshasa.

La temperatura sta raggiungendo il punto critico. Occorerebbe spegnere la fiamma. Putroppo, recenti segnali sembrano indicare che la fiamma non è stata spenta ma rafforzata dal Grande Vecchio della Regione dei Grandi Laghi: il Presidente ugandese Yoweri Museveni.

Il suo discorso del 7 aprile scorso a Kigali per l’inzio delle commemorazioni del Ventesimo anniversario del Genocidio, non lascia spazio ad interpretazioni, lanciando un sinistro avvertimento agli avversari regionali ed europei.

«Come veterano patriota di questa regione, desidero mettere in guardia quelli che stanno avendo la loro luna di miele con i genocidari. É giusto che conoscano la realtà. Noi rappresentiamo un blocco unico di patrioti pronto a sconfiggere i traditori e i loro stostenitori stranieri. Noi siamo ora più forti politicamente, militarmente, socialmente ed economicamente».

 

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