martedì, Ottobre 19

Il potere delle agenzie di rating

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Nel frattempo, la Aig e le altre società assicurative avevano iniziato ad immettere sul mercato un elevatissimo numero di Credit Default Swap (Cds), degli strumenti derivati che si riallacciano alla catena dei Collateralized Debt Obligation allungando la filiera delle interconnessioni. Acquistando Cds, gli investitori assicurano i Cdo da eventuali perdite, che la compagnia assicurativa emittente si sobbarca l’onere di rimborsare. La prospettiva dei grandi profitti a breve termine alimentò corposamente il mercato di questi specifici strumenti derivati, il cui acquisto consentì agli investitori di scommettere sul ribasso dei Cdo che non possedevano. In altre parole, il meccanismo dei Cds permette a un numero teoricamente illimitato di investitori di assicurare i Cdo detenuti da altri soggetti per fini speculativi, in previsione che questi titoli derivati perdano il loro valore. E nel caso in cui questi Cdo – la maggior parte dei quali erano finanziati da mutui subprime – si svalutino, la compagnia assicurativa sarebbe vincolata sia a rimborsare i loro legittimi proprietari sia a saldare il conto con tutti gli speculatori che avevano scommesso sul loro ribasso.

Qualora il meccanismo di funzionamento dei Cds venisse applicato alla realtà effettiva, ciascun individuo sarebbe autorizzato ad accendere polizze su qualsiasi abitazione posseduta da altri, e conseguentemente ad incendiare queste abitazioni assicurate allo scopo di ottenere i soldi dalla compagnia assicuratrice. Grazie alla deregolamentazione, la Aig e le altre società assicurative non furono obbligate ad accumulare alcun fondo per coprire le eventuali perdite dei Cdo assicurati con Cds, che erano stati emessi per centinaia di miliardi di dollari. In questo torbido sistema si inserì la Goldman Sachs, che sferrò una gigantesca manovra speculativa acquistando oltre 20 miliardi di dollari di Cds emessi dalla Aig per scommettere sul ribasso degli stessi Cdo che aveva preliminarmente rifilato ai propri azionisti, ammaliati dagli alti giudizi targati Standard & Poor’s, Moody’s e Fitch,  le agenzie di rating ‘congruamente’ retribuite dalla banca d’affari per fornire tale servizio.

La situazione venutasi a creare spinse queste banche d’affari ad immettere sul mercato una miriade di Cdo di scarsissima qualità ma dall’affidabilità certificata dalle agenzie di rating. In pochi mesi vennero sfornati oltre un milione di miliardi di titoli derivati che vennero piazzati un po’ ovunque nel mondo. Questa spazzatura finanziaria finì per attirare numerosissimi investitori ma fruttò lauti profitti solo ed esclusivamente agli stessi istituti che li avevano raccomandati, e che pochi istanti dopo averli rifilati ai propri clienti (i quali persero tutto nel giro di pochi mesi), avevano scommesso sulla loro perdita. Certificando la validità della spazzatura finanziaria emessa dalle banche, Standard & Poor’s, Moody’s e Fitch  hanno avuto un ruolo cruciale nell’assicurare il funzionamento di questo meccanismo perverso, ed è probabilmente per questo che gli enti di sorveglianza hanno sistematicamente sorvolato sugli scandalosi conflitti di interesse in cui si trovano i gestori delle ‘sorelle del rating’. Standard & Poor’s è controllata da McGraw Hill, ovvero la stessa compagnia che detiene oltre il 31% di Moody’s, il cui 12,5% dell’intero pacchetto azionario è posseduto da Warren Buffett. Così, se da un lato Warren Buffet, padroneggiando come nessun altro le ben note arti divinatorie della finanza, assimilava i derivati ad «armi di distruzioni di massa», dall’altro l’agenzia Moody’s, da egli parzialmente controllata, conferiva il giudizio di ‘tripla A’ ad un numero esorbitante di Cdo che si sono poi rivelati pura spazzatura.

Sempre Moody’s ha mantenuto il giudizio ‘A2’ sulla banca d’affari Lehman Brothers pochi giorni prima che fallisse, mentre alla compagnia assicurativa Aig aveva accordato il giudizio ‘A3’ una decina di giorni prima che la Federal Reserve erogasse il corposo prestito da 85 miliardi di dollari per evitarne la bancarotta. Chiamati a rispondere del proprio operato da una commissione congressuale, i dirigenti delle grandi agenzie di rating hanno cercato di dimostrare la propria buona fede asserendo che i giudizi emessi rappresentano soltanto mere opinioni. Ma è francamente difficile credere che società dotate di bilanci simili (nel 2011, Moody’s ha registrato utili pari a 1,7 miliardi di dollari, mentre Standard & Poor’s si è fermata a quota 1,33 miliardi), forti dell’appoggio della Kroll (una delle principali agenzie di intelligence finanziaria al mondo) e dell’attenzione delle principali testate giornalistiche di tutti i Paesi occidentali siano guidate da gestori incompetenti. Il fatto è che tali caratteristiche pongono le agenzie di rating nelle condizioni di trasformare i propri giudizi in profezie destinate ad auto-avverarsi, per effetto delle reazioni a catena che il loro potere finanziario è in grado di innescare sui mercati mondiali. «I mercati – osserva lo storico Aldo Giannuli – non credono alle capacità oracolari delle agenzie newyorkesi, ma si inchinano alla loro potenza di fuoco perché sanno che esse sono spesso in grado di determinare i declassamenti che annunciano. Lungi dall’essere il rimedio alle asimmetrie informative, il rating diventa così esso stesso una fonte di ulteriore opacità e, soprattutto, un’arma di guerra finanziaria».  Lo si è visto in particolar modo con la crisi dell’Eurozona, con le agenzie di rating che hanno ripetutamente declassato il giudizio sui Paesi euro-mediterranei spalancando le porte alla speculazione internazionale.

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